Barry Lyndon

LOADING
Stanley Kubrick

Barry Lyndon

Scheda:

barry_lyndon_info

© Warner Bros.

Titolo originale:

Barry Lyndon

Uscita Italia:

16 Settembre 1976

Uscita USA:

18 Dicembre 1975

Regia:

Stanley Kubrick

Sceneggiatura:

Stanley Kubrick

Genere:

Avventura, Drammatico, Storico

VOTO: ★9.5

Cast:

Trama:

Il film racconta l’ascesa e il declino di Redmond Barry, un arrampicatore sociale irlandese del XVIII secolo.

Nell’Irlanda del XVIII secolo, il giovane Redmond Barry (Ryan O’Neal) si innamora di sua cugina Nora Brady (Gay Hamilton), la quale si promette in sposa al capitano John Quin, ricco ufficiale inglese. Redmond, per opporsi alle nozze, sfida in duello il suo rivale e credendo erroneamente di averlo colpito a morte, si dà alla fuga per evitare l’arresto. Durante il viaggio, viene tuttavia derubato da due briganti e si vede così costretto ad arruolarsi nell’esercito di re Giorgio. Spedito subito in battaglia, dopo aver assistito agli orrori della Guerra dei Sette anni, riesce a rubare l’uniforme e i documenti di un ufficiale e prova a disertare. Giunto quasi oltre il confine della Prussia (alleata dell’Inghilterra), viene tuttavia fermato dal capitano Potzdorf (Hardy Krüger), che in breve smaschera Barry e lo costringe ad arruolarsi tra le fila prussiane per evitare l’arresto. Durante una cruenta battaglia, il giovane Redmond si distingue salvando la vita al capitano Potzdorf, il quale, terminata la guerra, gli si affeziona e gli assegna un tranquillo incarico di spionaggio: Barry ha il compito di rivelare ai suoi superiori tutti i movimenti dello Chevalier de Balibari (Patrick Magee), un raffinato giocatore d’azzardo francese, sospettato di essere una spia inglese. Appena Barry incontra lo Chevalier, però, sapendolo un suo connazionale, svela subito la sua reale identità e con la sua complicità riesce a fuggire verso il Belgio.

In compagnia dello Chevalier, suo complice nel barare al tavolo da gioco, inizia a frequentare ambienti altolocati. È così che si invaghisce della contessa Lady Lyndon (Marisa Berenson), donna attraente, infelicemente sposata con Sir Charles Reginald Lyndon, uomo tanto ricco quanto malato, da cui ha avuto un figlio, Lord Bullington, il cui precettore è il reverendo Runt (Murray Melvin).

“Subito dopo la morte di Sir Charles, Barry sposa Lady Lyndon, assumendo così tutti i suoi possedimenti. Dal matrimonio nasce il piccolo Bryan, un bambino dolce, sempre al centro delle attenzioni del padre, che non riesce a negargli nulla.”

Con il passare del tempo, l’amore tra i coniugi finisce e Redmond, ormai dedito alle donne e a tutti gli sfarzi che la sua nuova condizione comporta, entra in conflitto con il giovane Lord Bullington, il quale lo ritiene un uomo rozzo e opportunista. Dopo immani spese, proprio quando stava per ottenere un titolo nobiliare, Barry aggredisce pubblicamente il suo figliastro, che davanti a tutti aveva annunciato di voler abbandonare la sua dimora. Questo sconsiderato gesto, avendo destato grande scandalo tra i suoi ospiti altolocati, segnerà l’inizio del suo declino.

Evitato da tutti e sommerso dai debiti, Barry concentra tutte le sue attenzioni sul figlioletto, che asseconda in ogni modo. In occasione del suo compleanno, infatti, nonostante la sua tenera età, accetta di comprargli un cavallo. Il piccolo però, preso dall’entusiasmo, monta il cavallo in assenza del padre e a causa di una caduta perde tragicamente la vita. Dopo questo evento, Lord Bullington torna nella residenza e sfida Barry a duello, per vendicarsi di quanto accaduto tempo addietro. Il primo colpo del giovane parte per sbaglio, mancando così il bersaglio. Redmond a questo punto spara in alto, invitando Bullington a deporre l’ascia di guerra. Il figliastro, però, prende la mira e colpisce Barry alla gamba, che di lì a breve gli verrà amputata. Dopo il duello, Lord Bullington si riappropria dei suoi possedimenti e, dietro pagamento di 500 ghinee annue, costringe Redmond ad abbandonare per sempre l’Inghilterra.

