Fino all’ultimo Respiro



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Jean-Luc Godard

Fino all'ultimo respiro

Scheda:

fino_allultimo_respiro_info

© Les Productions Georges de Beauregard

Titolo originale:

À bout de souffle

Uscita Italia:

7 Febbraio 1961

Uscita USA:

30 Maggio 2014

Regia:

Jean-Luc Godard

Sceneggiatura:

Jean-Luc Godard

Genere:

Drammatico

VOTO: ★9-

Cast:

Trama:

La vicenda esistenziale e sentimentale di un ladro che vive, sfrenatamente, tra furti e rapine, braccato dalla polizia.

Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) è un affascinante quanto disinteressato criminale francese. A Marsiglia, ruba un’automobile e viene fermato da un poliziotto per eccesso di velocità. Rischiando di venire scoperto, Michel si trova costretto a uccidere il vigilante.

Il viaggio del ladro prosegue fino a Parigi, dove deve fermarsi per risolvere dei conti in sospeso, con l’intenzione di fuggire poi in Italia. Nella capitale ritrova però Patricia (Jean Seberg), studentessa americana verso cui prova una sorta di sentimento, e che vorrebbe coinvolgere nel proprio esodo. Michel comincia così a frequentarla, rendendola man mano partecipe del proprio stile di vita al di fuori della legge: la vorrebbe al proprio fianco come compagna e complice. Patricia, pur innamorata del rapinatore, cerca di allontanarsene per eccessivo timore.

“Michel continua a condurre la propria esistenza sfrenata fra furti e lunghe pause di lettura e riflessione, fino a scoprire di essere ricercato dalle forze dell’ordine.”

Fra i vari personaggi incontrati, particolarmente significativo risulta lo scrittore Parvulesco (Jean-Pierre Melville), che afferma di voler diventare immortale e poi morire. Patricia, non volendo più seguire l’amato e andando contro a propri stessi desideri, lo denuncia. Al termine di un ultimo inseguimento, Michel viene perforato da un proiettile, morendo sotto lo sguardo della studentessa.

Recensione:

Non è facile parlare di Fino all’ultimo respiro utilizzando le categorie di critica filmica normalmente adoperati. Perché, più che di film, si tratta di un esperimento di destrutturazione dei canoni atto a fondare un nuovo modo di pensare e produrre il racconto cinematografico. Opera dalla trama labile e dalla regia che oggi apparirebbe amatoriale, il primo lavoro di Jean-Luc Godard (Il disprezzo, 1963; Il bandito delle 11, 1965), già critico per i Cahiers du cinéma, è annoverabile fra le pietre miliari più estreme della Nouvelle vague. Prima di produrre una valutazione in senso stretto, è necessario comprendere le ragioni più rappresentative di tale corrente cinematografica, e come queste si ritrovino alla perfezione nel film di Godard.

1. Lo smascheramento dell’illusione cinematografica hollywoodiana: il film deve essere innanzitutto testo teorico sul linguaggio filmico, quindi tutti i meccanismi sono messi allo scoperto. L’abbattimento della quarta parete, gli apparenti errori di montaggio, la presa diretta del suono e l’utilizzo della camera a mano sono, prima ancora che esigenze dovute alla povertà di mezzi, manifesto programmatico del “film che si mostra in quanto film”. Godard, assieme ai propri montatori Cecile Decugis e Lila Herman, riscrive la grammatica dell’invisibilità tipica dei classici hollywoodiani, per cui il godimento dello spettatore è dovuto all’illusione di stare assistendo alla realtà: qui lo spettatore deve sapere di stare assistendo a una finzione intellettuale.

2. L’utilizzo delle icone: proprio il quanto riflessione sul linguaggio, il cinema di Godard fa uso di elementi linguistici, e di immagine, singolarmente presi e giustapposti.

“La differenza che passa fra un film comune e uno di Godard è la stessa che passa fra un romanzo narrativo e un catalogo di biblioteca, o un dizionario.”

