I Sette Samurai



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Akira Kurosawa

I Sette Samurai

Scheda:

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© Toho Company

Titolo originale:

七人の侍

Uscita Italia:

19 Agosto 1955

Uscita USA:

19 Novembre 1956

Regia:

Akira Kurosawa

Sceneggiatura:

Akira Kurosawa

Genere:

Drammatico, Azione, Storico

VOTO: ★9+

Cast:

Trama:

Nel Giappone rinascimentale, un manipolo di contadini assolda sette samurai per difendersi dalle incursioni di un gruppo di briganti.

Il Giappone, nel XVI secolo, è devastato dalle incursioni dei briganti. I poveri abitanti di un villaggio, guidati da Rikichi (Toshio Tshukiya) e da Yohei (Bokuzen Hidari), decidono così di assoldare dei samurai per difendersi. L’impresa è ardua in quanto i contadini non possono offrire ai guerrieri altro che il proprio raccolto. Per primo trovano il ronin Kambei Shimada (Takashi Shimura).

Questi consiglia loro di rivolgersi ad altri sei combattenti. I successivi cinque sono l’anziano Shichiroji (Daisuke Katô), l’abile Heihachi (Minoru Chiaki) il silenzioso Kyuzo (Seiji Miyaguchi), l’amichevole Gorobei (Yoshio Inaba), il giovane Katsushiro (Isao Kimura). A loro si aggiunge il volgare Kikuchiyo (Toshiro Mifune), che si scopre essere solo un millantatore ma che aspira a diventare samurai.
La convivenza dei samurai con i villeggianti, prima difficoltosa, si fa sempre più stretta, fra amori e amicizie che nascono.

“Un sopralluogo imprevisto dei briganti, però, ha come conseguenza lo sterminio della famiglia dell’anziano del villaggio, che si era rifiutato di abbandonare la casa.”

Durante un contrattacco dei villeggianti, Rikichi assiste alla morte della propria moglie, rapita dai briganti in precedenza: l’amico Heihachi, nel cercare di aiutarlo, viene colpito a morte. Kikuchiyo giura così vendetta agli occhi del villaggio.

Inizia così la lunga battaglia: dopo due giorni, i contadini sono in vantaggio ma il prezzo è la vita di molti. Fra questi, Yohei. Il terzo giorno, i villeggianti hanno quasi vinto: devono solo catturare il capo dei briganti, che è in possesso dell’ultimo dei fucili. Quando il predone, dalla capanna delle donne, fa partire un colpo che uccide Kyuzo, Kikuchiyo si scaglia contro di lui, eliminandolo ma morendo valorosamente a sua volta.

Nel villaggio torna così la pace. I samurai superstiti, Kambei, Katsushiro e Shichiroji si uniscono ai contadini per i festeggiamenti ma sono rattristati dalla morte dei compagni. L’unico a rimanere nel paese sarà il giovane Katsushiro, innamoratosi di una donna del villaggio, Shino (Keiko Tsushima).

Recensione:

I sette samurai è unanimemente riconosciuto come il capolavoro del regista nipponico Akira Kurosawa (Rashomon, 1950; Il trono di sangue, 1957). Celebre anche al di fuori del Giappone, la trama, con relativa morale, sarebbe valsa come spunto per il remake western I magnifici sette (1960) di John Sturges. Il tono picaresco e collettivo della vicenda, peraltro, ha dato origine a una lunga schiera di emuli, dal western della New Hollywood a quello all’italiana di Sergio Leone. In comune, inoltre, il sottotesto esplicitamente politico: i deboli vengono difesi da una casta di guerrieri appartenenti a un passato perduto e ancorati a valori umani pre-capitalistici e pre-industriali.

“Nel Giappone ancora memore dei disastri atomici e prossimo a un progresso rapido e contraddittorio, Kurosawa recupera «l’immensa grandezza del mondo contadino» (Pier Paolo Pasolini)”

fornendo un affresco di umanità unica e scomparsa, connettendola all’antica e ormai romantica filosofia dei samurai. Significativo, a tal proposito, il ruolo dei fucili come armi da combattimento, simbolo di una modernità contrapposta all’abilità manuale, al sacrificio delle armi da mano dei samurai.

Al di là delle interpretazioni più o meno esplicitamente politiche (il critico italiano Goffredo Fofi parla di vero e proprio «socialismo»), I sette samurai risulta innovativo per ulteriori e molteplici fattori cinematografici. In primis, il soggetto e la sceneggiatura dello stesso regista: buona parte della storia ruota non attorno alla battaglia o alla descrizione dei nemici, ma al reclutamento dei guerrieri e alle numerose dinamiche interne al villaggio che ne conseguono. Non esistendo un vero protagonista, ogni personaggio viene tuttavia descritto con sintesi e in modo incisivo, creando dei caratteri ben definiti. Al di là della lentezza apparentemente sfiancante del film, Kurosawa riesce a gestire in modo ottimale il debordante materiale narrativo: lo spettatore può immedesimarsi così in ciascuno dei numerosi individui presentati dalla storia e nel loro arco di sviluppo.

Il ritmo dilatato del racconto viene intercalato dalle storie minori, ora drammatiche ora comiche, in modo da rendere il film non solo un’opera d’autore, ma anche un vero e proprio prodotto di intrattenimento. La molteplicità dei punti di vista sarà fondamentale, e ancora più spinta all’estremo da Kurosawa, nel successivo Rashomon.

La regia sfrutta al meglio le ottime ricostruzioni scenografiche, realistiche e storicamente accurate, ad opera di So Matsuyama. Ogni inquadratura assume così le caratteristiche formali e spaziali di un dipinto. Efficaci ed emozionanti, non solo per l’epoca, le scene di battaglia cruente e drammatiche. Un plauso va quindi anche alla fotografia di Asakazu Nakai, che nel 1986 venne nominato agli Oscar proprio per un altro film di Kurosawa, Ran. Il montaggio, sempre a cura del regista, riesce a coniugare la staticità dei primi piani e la dinamicità dei campi più ampi.

Le interpretazioni, pure, risultano efficaci. Favoriti dai tratti distintivi dei singoli costumi e dall’accuratezza del pubblico, ogni personaggio riesce a riportare la propria storia e il proprio carattere senza risaltare eccessivamente sugli altri. Rimane tuttavia rilevante e maggiormente impressa l’interpretazione complessa e sfaccettata di Toshiro Mifune. Le musiche di Fumio Ayasaka (I racconti della luna pallida di agosto, 1953; Gli amanti crocefissi, 1954) sono infine essenziali ma ben distribuite, con un leitmotiv principale a scandire i momenti di raccordo.

I sette samurai è fra i capolavori del cinema mondiale, per estetica, significato e portata storia. Film praticamente quasi senza difetti, risulta fondamentale in Oriente e in Occidente, e soprattutto un racconto ancora capace di emozionare dopo quasi settant’anni.

Pro:

  • La portata storica, cinematografica, culturalmente rivoluzionaria del film.
  • Sceneggiatura che riesce a gestire un’immensa portata narrativa.
  • La perfezione di tutti i comparti tecnici, dalla regia alla fotografia.

Contro:

  • La dilatazione temporale, mitigata tuttavia dalla molteplicità delle store e dei momenti narrati.

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