Eraserhead – La mente che cancella

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David Lynch

Eraserhead - La mente che cancella

Scheda:

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Titolo originale:

Eraserhead

Uscita Italia:

2 Giugno 1981

Uscita USA:

3 Febbraio 1978

Regia:

David Lynch

Sceneggiatura:

David Lynch

Genere:

Grottesco, Horror

REDAZIONE: ★9.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Un uomo, avvolto in un contesto sospeso fra l’incubo e l’irrealtà, diventa padre di un’orrenda creatura aliena.

Il tipografo Henry Spencer (Jack Nance) vive in una città buia e squallida. Tornando al proprio appartamento, riceve l’invito di una ragazza conosciuta tempo prima, Mary X (Charlotte Stewart). A cena da quest’ultima, ne conosce i familiari: madre (Jeanne Bates), padre (Allen Joseph) e nonna(Jean Lange).

L’atmosfera è irreale e onirica. I membri della famiglia di Mary adottano comportamenti inusuali e inquietanti, mentre le stranezze attorno a Spencer si moltiplicano. L’uomo viene poi interrogato dalla madre circa i rapporti avuti con la figlia, che si scopre essere incinta. Spencer è costretto al matrimonio. Tempo dopo, i neo-sposi vivono assieme al proprio bambino, orrida creatura dall’aspetto alieno.

Da un certo momento in poi Spencer viene lasciato da solo con il figlio.

Il suo pianto ininterrotto porta l’uomo sulla soglia della follia. Ogni notte sogna una misteriosa figura femminile dal volto deforme (Laurel Near), che sorride e balla. Dopo aver tradito la moglie con la vicina (Judith Roberts), Spencer aggiunge un tassello al proprio sogno ricorrente:la donna misteriosa gli canta In Heaven.

La discesa nell’incubo per Spencer si fa sempre più precipitosa. Accadono fatti irreali, inquietanti, nella più totale confusione fra realtà e sogno. La creatura sembra farsi beffe di lui, che sogna, fra l’altro, di essere decapitato e di incontrare un mostro alieno. Quando la moglie rientra in casa con uno sconosciuto, la disperazione di Spencer è irrecuperabile. Uccide quindi il figlio e si ricongiunge alla donna del sogno, pronta ad accoglierlo mentre una luce bianca invade lo schermo.

Recensione:

Quando, a distanza di decenni chiesero, a David Lynch di commentare il proprio film d’esordio, Eraserhead, il regista lo definì, senza ulteriori spiegazioni, «il mio film più spirituale». Di certo è fra le opere più criptiche e rarefatte del maestro di Missoula, che per sua stessa ammissione iniziò a realizzare film partendo dall’intuizione che il cinema fosse l’unico modo per creare dipinti in movimento. L’atmosfera, il susseguirsi di immagini inconsce e la quasi assenza di dialoghi contribuiscono effettivamente a fare di Eraserhead un piccolo poema sensoriale e onirico, le cui impressioni agiscono al di là della razionalità e di qualsiasi schema interpretativo si voglia adottare. Vi si avvicinano, nella carriera di Lynch, gli inquietanti cortometraggi animati realizzati nel corso degli anni e l’ormai mitologico episodio VIII di Twin Peaks – The Return (2017). Un umorismo grottesco e straniante si coniuga con una supremazia dell’immagine sul testo.

A livello interpretativo sono due le vulgate, estremamente deleterie, rispetto alle opere di Lynch. Da un lato c’è chi tenta di dare un senso logico a quanto vede, trattandone i film quasi fossero meccanismi ad orologeria o giochi enigmistici la cui chiave si colloca fra significante e significato. Riducendo pertanto Lynch a un antesignano di Christopher Nolan, e Mulholland Drive (2001) a un antenato di Inception (2010). Dall’altro si tende ad abbandonarsi passivamente al film, ritenendo impossibile qualsiasi comprensione e affidandosi a una sorta di gusto dell’incomprensibile tutto a carico del regista stesso. Peccando, quindi, del vizio decisamente masochista di ritenersi fra pochi adepti degni di farsi turbare dalle sue opere. Entrambi questi atteggiamenti sembrano dimenticare due caratteristiche fondamentali di Lynch come autore. La prima è il già citato senso dell’umorismo, certamente non esplicito ma pervasivo in tutta la sua opera. La secondaè il suo costante riferimento alla meditazione trascendentale come processo di miglioramento individuale e collettivo. Lynch non ricerca né un elitario gioco intellettuale fine a se stesso, né una facile gloria da autore inafferrabile: il suo cinema semmai è una seduta di meditazione, tesa a percorrere con lo spettatore un processo di apertura alle idee. Che, afferma Lynch stesso, «arrivano nei modi più impensati. Basta tenere gli occhi aperti». In questo senso la supposta spiritualità di Eraserhead diventa più chiara.

