Balla coi lupi

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Kevin Costner

Balla coi lupi

Scheda:

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© Life International

Titolo originale:

Dances with Wolves

Uscita Italia:

14 Dicembre 1990

Uscita USA:

21 Novembre 1990

Regia:

Kevin Costner

Sceneggiatura:

Michael Blake

Genere:

Western, Drammatico

REDAZIONE: ★8+

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Durante la Guerra di Secessione un soldato dell’Unione, mandato al fronte più estremo, viene in contatto con una tribù di indiani.

1863, Tennessee: negli Stati Uniti devastato dalla Guerra civile, il tenente unionista John Dunbar (Kevin Costner), come premio per una mossa militare quasi suicida ma rivelatasi vincente, chiede di essere inviato in un presidio alla frontiera del West, in Nebraska. Il maggiore Fambrough (Maury Chaikin) lo spedisce nel remoto Fort Sedgewick, accompagnato dal mulattiere Timmons (Robert Pastorelli) che lo abbandona una volta lasciatolo. Il maggiore si suicida e Timmons viene ucciso dagli indiani Pawnee: Fort Sedgewick, assieme al suo nuovo inquilino, viene ben presto dimenticato. Unici compagni di John, il cavallo Cisco è un lupo selvatico ribattezzato Due Calzini.

“Dopo del tempo, John entra in contatto con la vicina tribù Sioux Lakota, avversaria dei Pawnee.”

Ne conosce cultura, usi, lingua; sposa la bianca adottata Alzata Con Pugno (Mary McDonnell), orfana e vedova per mano dei Pawnee. Aiuta militarmente la tribù procurando loro armi da fuoco, con le quali sconfiggono i nemici. Adotta inoltre il nome indiano di Balla coi Lupi, omaggiando Due Calzini. Fra i pellerossa con cui stringe più rapporto, il guerriero Vento nei Capelli (Rodney Grant), lo sciamano Uccello Scalciante (Graham Greene) e il capotribù Dieci Orsi (Floyd Westerman).

Prima del trasferimento all’accampamento invernale, John ritorna al forte per recuperare il diario. Lì viene catturato dai soldati nordisti che lo vogliono morto per tradimento, ma i Sioux lo aiutano a liberarsi. Ormai John si è separato definitivamente dai bianchi, e decide di considerarsi parte del popolo Sioux Lakota. Al quale, tuttavia, suggerisce di abbandonarlo al più presto per evitare rappresaglie e di spostarsi altrove.

Recensione:

Nel 1939, il film Ombre rosse di John Ford definisce i canoni del western, genere statunitense per eccellenza in quanto ha al centro l’epopea della Frontiera come spazio di possibilità e progresso. Sembrerebbe semplicistico affermare la preponderanza del western sul cinema americano intero, se non fosse che la rivoluzione della New Hollywood comincia con il mettere in discussione alcuni presupposti proprio del western (sulla scia, peraltro, della sua versione italiana, si veda Django, 1966). Da allora, ogni fase della cinematografia d’oltreoceano ha avuto la sua esemplificazione nel western: fra le ultime, per il cinema autoriale post-moderno di Quentin Tarantino, The hateful eight (2015). Una critica dei valori del western, che sono poi alla base di quelle che molti individuano come contraddizioni del sistema di pensiero americano, può avvenire in vari ambiti: la demarcazione sempre più ambigua fra buoni e cattivi, il rifiuto dell’epica dell’eroe (Gli spietati, 1992), oppure l’accusa al predominio bianco e la denuncia del genocidio degli Indiani d’America. La Storia americana emerge dal lago di sangue versato per la conquista del West: il cinema western moderno, che proprio nel capostipite Ombre rosse faceva dei pellerossa dei selvaggi immorali (e umanamente alieni), non può e non vuole esimersi da questa narrazione.

È forse questo uno dei motivi alla base dell’esorbitante successo di Balla coi Lupi agli Oscar del 1991: sette statuette su dodici nomination, fra categorie primarie e marginali. Il successo di pubblico, anche nei passaggi televisivi, del film appare sorprendente se si considera la durata che varia dalle tre alle quasi quattro ore. In tempi fuori da qualsiasi sospetto di Oscar bait, il film interpretato e diretto da Kevin Costner (L’uomo del giorno dopo, 1997; Terra di confine, 2003) non è certo il western più esplicitamente rivoluzionario di tutti i tempi, ma coglie nel segno coniugando un discorso ai tempi innovativo, il focus sugli indiani, e i modi di rappresentazione dell’epica classica e del kolossal. Da questa unione forse deriva quel fascino antico che lo fa essere un classico già nato come tale.

Il soggetto, dal romanzo di Michael Blake, ha dalla sua un’attenzione antropologica di grande interesse, che si riflette nell’abitudine del protagonista di redigere un diario.

“In effetti il personaggio di Dunbar assomiglia più a uno studioso etnografo che a un militare.”

La sceneggiatura dello stesso Blake, molto buona soprattutto nella prima parte per quanto estremamente semplice, consente un buon alternarsi di sequenze elegiache nella natura e scene più propriamente avventurose. La regia, ottima e incredibilmente solida per un esordiente, segue con alcune sequenze memorabili: l’incontro con il lupo, fra queste, e la spettacolare caccia al bisonte per la quale vennero utilizzati 2000 capi di bestiame e un totale di nove macchine da presa. A dominare è però la fotografia di Deam Semler (Interceptor, 1981; Apocalypto, 2006), maestosa e capace di valorizzare sia i grandi spazi aperti che i primi piani dei volti pellerossa, scavati dal sole e dalla sabbia del deserto. Una nota di merito anche ai costumi, vari e storicamente accurati, di Elsa Zamparelli.

Da segnalare infine la colonna sonora di John Barry, compositore pluripremiato con quattro Oscar in carriera e ideatore di uno dei temi più noti della storia del cinema d’azione, quello della saga di James Bond. Quanto Alle interpretazioni, oltre a un buon Costner, si sottolinea come coerente con gli intenti del film e innovativa l’attenzione posta sugli attori di origine indigena, proprio grazie a questo mai stereotipati e degni di presenza scenica.

Balla coi Lupi, a distanza di trent’anni, appare davvero un classico d’altri tempi. Se oggi gli interrogativi dominanti sulla rappresentazione etnica e le diversità nel mondo dei media lo fanno apparire quasi scontato, va sottolineato come la potenza espressiva, oltre alla capacità di intrattenere, non siano venute meno per quello che può a ben vedere considerarsi un film spartiacque del genere.

Pro:

  • Soggetto dalla prospettiva etnografica e morale innovativo per i tempi.
  • Fotografia maestosa ed elegiaca.
  • Regia molto buona nell’alternarsi di ritmi più o meno incalzanti.

Contro:

  • Sviluppo della trama semplice.
  • Modi rappresentativi forse, visti oggi, più classici rispetto alla dirompenza che ebbero all’uscita del film.

4 / 5. 1