Elegia americana

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Ron Howard

Elegia americana

Scheda:

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© Netflix

Titolo originale:

Hillbilly Elegy

Uscita Italia:

24 Novembre 2020

Uscita USA:

24 Novembre 2020

Regia:

Ron Howard

Sceneggiatura:

Vanessa Taylor

Genere:

Drammatico, Biografico

REDAZIONE: ★4.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Un problema familiare costringe un giovane studente a tornare dalla madre tossicodipendente e a ripercorrere le tappe della sua difficile adolescenza.

J. D. Vance (Gabriel Basso da adulto e Owen Asztalos da bambino), ex marine e studente di giurisprudenza a Yale, è il più giovane membro della famiglia Vance, originaria dell’Ohio, dalla quale si è separato per seguire la propria strada. Lavora come lavapiatti ed è costretto, per le sue difficoltà economiche, a cercare qualsiasi escamotage per potersi permettere di pagare le rette universitarie, come borse di studio o tirocini. In questa situazione, J. D. trova conforto in Usha (Frieda Pinto), la sua fidanzata. Tra le varie opportunità, spicca un tirocinio estivo ben remunerato presso lo studio di Phillip Roseman (Stephen Kunken). J. D. dovrà recarsi a un’autorevole cena, durante la quale dovrà dare una buona impressione di sé per poter accedere a un colloquio finale. Nel bel mezzo della cena, sua sorella Lindsay (Haley Bennett) lo chiama al cellulare per chiedergli di raggiungerla in Ohio poiché la loro madre, Bev (Amy Adams), un ex-infermiera e tossicodipendente, è andata in overdose di eroina. Inizialmente dubbioso, decide di partire per l’Ohio.

Durante il suo viaggio, ripercorre molte delle tappe che lo hanno portato ad allontanarsi dalla famiglia. Ricorda di quando, durante i festeggiamenti pasquali, sua madre si aizzò contro di lui, portandolo a rifugiarsi in una casa e a chiamare la polizia.

In soccorso al ragazzo venne anche la coppia di nonni, Mamaw (Glenn Close) e Papaw Vance (Bo Hopkins), che convinsero il ragazzo a perdonare la madre e la polizia a ritirare la denuncia. Poco tempo dopo, Papaw Vance, che viveva separato da Mamaw, venne trovato morto dalla famiglia. Questo episodio portò la madre a drogarsi con delle medicine razziate in ospedale nel quale lavorava, perdendo il posto. La situazione portò Bev a sfogare la propria isteria contro i figli, i quali potevano comunque contare sul sostegno e la protezione della nonna Mamaw. Durante la riabilitazione, Bev si sposa con Ken (Keong Sim), il capo del centro analisi, per poi trasferirsi a casa sua con i due figli. Qui J. D. conosce Travis (Morgan Gao), il figlio di Ken, che lo porterà a consumare marijuana, a compiere rapine, atti vandalici e a trascurare la scuola. La deriva presa dal nipote convince Mamaw a prendere J. D. con sé, con l’obiettivo di rimetterlo in riga e dargli un’educazione adeguata. La convivenza con Mamaw, estremamente esigente rispetto a Bev, aiuta J. D. a ritornare sui giusti binari e a riprendere in mano la situazione a scuola, nonostante le prime difficoltà. Dopo i successi scolastici e molti sacrifici, il giovane J. D. riesce ad entrare nei marines. Durante il suo addestramento arriva la morte di Mamaw, alla quale era molto legato. Ritornando al presente, una volta arrivato all’ospedale nel quale è stata ricoverata Bev, J. D. scopre di dover cercare un posto letto per sua madre, la quale è senza assicurazione. Nel frattempo, riceve una chiamata dallo studio di Roseman che gli comunica il suo passaggio al colloquio finale che avrà luogo a Glaston Hamburg il giorno dopo alle 10 del mattino. Il fatto che la madre non abbia un’assicurazione valida rende la ricerca di un posto letto ancora più difficile, rischiando di far arrivare J. D. in ritardo al colloquio. Quando J. D. sembra aver trovato un posto per sua madre, quest’ultima si rifiuta di entrarvi. J. D. e sua sorella Lindsay pensano di riportarla a casa del suo ex-compagno, Ray (David Atkinson), il quale le chiude la porta in faccia. Arrivati ad un motel, J. D., dopo essersi aperto emotivamente con sua madre, decide di chiamare sua sorella Lindsay per assisterla e di ripartire per Yale. Durante il viaggio di ritorno in macchina, J. D. chiama la sua fidanzata, alla quale non aveva mai detto nulla del suo passato, per raccontarle la sua storia personale e prendere atto di quello che è stato. Alla fine, J. D. riesce ad arrivare in tempo al colloquio finale ed ottenere il lavoro dei suoi sogni.

