7 sconosciuti a El Royale

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Drew Goddard

7 sconosciuti a El Royale

Scheda:

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© 20th Century Fox

Titolo originale:

Bad Times at the El Royale

Uscita Italia:

25 Ottobre 2018

Uscita USA:

12 Ottobre 2018

Regia:

Drew Goddard

Sceneggiatura:

Drew Goddard

Genere:

Thriller, Drammatico

REDAZIONE: ★7+

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Un gruppo di persone diverse fra loro, tutte con dei segreti da nascondere, si ritrovano assieme casualmente all’albergo El Royale, luogo fatiscente e isolato dal resto del mondo.

1969, al confine fra California e Nevada, l’hotel El Royale è una fatiscente e isolata struttura, a malapena gestita da un singolo usciere e tuttofare, Miles Miller (Lewis Pullman). Vi giungono, separatamente ma nel corso della stessa serata, il prete cattolico Daniel Flynn (Jeff Bridges), il venditore Laramie Seymour Sullivan (Jim Hamm), la cantante afroamericana Darlene Sweet (Cynthia Erivo) e la hippie Emily Summerspring (Dakota Johnson). I quattro prendono stanze separate.

Sullivan, nella propria, si rivela essere un agente FBI incaricato di rimuovere attrezzature di sorveglianza illegali. Nel farlo, scopre che le stanze sono collegate da un condotto segreto con specchi a due vie, per permettere lo spionaggio e la ripresa di ogni singolo ambiente. Ha così modo di notare che nella stanza occupata da Emily vi è una persona imbavagliata; prima di intervenire, disattiva i mezzi degli ospiti per impedire loro la fuga. Intanto, padre Flynn invita Darlene a cena e tenta di drogarla; riceve dalla donna un bottigliata in testa.

“Al suo risveglio, Miles gli rivela del passaggio segreto, della volontà della direzione di filmare gli ospiti e della sua scelta di trattenere con sé un filmato incriminante per una figura pubblica.”

Sullivan fa irruzione nella camera di Emily per salvare la ragazza imbavagliata, che si scopre essere Rose (Cailee Spaney), sorella della prima. Emily gli spara, lo uccide e colpisce inavvertitamente anche Miles, posto dietro il vetro assieme a Flynn. Il quale, dopo aver abbandonato il ferito, raggiunge Darlene e le racconta la propria vera vita: egli è Donald O’ Killy, criminale ed ex galeotto, venuto a recuperare della refurtiva, nascosta nella stanza di Darlene, dieci anni prima, dal fratello Felix prima di venire ucciso. I due decidono così di collaborare, aiutandosi a vicenda.

Intanto, Emily e Rose tengono in ostaggio Miles, ferito. Emily ha rapporto la sorella per salvarla dall’influenza di una setta criminale, guidata dal capo carismatico Billy Lee (Chris Hemsworth), di cui Rose è invaghita. Billy Lee li raggiunge e mette a ferro e fuoco l’hotel, uccidendo Emily e cercando di sottrarre a Flynn non solo i soldi ma anche la pellicola contenente materiale segreto, che vale molto di più. È l’intervento di Miles, scopertosi ex tiratore scelto da guerra, ora pentito, a salvare i superstiti. Lui rimane mortalmente ferito ma ottiene in tempo la grazia, per quanto fittizia, di Flynn. Il quale fugge con il bottino e con Dolores, ognuno de due pronto a realizzare i propri sogni e lasciarsi alle spalle sofferenze passate.

Recensione:

Alla seconda prova di regia cinematografica, dopo Quella casa nel bosco (2012), e alla ennesima come sceneggiatore dopo successi quali Sopravvissuto – The Martian (2015) di Ridley Scott, Drew Goddard filma una commedia nera degli equivoci che lambisce il cuore di tenebra degli Stati Uniti – razzisti, classisti, perversi, fanatici – di fine anni Sessanta, senza tuttavia approfondirlo oltre misura. Non lo fa certamente ai livelli del coevo, quanto ad ambientazione, C’era una volta… a Hollywood (2019) di Quentin Tarantino, anche perché non è questo l’intento di Sette sconosciuti a El Royale: semmai, lo scopo del film è giocare con generi e modelli, figure dell’immaginario di frontiera e elementi archetipi della commedia e del giallo a stanza chiusa. Lo stesso che Goddard aveva fatto con il proprio precedente anti-horror, solo qui riproposto in chiave di thriller.

La fattura della sceneggiatura, innanzitutto, è pregevole proprio nel riproporre modelli e immagini del grande cinema americano senza scadere in mancanze di originalità. L’idea dell’alberghetto isolato e fatiscente rimanda al grande thriller di Alfred Hitchcock (Psyco, 1960) e di Stanley Kubrick (Shining, 1980; ma i riferimenti al regista di Arancia Meccanica sono, anche registicamente, innumerevoli). La regola del gioco, come in The hateful eight (2016) di Quentin Tarantino, è giostrare più personaggi in un unico spazio, e di ognuno di questi accavallarne i piani temporali, fra passati traumatici e segreti mai detti:

“Goddard risolve il rompicapo spaziale, come in Quella casa nel bosco, inserendo una sorpresa scenica che aumenta le potenzialità narrative dell’ambientazione.”