La storia del protagonista Spencer, scritta da Lynch che del film ha curato tutti gli aspetti produttivi e realizzativi, è effettivamente un viaggio spirituale. Che prende avvio da un contesto alienante, quasi kafkiano, di miseria e orrore. Spencer, che abita in una città respingente e anonima, è chiamato a sposare una donna che non gli appartiene. Successivamente, si assume la paternità di un essere alieno, viene smembrato e attraversa ogni tipo di incubo. Salvo poi, sul finale, raggiungere una sorta di candida serenità accogliendo il misterioso messaggero in bianco che ricorre per tutto il film. La trama, relativamente spoglia, segue tuttavia questa decisa traiettoria:

quasi fosse la parodia di una commedia romantica in pieno stile americano, o un romanzo di (de)formazione in cui le immagini prendono il posto delle parole.

È proprio il comparto visivo ad aver reso iconico il film e le sue atmosfere oniriche. Il teatro bianco e nero di Frederick Elmes (Velluto Blu, 1986; Parteson, 2016) e Herbert Cardwell accompagna il protagonista fino all’esplosione cromatica di bianco del finale e contribuisce decisamente all’’inquietudine generale. Che, come un basso continuo, percorre tutto il film. Il riferimento musicale non è casuale: il sonoro, a prescindere dai dialoghi riveste un ruolo fondamentale. La colonna sonora inquietante di Peter Ivers, atta quasi a trasporre su un altro piano sensoriale lo squallore visibile delle ambientazioni, si alterna alla perfezione alla serenità, mai totale ma sempre pervasa di dolce paura, di In Heaven, scritta da Lynch stesso con Alan Splet.

Trucco ed effetti speciali, complice il travaglio produttivo e le limitazioni economiche con cui venne girato, sono integrate alla perfezione con l’atmosfera generale del film. La creatura aliena, la cui vaghezza nella realizzazione, voluta dallo stesso Lynch, ha contribuito a renderlo un oggetto di culto, sembra anticipare il mostro di Alien (1979). Il protagonista, così come la donna vestita di bianco, anticipano invece la galleria di freaks che dà lì in poi avrebbero costellato il cinema di Lynch. Che, mai come qui, gioca con il meccanismo più efficace del perturbante (unheimliche): vale a dire, il senso di inquietudine provocato da qualcosa che ci dovrebbe essere familiare, oppure la paura generata dal percepire come vivente qualcosa che non dovrebbe esserlo. Così come la natura dell’alieno ci rimane ignota, così anche un topos solitamente rasserenante come la cena in famiglia diventa occasione di inquietudine e senso di stranezza (weired).

Eraserhead è un’opera che trova, nel suo essere unica e peculiare, sia il proprio pregio che il proprio limite. Rappresenta tuttavia una pietra miliare nel cinema grottesco, nonché esempio di esordio fulminante e oggetto di grande impatto sull’immaginario popolare. La sua onda lunga sembra arrivare fino al recente Sto pensando di finirla qui (2020) di Charles Kaufmann, mente In Heaven gode di cover musicali realizzate da Bauhaus e Pixies.

Pro:

  • Comparto visivo e sonoro tesi a creare un’atmosfera evidente.
  • Sapiente ricorso a simboli e immagini più suggestive che esplicative.
  • Estetica coerente e innovativa.

Contro:

  • Estrema difficoltà interpretativa.

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