Il riferimento della Nouvelle vague è il cinema di genere poliziesco americano: così Godard prende i riferimenti a Humphrey Bogart, ai noir di Raymond Chandler e agli stereotipi sui film gangster, e li inserisce senza una necessaria continuità. Di nuovo, il film può mostrare i suoi meccanismi e per farlo si auto-scompone in unità minime di significato.

L’inizio fulminante di Fino all’ultimo respiro, con il protagonista in primo piano che compare fumando da dietro un giornale, esprimendo già come in una locandina tutti i propri tratti caratteristici, è indicativo in tal senso. Così, anche la godibile colonna sonora jazz di Martial Solal (che lavorerà anche a The dreamers, 2003, di Giuseppe Bertolucci, grande omaggio alla Nouvelle vague) ha lo scopo di rimandare a una sfera semantica di riferimenti, più che di accompagnare un’azione che, come vedremo, non esiste nemmeno.

3. La trama come supporto secondario e divagazione esistenziale: il soggetto di François Truffaut (altro fondatore della Nouvelle vague con i coevi I quattrocento colpi e Tirate sul pianista) non presenta una storia forte e pregna di eventi o intrecci. Sono, anzi, altri tre elementi a contare: in primis, l’appartenenza al genere noir che, come si è detto, è il riferimento culturale e immaginifico dei cosiddetti «giovani turchi» (i membri dei Cahiers du cinéma che, da critici e teorici, divennero registi). In secondo luogo, il realismo: se il cinema precedente, almeno fino al Neorealismo italiano, è opera di finzione, la Nouvelle vague vuole che il film sia «ontologia del reale» (George Bazin): la vicenda del ladro Michel è ripresa da un fatto di cronaca e, siccome aderisce alla vita di tutti i giorni, non presenta particolari elementi di sorpresa. In terzo luogo, lo sviluppo della storia deve essere vago e senza direzioni necessarie. Questo per due motivi: da un lato, la trama non è che supporto alle icone di cui sopra; dall’altro, contaminandosi con il clima esistenzialista vigente in Europa in quei decenni, i personaggi non sono dotati di scopo. Quello che nei manuali americani di sceneggiatura si chiama aim, la motivazione che muove tutto, non ha senso di sussistere perché assente nel fluire dell’esistenza comune.

In Fino all’ultimo respiro, il protagonista è mosso non da avarizia o da ambizione, ma da una sorta di disperata fame di “vivere qualcosa”: il crimine per lui è un passatempo esattamente come fumare, leggere il giornale o innamorarsi. Il riferimento esistenzialista giustifica anche le numerose divagazioni: dal celebre dialogo nella stanza d’albergo, che interrompe l’incedere narrativo per 20 minuti (quasi 1/3 del film), all’incontro con lo scrittore, peraltro interpretato dal regista maestro del poliziesco francese Melville (Frank Costello faccia d’angelo, 1967; I senza nome, 1970). Siamo, in sintesi, nel pieno di quel regime di narrazione filmica che Gilles Deleuze chiamerà «immagine-tempo», contrapponendola all’«immagine-spazio» del genere classico.

In definitiva, l’esordio di Godard andrebbe vissuto in quanto manifesto. Giustamente acclamato fra i film che hanno cambiato la storia del cinema, allo spettatore di oggi potrebbe risultare straniante, come del resto lo fu ai tempi dell’uscita. D’altra parte, lo spettatore di oggi deve ricordare che, senza film come Fino all’ultimo respiro, la produzione cinematografica nel corso dei decenni avrebbe preso delle direzioni senza dubbio diverse e imprevedibili.

Pro:

  • Fra i film che, ragionando sulla natura stessa del cinema, ne hanno cambiato la storia.

Contro:

  • Essendo un film sperimentale e intellettuale, non va visto come prodotto qualsiasi. Più che un “contro”, è un avvertimento: sarebbe come leggere un dizionario credendo di avere fra le mani un romanzo.

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