Recensione:

Dopo il grande successo ottenuto con 2001: Odissea nello Spazio (1968) e Arancia Meccanica (1971), Stanley Kubrick era pronto a dirigere Napoleon, un mastodontico lungometraggio dedicato alla vita di Napoleone Bonaparte a cui stava lavorando da parecchi anni. Ciò nonostante, visto il clamoroso insuccesso di Waterloo (Sergej Fëdorovic Bondarcuk, 1970), le case produttrici lo persuasero ad abbandonare il progetto, sebbene ormai pronto nei minimi dettagli. Fu così che leggendo un romanzo di William Mackepeace Thackeray, Le Memorie di Barry Lyndon (1844), Kubrick iniziò a scrivere la sceneggiatura del film in esame. Barry Lyndon è dunque il frutto di un compromesso tra il regista, che voleva a tutti i costi girare un biopic storico, e la richiesta dei produttori di non dedicarlo a Napoleone, figura senz’altro affascinante, ma per cui il pubblico aveva dimostrato scarso interesse. L’esito fu paradossale: la pellicola si dimostrò un fiasco al botteghino, ma raccolse il plauso unanime della critica, aggiudicandosi agli Oscar del 1976 ben 7 candidature e 4 statuette (miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi e miglior colonna sonora), divenendo nel corso del tempo uno dei più importanti film della storia del cinema.

La sceneggiatura, la cui struttura narrativa ricalca quella delle tragedie shakespeariane, suddivide l’opera in due parti: nella prima vengono narrate le origini e l’ascesa del protagonista; nella seconda, si affronta invece il suo declino. Si noti come una simile anticlimax sarebbe stata perfetta anche per rappresentare il personaggio di Napoleone, nonostante tutte le differenziazioni di specie. La tragicità di Shakespeare, oltre ad essere espressamente richiamata in uno scambio di battute tra Lady Lyndon e Lord Bullington (quando la madre rimprovera il figlio per aver insultato il padre – riferendosi a Barry – e le viene risposto che è stata lei ad averlo offeso – riferendosi questa volta a Sir Charles – viene infatti riprodotta la medesima conversazione presente nell’Amleto, tra lo stesso Amleto e sua madre), emerge chiaramente anche dalla medesima riflessione sul potere, inteso prima come obiettivo da raggiungere ad ogni costo e poi come causa di rovina. Redmond Barry è inoltre un tipico personaggio picaresco, il cui carattere viene progressivamente plasmato dalle varie vicissitudini che la vita gli sottopone: l’amore per Nora gli infonde coraggio, l’incontro con i briganti gli insegna l’opportunismo, gli orrori della guerra lo trasformano in un disertore, l’amicizia con lo Chevalier fa di lui un imbroglione, la nascita del figlio lo rende un padre amorevole, la necessità di un titolo lo conduce sul lastrico, infine la morte del piccolo spegne in lui ogni segno di vita. Redmond è un uomo sempre in balìa degli eventi. L’unico momento in cui sembra finalmente avere il controllo delle proprie azioni è durante il duello finale, quando, ormai spento e senza più obiettivi, decide liberamente di affidare il suo destino nelle mani di Lord Bullington, passando a lui il testimone. Con la circolarità estrema tipica delle pellicole kubrickiane, infatti, il duello si pone come punto cardine della narrazione: è a partire dal duello con il capitano Quin che iniziano le peripezie di Barry ed è tramite il duello con Lord Bullington che queste hanno fine. Ma il duello finale, oltre che segnare l’epilogo delle vicissitudini di Barry Lyndon, sembra allo stesso tempo porsi come incipit delle vicende di Lord Bullington, nei fatti tanto simile al giovane Redmond del primo duello con Quin: entrambi giovani, spaventati, inesperti rispetto al proprio rivale, ma comunque determinati a sfidarlo per far valere le proprie ragioni, pronti ad essere plasmati dalle avversità della vita. Il duello finale può dunque essere visto come un vero e proprio passaggio di consegne, che impreziosisce ulteriormente il valore della sceneggiatura, molto più significativa della mera storia ascesa-declino di un arrampicatore sociale come tanti. Sullo sfondo, inoltre, si leva feroce anche un’efficace critica della società, vista come ipocrita, superficiale e voltagabbana, pronta a sostenere Barry quando il vento soffia a suo favore, salvo tuttavia abbandonarlo alla prima difficoltà: solo la madre starà sempre vicino al figlio, dal lieto principio al triste epilogo.

“Dal punto di vista tecnico il film è inappuntabile. Kubrick ricostruisce il XVIII secolo con una perfezione tecnica ed estetica che non è mai più stata raggiunta.”