In questo caso il corridoio degli specchi offre l’opportunità di giocare con ripetizione e differenziazione delle stesse scene da più punti di vista, ora assecondando, ora ingannando, lo spettatore. La trama, in definitiva, è una macchina a orologeria ben costruita, che riesce a intrattenere e gestire il carosello di eventi con arguzia, malgrado le quasi due ore e mezza di film.

Dove la scrittura perde colpi, semmai, è in alcuni dialoghi e nella descrizione di background dei personaggi di Emily, Rose e Billy Lee. Peccato, perché proprio in loro poteva esservi l’approfondimento più viscerale e ancorato a un’indagine dei misteri americani; con questo elemento, il film sarebbe entrato di diritto fra le migliori opere recenti non solo di narrativa, ma anche di critica del Mito americano, al pari di alcuni titoli di Tarantino, dei Coen e di Martin McDonagh. Emily, invece, è hippy solo perché così definita da Sullivan; della sudditanza di Rose al carismatico Billy Lee non si spiega quasi nulla e il rapporto che ne deriva sembra più quello di una groupie stereotipata di fronte al proprio cantante preferito. Quanto a Billy Lee, sembra effettivamente più un cantante rock scoppiato e supponente che un pericoloso messia dei crimini. Se il messaggio voleva essere quanto ridicole, poggiate sul nulla, vane siano certe sette statunitensi del passato e del presente, non risulta tuttavia troppo riuscito: ci riesce meglio, nuovamente, Tarantino in Django Unchained (2012) che con un solo, dichiaratamente comico, scambio di battute mette alla berlina la congrega razzista più sanguinaria della storia americana. Il finale, pure, appare un po’ scontato per quanto legittimo. Sono tuttavia difetti, questi ultimi, che non invalidano la riuscita complessiva del film, che se preso come gioco sulla logica dei generi, più che nelle seconde letture storiche o sociologiche, regge pienamente.

La regia risulta elegante, dotata di mano ferma e abile nei lenti movimenti di macchina così come nel posizionamento dei punti di ripresa. Anche qui l’esercizio narrativo meglio riuscito è il mostrare la stessa scena da angolazioni diverse a seconda del temo e del punto di vista preso in considerazione. L’occhio della macchina sa bilanciarsi con sobrietà, senza annoiare e senza cercare inutili artifici, sia sulle ambientazioni che sui piani degli attori. Molto buoni, inoltre, i dolly e le sequenze tensionali, da opera pienamente thriller. In un film che a livello tecnico è quasi del tutto eccellente, bisogna lodare anche la fotografia di Seamus McGarvery (Animali notturni, 2016), gustosamente retrò e in grado di nobilitare le belle scenografie e i costumi di Danny Glicker (Love & Mercy, 2014). Montaggio di Lisa Lassek praticamente senza difetto e adeguato ai fini narrativi, con particolare riferimento proprio al già citato alternarsi di punti di vista. Montaggio audio, per finire, ottimale: in particolare la resa ambientale, che regala buoni momenti quali il passaggio di Sullivan nel condotto nascosto, mentre ascolta il canto di Darlene avvicinandosi e allontanandosi dalla fonte sonora. Le distanze e l’effetto realistico sono qui riportati con accuratezza.

Musiche, molto buone, di Michael Giacchino, già premio Oscar per Up di Pete Docter (2009) e sentito recentemente, fra gli altri, in Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi; l’alternanza con brani originali d’epoca conferisce inoltre un ottimo accompagnamento ironico, oltre che funzionare ai fini dell’ambientazione. Per finire, le interpretazioni sono quasi tutte eccellenti: spicca, in particolare, Jeff Bridges che ruba la scena. Malgrado le carenze di scrittura, buona anche Dakota Johnson, mente risultano più piatte, ma sono abbastanza marginali se confrontate alle prove attoriali del resto del cast, le interpretazioni di Hemsworth e Cailee Spainey.

Sette sconosciuti a El Royale, a tratti, dà l’impressione che non tutte le sue potenzialità siano espresse. Resta però un’ottima macchina narrativa, dove gli elementi tecnici e la furbizia da sceneggiatore di Goddard si amalgamano in un ottimo film di genere (e de-genere, nel senso di gioco ironico coi canoni del genere stesso), capace di intrattenere senza pretendere oltre e rispettare appieno le aspettative del pubblico.

Pro:

  • Sceneggiatura ben costruita e capace di giocare coi canoni e le potenzialità narrative.
  • Regia e comparto tecnico e visivo ottimi, ben governati senza inutili barocchismi.
  • Interpretazioni carismatiche, fra cui spicca Bridges che ruba la scena.

Contro:

  • Potenzialità critiche e satiriche del film non del tutto sviluppate (lo scopo in realtà è di intrattenimento).
  • Dialoghi e background di alcuni personaggi non sempre efficaci o completi.
  • Ne risentono un paio di rese dei personaggi.

4 / 5. 1