Da 5 Bloods – Come fratelli

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Spike Lee

Da 5 Bloods

Scheda:

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© Netflix

Titolo originale:

Da 5 Bloods

Uscita Italia:

12 Giugno 2020

Uscita USA:

12 Giugno 2020

Regia:

Spike Lee

Sceneggiatura:

Danny Bilson, Paul De Meo, Kevin Willmott, Spike Lee

Genere:

Drammatico, Guerra

REDAZIONE: ★6.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Quattro ex commilitoni tornano in Vietnam per recuperare il loro caposquadra deceduto e un tesoro segretamente nascosto.

Nel 1971, durante la guerra del Vietnam, cinque soldati afroamericani guidati dal caposquadra Norman Holloway (Chadwick Boseman) devono recuperare il contenuto di un aereo della CIA precipitato in territorio Viet Cong. Una volta scoperto che si tratta di una cassa piena di lingotti d’oro, decidono segretamente di sotterrarla, per poi tornare a recuperarla alla fine del conflitto come “risarcimento” per l’ingiusto trattamento degli afroamericani da parte del governo USA. Norman viene tuttavia colpito a morte e a causa di un bombardamento al napalm nella zona, diviene impossibile il ritrovamento dell’oro.

“Nel presente, dopo aver scoperto che parte dell’aereo è riemersa a seguito di una frana, i quattro soldati tornano in Vietnam per recuperare i resti del cadavere di Norman e il tesoro nascosto.”

Otis (Clarke Peters) vorrebbe ricongiungersi con la sua vecchia fiamma del posto e ha una dipendenza dagli oppioidi; Melvin (Isiah Whitlock Jr) è un alcolista; Eddie (Norm Lewis) è sul lastrico dopo il fallimento di una sua concessionaria e Paul (Delroy Lindo) affronta il suo disturbo da stress post-traumatico abbracciando la retorica del presidente Trump e maltrattando il figlio David (Jonathan Majors), che si aggrega con il resto dei commilitoni per riallacciare i rapporti con il padre. Dopo il ritrovamento dell’oro e del corpo di Norman, il gruppo è costretto ad affrontare i primi dissapori su come destinare la fortuna: c’è chi, come Eddie, pensa sia giusto elargirla alle associazioni che affrontano i problemi di discriminazione razziale, sulla scia di quanto sostenuto da Norman; il resto del gruppo sembra tuttavia preferire una ripartizione del bottino in parti uguali per arricchirsi personalmente.

Durante il viaggio di ritorno nella giungla, Eddie muore calpestando una mina antiuomo e il gruppo viene intercettato da alcuni trafficanti franco-vietnamiti che vogliono impadronirsi dell’oro. Inizia così uno scontro a fuoco, al termine del quale il gruppo si divide: Paul procede da solo e viene ucciso dai malavitosi, mentre Otis, Melvin e David si rifugiano nelle rovine di un tempio, insieme a una guida turistica del posto e a due giovani membri di una ong francese incontrati durante il cammino. È qui che avviene lo scontro finale, in cui Melvin perde la vita. Ciò nonostante, il gruppo riesce ad avere la meglio sui trafficanti e ad ottenere il controllo dei lingotti d’oro, i cui ricavi vengono elargiti alle famiglie delle vittime e a un gruppo di Black Lives Matter.

Recensione:

Proprio nei giorni in cui negli USA imperversano le proteste per la morte di George Floyd sotto l’egida del motto Black Lives Matter, Netflix distribuisce l’ultima opera di Spike Lee, regista afroamericano che si è nel tempo contraddistinto per aver sempre affrontato in modo diretto e sfrontato tematiche politiche e sociali, prima fra tutte quella delle discriminazioni a sfondo razziale negli Stati Uniti (Fa la cosa giusta – 1989, Blackkklansman – 2018). Anche in Da 5 Bloods – Come fratelli, il razzismo resta il tema cardine attorno a cui ruota tutto il film, caratterizzato nell’incipit e nell’epilogo dal tipico taglio documentaristico che Lee è solito conferire alle sue pellicole. Il lungometraggio in esame, più che un falso documentario si rivela in effetti un vero e proprio mockumentary, che si propone di parodiare senza mezze misure la trionfalistica retorica della guerra del Vietnam. È dunque in quest’ottica che vanno letti i ripetuti e fin troppo espliciti omaggi ad Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979) o l’estenuante utilizzo di musiche epico-belliche in pieno stile Medal of Honor.