Ogni fermo immagine rappresenta un autentico capolavoro, di indiscusso valore artistico. Lo studio che è dietro ogni costume, trucco o scenografia, risulta a dir poco maniacale. Non è un caso che moltissime scene siano vere e proprie trasposizioni cinematografiche di quadri del tempo (tra i tanti autori romantici richiamati, spiccano i nomi di Francesco Hayez, William Hogarth, Thomas Gainsborough, Joshua Reynolds, Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Antoine Watteau, Johann Zoffany), attraverso i quali vengono magistralmente ricreate le atmosfere del ‘700. Inoltre, per dare ulteriore realismo alla messa in scena, Kubrick e John Alcott (direttore della fotografia di Shining – 1980, oltre che delle pellicole già citate in precedenza) utilizzarono solo luce naturale, servendosi esclusivamente di candele e lumi a olio per le sequenze notturne, incrementando così la sensazione dello spettatore di trovarsi dinanzi ad un dipinto del tempo, piuttosto che ad uno schermo. Il regista, inoltre, per valorizzare le inquadrature grandangolari (già ampiamente utilizzate in passato) si fece fornire dalla NASA pellicole ad alta risoluzione e obiettivi speciali (tra cui lo Zeiss Planar 50mm f/0.7, caratterizzato da un’apertura di diaframma di gran lunga maggiore rispetto ad ogni obiettivo di pari focale in commercio), estremamente luminosi, appositamente creati per le missioni Apollo sulla Luna. Accostare pertanto l’aggettivo “spaziale” ad un film del genere, può risultare in tal senso particolarmente calzante. Magistrale risulta anche la regia, che sfruttando magnificamente la profondità di campo offre uno spettacolo visivo ancora oggi inarrivabile. Particolarmente degni di nota risultano i lentissimi zoom all’indietro, ampiamente utilizzati nel corso del lungometraggio e in grado di mostrare progressivamente il contesto in cui è immerso un determinato particolare: è proprio con queste lente carrellate all’indietro che il regista riesce a collegare la singolarità dell’individuo rispetto al mondo circostante che finisce per plasmarlo. Eccezionale è anche la colonna sonora. Così come in 2001 e Arancia Meccanica, Kubrick ricorre ancora una volta alla musica classica, facendo riadattare appositamente per il film inestimabili brani di Händel, Mozart, Schubert, Paisiello, Vivaldi e Bach, riprendendo come colonna portante l’organico di musica da camera barocca (clavicembalo, fiati e archi) per creare composizioni più moderne (come ad esempio il riff di archi pizzicati). In questo modo, oltre ad incrementare la ricostruzione delle atmosfere del tempo, si ottiene un effetto assolutamente gradevole all’orecchio dello spettatore contemporaneo. Si noti anche come, sul set, per ispirare gli attori, Kubrick era solito far ascoltare loro le musiche che avrebbero fatto da sottofondo alla scena che stavano interpretando, esattamente come fece Sergio Leone con il cast di C’era una volta il West (1968). L’effetto si rivela in tal senso particolarmente efficace. Ryan O’Neal risulta perfetto per il ruolo di Redmond Barry, riuscendo a mutare continuamente la sua interpretazione in base ai progressivi cambiamenti caratteriali del suo personaggio. Efficace anche la prova di Marisa Berenson, nei panni della melanconica Lady Lyndon, interpretata con poche battute, ma con un’eloquente espressività facciale, da sola in grado di far intuire subito allo spettatore l’indole della donna.

È dunque per tutti questi motivi che Barry Lyndon viene a configurarsi, ancora oggi, come un’autentica opera d’arte, prima ancora che cinematografica. Un capolavoro senza tempo, visivamente inarrivabile, tecnicamente perfetto, che ha segnato una delle vette più alte mai raggiunte dalla storia del cinema. Non sapremo mai come sarebbe stato Napoleon, ma sappiamo com’è Barry Lyndon; e, nonostante il rammarico per la mancata realizzazione della prima opera, non possiamo che consolarci con estrema soddisfazione per l’indiscusso valore della seconda.

Pro:

  • La miglior ricostruzione settecentesca della storia del cinema.
  • Regia che sfrutta magistralmente inquadrature grandangolari e profondità di campo.
  • Fotografia esemplare, che ricorre unicamente a luci naturali.
  • Colonna sonora inappuntabile, che riarrangia spettacolari brani di musica classica.

Contro:

  • Qualche spettatore potrebbe non gradire la lunghezza della narrazione.

0 / 5. 0