Giulietta degli spiriti

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Federico Fellini

Giulietta degli spiriti

Scheda:

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© Cineriz

Titolo originale:

Giulietta degli spiriti

Uscita Italia:

28 Ottobre 1965

Uscita USA:

3 Novembre 1965

Regia:

Federico Fellini

Sceneggiatura:

Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi

Genere:

Drammatico, Grottesco

VOTO: ★7.5

Cast:

Trama:

Una donna dell’alta borghesia romana, timida e sognatrice, deve fare i conti con un terribile sospetto.

Giulietta Boldrini (Giulietta Masina), signora dell’alta borghesia di Roma, passa la propria estate in una villa presso Fregene, fra incontri mondani e momenti di riposo. Compita e di educazione religiosa, nella sua memoria è fermo il ricordo del nonno, personaggio ribelle che fuggì in volo con una ballerina. Giulietta vive e organizza ricevimenti con il socievole Giorgio (Mario Pisu): il loro matrimonio però è minato dai sospetti di lei. Giorgio pare nascondere, infatti, un nuovo amore.
Giulietta attraversa una crisi legata a questo inedito sentimento di solitudine. Oltre ad avere dedicato tutta la propria vita al matrimonio, non ha alcun rapporto di confidenza con la madre e le superficiali sorelle.

“Spesso colta da visioni surreali e oniriche, partecipa ad alcune sedute spiritiche e incontri con un mistico orientale.”

Arriva addirittura, al culmine della preoccupazione a della gelosia, a rivolgersi a un’agenzia investigativa privata che scopre, senza ombra di dubbio, gli effettivi tradimenti di Giorgio. Giulietta, in cerca di distrazione, viene anche tentata da Susy (Sandra Milo), una vicina dedita al vizio e alle apparenze. Alla fine, cede a lasciar allontanare il marito.

Una nuova consapevolezza, tuttavia si affaccia nella vita di Giulietta. Reagendo emotivamente ai traumi, va incontro in abito bianco al mare ventoso, simbolo di rinascita spirituale.

Recensione:

Primo lungometraggio a colori per Federico Fellini, Giulietta degli spiriti è, per tematiche e stile, una sorta di riedizione in chiave kammerspiel del precedente (1963). Al centro del dramma, la contraddizione insondabile fra verità e menzogna, fantasia e realtà. La protagonista, come ne Lo sceicco bianco (1952), si trova a fronteggiare un tensione fra la propria costringente situazione matrimoniale e il dominio della propria immaginazione: qui però l’escapismo assume toni minacciosi e inquietanti, così come negativo è il desiderio estremo di sondare la realtà dei fatti (rappresentata dallo sguardo del detective, contraltare simbolico della stessa macchina da presa). Interessante poi l’emergere anche della tematica di colpevolezza religiosa, esplicata nella magnifica sequenza della recita con le suore, e della liberazione dalle barriere mentali rese nel personaggio del nonno. Altri elementi ricorrenti in Fellini, e qui rintracciabili, sono i luoghi simbolici del circo e del mare, soglia di riflessione e cambiamento, che compare, oltre che nei film citati, anche ne La strada (1954) e ne La dolce vita (1960).

Il pregio maggiore del film risiede nell’utilizzo, per Fellini quasi inedito e fortemente espressivo, del colore. La fotografia di Gianni di Venanzo (I soliti ignoti, 1958; La notte, 1961) utilizza una palette cromatica completa e piena di colori saturi, combinati con la qualità della pellicola, volti ora a sottolineare l’atmosfera delle sequenze oniriche, ora la luce torrida ed estiva delle località balneari laziali. Di grande efficacia sono poi alcuni giochi di luci ed ombre, che tendono ora a nascondere, ora ad evidenziare le espressioni dei personaggi in scena. Ad esserne nobilitati sono però soprattutto i costumi di Piero Gherardi, già collaboratore del regista e due volte premio Oscar: giocando fra il barocco della nobiltà decadente romana, l’esotismo dei mistici orientali e la freddezza dell’agenzia di detective, è la prima volta in Fellini che si assiste a una così felice combinazione di immagini. Complici, sempre di Gherardi con Giantito Burchiellaro (Il mostro, 1994) e Luciano Ricceri (La terrazza, 1980), anche le scenografie: è quasi leggendaria la mania di Fellini per le ricostruzioni nei teatri di posa di Cinecittà.

“Il suo cinema è teatrale, illusionistico come la sua stessa narrazione: nella mente della protagonista si affastellano spettri e ricordi dell’infanzia così come agli occhi dello spettatore si alternano quinte da palcoscenico e scenari architettonici di sempre rinnovata inventiva.”

La regia di Fellini, sempre più personale e distintiva, sa muoversi attraverso gli ambienti dell’immaginazione con grazia ed espressività. Tratti riconoscibili, nonché prova di perizia tecnica, sono i giochi con gli specchi in determinate scene e la direzione degli attori in veri e propri caroselli, accompagnati dalla sempre perfetta e sognante colonna sonora di Nino Rota. Laddove tuttavia in film perde in mordente, è proprio nella sceneggiatura dello stesso autore e dei ricorrenti collaboratori Ennio Flaiano, Tullio Pinelli e Brunello Rondi: la frammentazione tesa a seguire il filo mentale del protagonista, se altrove rappresenta l’essenza del cinema di Fellini, qui appare eccessivamente spinta alla rarefazione, quando non ad una confusione vera e propria. Si potrebbero ipotizzare vari motivi di tale scarto qualitativo: forse Fellini si trova più a suo agio nel trasferire i propri pensieri in un alter-ego maschile quale Mastroianni, oppure la struttura a diario di impressioni mal si adatta al dramma di ambientazione borghese. Sta di fatto che Giulietta degli spiriti, a livello di scrittura, ripete spunti già espressi, senza aggiungere nulla di nuovo e senza migliorarne l’efficacia espressiva. I momenti narrativamente più felici, dove peraltro la connessione fra immagine, parola e situazione raggiunge il proprio apice, sono proprio le sequenze oniriche e simboliche: che, stavolta, risultano davvero isolate e disperse in una trama debole e poco efficace.

Già il critico Morando Morandini, all’uscita del film, lo descrisse come un’opera da sfogliare come un album di immagini, più che un lavoro cinematografico vero e proprio. Se dal punto di vista della messa in scena Fellini fa un passo avanti nella propria maturazione, la storia sembra essere più trascurata. Manca pure, apparentemente, quella capacità di empatia con i personaggi che caratterizza generalmente la produzione del maestro riminese: la protagonista, interpretata da una Giulietta Masina adatta al ruolo ma in difficoltà con un personaggio forse poco sentito dal regista stesso, manca di quella complicità con l’autore che, nel gioco di ammiccamenti fra realtà e finzione tipico di Fellini, trovava massima espressione. Non la migliore prova d’autore dunque: tuttavia, uno studio interessante per la riproposizione di tematiche note in chiave inedita.

Pro:

  • Scenografie, costumi e fotografia perfetti nel bilanciamento fra teatralità e stile barocco.
  • Regia tecnicamente ottima e adatta nella direzione degli attori.
  • Colonna sonora al passo con i caroselli di personaggi.

Contro:

  • Sceneggiatura incerta che alterna ottime sequenze, scollegate fra loro, a una frammentarietà poco mordente.
  • Riproposizione di tematiche meglio espresse altrove nella filmografia di Fellini.

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