“Il problema principale risiede tuttavia nel fatto che Spike Lee sembra questa volta aver abusato della sua tipica licenza poetica.”

La prima componente a non convincere è la sceneggiatura. Dopo un inizio promettente, lo sviluppo della storia si rivela piuttosto farraginoso: i personaggi risultano estremamente stereotipati e non presentano un’approfondita introspezione psicologica; l’unica personalità su cui ci si sofferma è quella di Paul, il quale tuttavia viene utilizzato solo per veicolare una chiara propaganda politica, limitandosi ad incarnare il reduce di guerra afflitto da stress post-traumatico che si rifugia nella retorica trumpiana per sentirsi più al sicuro. Dal punto di vista meramente filmico (che è ciò che più conta in questa sede) la sua storyline si rivela debole al pari di tutte le altre. La pellicola viene inoltre appesantita da dialoghi talvolta troppo convenzionali (a titolo esemplificativo basti pensare al monologo di Paul che rompe improvvisamente la quarta parete), oltre che da una durata eccessiva. A non convincere sono anche le musiche, spesso decontestualizzate e inappropriate rispetto alle scene cui vengono abbinate, e il trucco, di fatto completamente assente. Se da un lato la scelta di non far ringiovanire gli attori nei flashback mediante trucco o CGI (come avviene ad esempio in The Irishman, 2019) può essere vista come funzionale rispetto alla figura di Norman, il quale viene presentato come un martire eternamente giovane (alla Martin Luther King), dall’altro ridicolizza le scene di combattimento, che sembrano avvenute pochi giorni prima rispetto al presente. Probabilmente la scelta di controfigure più giovani, sarebbe stata un giusto compromesso.

Risultano invece più che discrete regia e fotografia. La prima, seppur non particolarmente virtuosa, si dimostra espressiva e funzionale alla storia; la seconda, nonostante l’utilizzo appena accennato di color correction, acquisisce di valore soprattutto nel passaggio di formato dal passato al presente, riuscendo a sottolineare con efficacia la distanza temporale (del tutto ignorata invece dal trucco). Di buon livello risultano anche il sonoro (ottima la cura nella spazializzazione e nella scelta dei suoni) e le interpretazioni attoriali, su cui spicca prominente quella di Delroy Lindo, che riesce a dare profondità alle battute del suo personaggio, nonostante i limiti di scrittura di cui si è già avuto modo di discorrere in precedenza.

Come quasi tutti i film socialmente impegnati e politicamente schierati, anche Da 5 Bloods – Come fratelli è destinato a toccare le corde più intime e personali dello spettatore, la cui piacevolezza visiva tende inevitabilmente a risultare direttamente proporzionale alla sua affinità ideologica. A prescindere da ciò, da un punto di vista strettamente cinematografico, scevro da qualsiasi condizionamento di sorta e dunque il più possibilmente “unpolitico”, la pellicola in esame risulta nel complesso di discreta fattura tecnica, seppur pesantemente limitata in termini di scrittura.

Pro:

  • Regia espressiva e funzionale alla storia.
  • Fotografia che sottolinea con efficacia il divario temporale tra passato e presente.
  • Interpretazione di Delroy Lindo.

Contro:

  • Personaggi stereotipati e dialoghi talvolta convenzionali.
  • Musiche decontestualizzate.
  • Trucco di fatto assente.

3 / 5. 1