Recensione:

A due anni di distanza da Solo: A Star Wars Story, Ron Howard (A beautiful Mind, 2001; Cinderella Man – Una ragione per lottare, 2005) torna dietro la macchina da presa con Elegia Americana, nel quale traspone l’omonimo libro di memorie del 2016 di J. G. Vance. In questo film Howard punta su un suo vecchio cavallo di battaglia: sceglie di raccontare una storia vera con l’intento di far commuovere lo spettatore, concludendo l’esperienza con un finale tendenzialmente melenso. Per quanto nel corso degli anni questa componente nel suo cinema si sia consolidata, al punto quasi di accettarla, con Elegia Americana Ron Howard esagera e ne tira fuori un film talmente retorico, sentimentale e bislacco da risultare nettamente insufficiente. Oltre alla sceneggiatura, anche la colonna sonora di un’irriconoscibile Hans Zimmer (Inception, 2010; Il gladiatore, 2000) e i dialoghi cooperano per conferire alla pellicola questo tono molto caro a Ron Howard e poco gradito al pubblico.

Il film si apre con un flashback del giovane J. D. durante il quale vengono presentati i membri della famiglia Vance e le loro relazioni; quest’introduzione, oltre ad essere piena di frasi ridondanti sulla bellezza del sogno americano e della fede, è del tutto sconnessa con il resto del film, sia a livello narrativo che contenutistico. Non ha un legame con i successivi flashback e mostra un quadro incoerente dei rapporti familiari: ciò che si può dedurre dei Vance alla fine di questa scena è che siano una famiglia lievemente contrastata ma molto unita, cosa che verrà smentita dal film stesso. Inoltre, in questo flashback viene presentato un altro piano narrativo: quello della gioventù della nonna. Con un salto di quattordici anni si arriva al presente, portando a tre il numero dei piani narrativi, ognuno dei quali viene visivamente rappresentato in una maniera diversa: il presente ha una fotografia realistica, quasi classica; i flashback sono contrassegnati da dei toni vintage e vivaci; le scene sulla gioventù della nonna non hanno nessun tipo di identità visiva. Infatti, quest’ultimo livello viene inserito in maniera del tutto casuale e sommaria nel corso della pellicola e con schemi visivi differenti, rendendo i vari frammenti ancora più inconsistenti. Ad eccezione di quello del presente, nel resto del film il comparto fotografico, a cura di Maryse Alberti (The wrestler, 2008; Collateral Beauty, 2016), è di scarsa qualità, così come molte delle scelte registiche di Ron Howard, decisamente banali e confusionarie. Ad esempio, Howard ricorre spesso a delle soggettive del protagonista illogiche. Nonostante la descrizione della messa in scena non sia delle migliori, essa non rappresenta il difetto peggiore del film. Infatti, ciò che non convince affatto sono la sceneggiatura e i personaggi, che hanno penalizzato l’unico aspetto positivo del film, ovvero la recitazione di Amy Adams e Glenn Close, quest’ultima candidata all’Oscar come Miglior attrice non protagonista. Le loro performance, in particolare quella della Close, hanno ottenuto particolare rilevanza anche grazie all’arduo lavoro sul trucco ad opera di Eryn Krueger Mekash, Patricia Dehaney e Matthew Mungle, che hanno dovuto replicare realisticamente i volti dei veri personaggi. Andando al succo della vicenda, l’idea di ritrarre una realtà americana poco raccontata nella storia del cinema, ovvero quella dei montanari degli Appalachi, e, a un livello più profondo, di raccontare quanto sia difficile allontanarsi da una persona cara è potenzialmente interessante. Lo sviluppo di questi due elementi e la loro trasposizione in opera cinematografica sono stati la loro rovina. Il personaggio di J. D. a tratti si dimostra snervante a causa della sua continua oscillazione dichiarata più volte tra il volere stare con sua madre e il voler partecipare al colloquio, facendo svanire qualsiasi tipo di empatia. I personaggi di contorno sono sviluppati talmente poco da non giustificare la loro presenta all’interno del film. Inoltre, la messa in scena di alcuni personaggi che dovrebbero rappresentare le diverse istituzioni con cui si confronta e si scontra J.D. sono delle vere e proprie macchiette: i commensali alla cena dei colloqui, di provenienza sociale presumibilmente alta, sono snob e strafottenti nei confronti dei contadini; i poliziotti sono estremamente severi, quasi rappresentati come degli antagonisti; i medici non escono fuori dal protocollo, sono intransigenti, cinici e, ovviamente, pronunciano le frasi fatte tipiche di queste situazioni come “se potessi fare di più lo farei”, “ho le mani legate”, “questo è il regolamento” e “non posso fare altro”. L’utilizzo così scadente dei dialoghi azzera l’enfasi in molte scene climax del film.

In conclusione, con Elegia americana Ron Howard tocca un punto veramente basso all’interno della sua carriera. L’unica consolazione è quella di sperare nella prima vittoria agli Oscar di Glenn Close, che conta otto candidature.

Pro:

  • Le performance di Glenn Close ed Amy Adams sono l’unica cosa che salvano il film.

Contro:

  • Il comparto visivo è confusionario e non è tecnicamente sufficiente.
  • La sceneggiatura e i dialoghi sono stati sviluppati in maniera retorica e banale.
  • I personaggi, penalizzati dai dialoghi, non hanno il minimo spessore e sono delle macchiette.

2 / 5. 1