I 400 colpi

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François Truffaut

I 400 colpi

Scheda:

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© Les Films du Carrosse

Titolo originale:

Les Quatre Cents Coups

Uscita Italia:

26 Settembre 1959

Uscita USA:

16 Novembre 1959

Regia:

François Truffaut

Sceneggiatura:

François Truffaut, Marcel Moussy

Genere:

Drammatico

REDAZIONE: ★9+

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

La vicenda di un ragazzino emarginato e ribelle fra famiglia, scuola e riformatorio.

Parigi, fine anno 50: Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) è un ragazzino inquieto che vive con una madre fredda (Claude Maurier) e un patrigno disattento (Albert Rémy) in una casa molto modesta. La scuola è il luogo in cui il suo senso di disagio esplode maggiormente, isolato dagli altri compagni e da una struttura educativa che non tiene conto di lui. Antoine tende così a isolarsi nelle letture e nella solitudine.

Unico conforto, l’amico e compagno di classe René (Patrick Auffay), con cui gli capita di marinare la scuola. Un giorno Antoine scopre la madre baciare uno sconosciuto per strada: salta così nuovamente la scuola, per poi giustificarsi affermando che la madre è morta. Scoperto e vergognandosi, scappa di casa.

“Dopo una notte di vagabondaggio per Parigi, Antoine torna dalla madre che lo perdona e gli chiede di prendere voti migliori:”

il ragazzo decide così di copiare una pagina di Balzac per un tema, venendo però nuovamente scoperto e punito. Lì decide di fuggire definitivamente per andare a vivere da René. Ruba anche una macchina da scrivere al padre, per potersi pagare una vacanza con l’amico al mare, che non ha mai visto. Il risultato è nuovamente catastrofico: Antoine viene scoperto e messo in cella per una notte. La madre acconsente a mandarlo in un riformatorio, dove la disciplina si rivela spesso punitiva e violenta.

René tenta di andare a trovarlo in riformatorio ma non può parlargli; la madre lo lascia invece a se stesso. Stremato, Antoine riesce a fuggire per arrivare fino al mare, intingere i piedi nell’acqua e volgere lo sguardo verso lo spettatore, in un fermo immagine straziante.

Recensione:

Esordio strabiliante di François Truffaut, al tempo acceso critico dei Cahiers du cinéma e autore di cortometraggi, I 400 colpi (equivalente francese del nostro «fare il diavolo a quattro») è indicato come il film fondativo della Nouvelle vague assieme al coevo Hiroshima non amour di Alain Resnais e Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard. Proprio il confronto fra quest’ultimo e l’amico e collega Truffaut ci aiuta a comprendere le due direzioni essenziali di quel movimento di cineasti giovani e indipendenti che, ispirandosi sia al neorealismo italiano che alla Hollywood dei registi-autori, contribuirà a una potente rivoluzione nel cinema e nell’immaginario mondiale. Da un lato, con Fino all’ultimo respiro, si ha la provocatoria volontà di denudare i meccanismi della sintassi cinematografica (ma anche della semantica di genere, noir in tal caso) in un continuo gioco di rimandi, esperimenti, scherzi semiotici; dall’altro, con I 400 colpi, si rende invece evidente la necessità di guardarsi alle spalle, riprendendo i grandi modelli, per inventare un cinema personale, militante, di forte impatto realistico e poetico. L’aspetto personale e autoriale risiede nel fatto che il soggetto costituisce il primo capitolo della saga autobiografica di Antoine Doinel, che ritornerà in altri quattro film fra cui Baci rubati (1968). I 400 colpi, raccontandone l’infanzia, testimonia peraltro la delicata e attenta passione di Truffaut per il mondo dei bambini e soprattutto per la pedagogia, che sarà al centro di Ragazzo selvaggio (1970).

La sceneggiatura, scritta assieme a Marcel Moussy, è infatti tanto psicologicamente approfondita e attenta al giovane protagonista e al suo amico, quanto crudamente realistica e severa verso l’universo adulto, fatto di genitori distanti e docenti incapaci e incattiviti. Perfetti risultano i dialoghi, così verosimili e prossimi alla quotidianità, così come la trattazione dei personaggi. La struttura narrativa, pur avendo come oggetto una vicenda relativamente semplice, rende ben evidenti i conflitti interni e riesce a incalzare, nel corso della discesa di Antoine alla prigionia del riformatorio, fino allo straziante finale presso il mare. Proprio quest’ultimo, a livello registico, è fra i tocchi di grazia del film:

“un fermo immagine che, oltre a contrapporsi ontologicamente alla cinesi propria del cinema, si ferma sullo sguardo del protagonista pronto ad affacciarsi alla vita adulta.”

Ovviamente la regia di Truffaut non si ferma a questo: memorabili sono anche l’espediente del long-take del colloquio fra Doinel e la psicologa, tenuta fuori campo a sottolinearne l’estraneità, e la soggettiva del ragazzino, in viaggio verso il riformatorio, quando vede Parigi allontanarsi. Questi, oltre al frequente ricorso ai primi piani, sottolineano come Truffaut, oltre al realismo documentarista di Vittorio de Sica e Roberto Rossellini, avesse in mente anche la perizia della macchina da presa di Alfred Hitchcock e Howard Hawks: ingredienti necessari a un cinema verista e allo stesso tempo espressivo, dove oggettivo e soggettivo sono categorie riconciliate entro la fenomenologia della cinepresa.

Le interpretazioni, fra cui spicca il ricorrente Jean-Pierre Léaud, sono ottime così come la direzione attoriale. Si segnala, in una parte minore, Jeanne Moreau. Elegante ed efficace, sia nelle sue componenti realistiche che in quelle legate alla memoria e allo sguardo dell’infanzia, la fotografia di Henri Decaë, fra i più importanti rappresentanti della cinematografia francese con titoli quali Ascensore per il patibolo (1958) di Luis Malle e I senza nome (1970) di Jean-Pierre Melville. Da segnalare, infine, le musiche di Jean Constantin, che hanno in se qualcosa di felliniano: senza peraltro azzardare connessioni indebite, sarebbe tuttavia interessante un paragone fra la dimensione del ricordo esplorata da Truffaut e quella invece ricorrente in Federico Fellini (es. Amarcord, 1973), entrambi autori figli del neorealismo e che da quest’ultimo hanno preso direzioni ben distanti. Curiosamente, qui come in molte opere del maestro riminese, il mare con la sua valenza simbolica e riflessiva chiude le vicende narrate.

I 400 colpi, in definitiva, è un classico in quanto film fondamentale per la Storia del cinema, ma anche per il fatto che, come qualsiasi classico secondo la definizione di Italo Calvino, a distanza di anni e innovazioni tecnologiche ha sempre mantenuta intatta la propria potenza, che si rinnova a ogni visione. Nota conclusiva, il film è dedicato al padre spirituale della Nouvelle vague, André Bazin, le cui considerazioni sul cinema come ontologia della realtà, oggi come allora, restano di ispirazione fondamentale.

Pro:

  • Film fondativo della Nouvelle vague.
  • Sceneggiatura realistica ma avvincente, interpretata da ottimi attori.
  • Regia elegante, che al taglio documentaristico unisce un certo lirismo.

Contro:

  • Nessuno.

4.5 / 5. 4