Il Casanova di Federico Fellini

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Federico Fellini

Il Casanova di Federico Fellini

Scheda:

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© Titanus

Titolo originale:

Il Casanova di Federico Fellini

Uscita Italia:

7 Dicembre 1976

Uscita USA:

11 Febbraio 1977

Regia:

Federico Fellini

Sceneggiatura:

Federico Fellini, Bernardino Zapponi

Genere:

Grottesco, Drammatico, Storico

VOTO: ★9+

Cast:

Trama:

La vita e le avventure erotiche di Giacomo Casanova, nobile e conquistatore, nell’Europa del Settecento, fra visioni mistiche e amplessi estatici.

Mentre nella Venezia del XVIII secolo si festeggia il fastoso carnevale, il nobile Giacomo Casanova (Donald Sutherland) si reca presso la villa dell’ambasciatore francese, dove ha un amplesso con una suora amante del padrone di casa. Di ritorno, Casanova viene arrestato dal Tribunale dell’Inquisizione con diverse accuse a carico, fra cui magia nera.

Evaso dal Carcere dei Piombi, Casanova si reca a Parigi presso la marchesa Dufré (Cicely Browne), ossessionata dalle ricerche sulla pietra filosofale e la vita eterna. Suo desiderio è essere fecondata per poi rinascere in un uomo immortale. Casanova la sottopone quindi a un rito di iniziazione erotica. Passano due anni, e a Forlì Casanova accetta di essere protettore di Enrichetta (Tina Aumont), ragazza francese dedita a travestirsi di abiti maschili. Entrambi sono ospiti del marchese Du Bois (Daniel Emilfork-Berenstein). Enrichetta improvvisamente parte, gettando Casanova nello sconforto. Il nobile si trasferisce a Londra: a seguito di un ennesimo litigo con una donna, stavolta la sua sposa Charpillion (Carmen Scarpitta), tenta il suicidio gettandosi nel Tamigi. Scorge però l’esistenza di un circo itinerante, la cui maggiore attrazione è una donna gigante (Sandy Allen) che lo attrae.

“Cambiando nuovamente luogo, Casanova si reca a Roma ad una festa dell’ambasciatore inglese lord Talou (John Karlsen):”

questi gli propone di sfidare il virile cocchiere Righetto a una gara di prestazioni sessuali. Avvenuta questa sotto gli occhi tifosi degli astanti, Casanova viene dichiarato vincitore. Segue poi un’ennesimo viaggio in Europa continentale, fra appuntamenti galanti e orge, fino ad un vacuo incontro con la madre perduta per anni, ora residente a Dresda. In cerca di impieghi diplomatici, Casanova arriva al castello del duca di Württemberg (Dudley Sutton), dove ha un amplesso estatico con una bambola meccanica, Rosalba (Leda Lojodice).

La parabola esistenziale di Casanova, anni dopo, ha termine in Boemia, ove il nobile ormai anziano si dedica all’incarico di bibliotecario. Maltrattato da tutti, al solitario Casanova non resta che rifugiarsi nelle fantasie di un passato fastoso.

Recensione:

Il Casanova di Federico Fellini, già dal titolo, si propone non come un adattamento pedissequo e storicamente accurato dell’autobiografia Histoire de ma vie di un personaggio reale, ma come un pretesto letterario, volutamente artificioso, per mettere in scena la visione di Fellini stesso a proposito di un certo tipo di sessualità, connessa con la cosiddetta crisi dell’idea di maschio occorsa proprio a partire dagli anni Settanta. Nell’epoca in cui la produzione cinematografica italiana, prendendo indebitamente spunto da Il Decameron (1971) di Pier Paolo Pasolini, dava libero sfogo al libertinaggio con pellicole erotiche caratterizzate da femmine avvenenti e uomini dimezzati e impotenti (i vari Alvaro Vitali, Pippo Franco e, a un livello meno casereccio, Lando Buzzanca), Fellini prende il più celebre ‘maschio predatore’ della Storia per farne l’emblema di un essere schiacciato dal peso stesso della propria supposta missione erotica: un uomo per cui al piacere si sostituisce l’automatismo, al gioco la competizione, alla realtà una finzione pomposa e palesemente falsa. Il sesso per Casanova non corrisponde allo stare nel mondo, ma al cercare di affermarvisi: nella realtà egli è un uomo tanto inetto, tanto incapace di sincere interrelazioni con l’altro da sé, da cadere vittima della passione per un automa. Così come il sesso è stato per tutta la sua vita una costruzione fragile e fallace di rapporti di potere, così al crepuscolo della propria esistenza l’allucinazione resta l’unico lenitivo di fronte a una morte imminente e solitaria.

La caratteristica più spiazzante di questo film è innanzitutto la totale assenza di empatia di Fellini per il proprio personaggio: lungi dall’esserne un alter-ego come il Mastroianni de La dolce vita (1960) e Otto e mezzo (1963), Casanova gli provoca, in maniera intuitiva, un senso di pena e distacco. Ne deriva una freddezza complessiva del film, contrapposta al fasto generale delle ambientazioni ma in linea con numerosi altri elementi narrativi ed estetici, particolarmente inediti per Fellini. Tale distacco emotivo può risultare straniante a chi avesse presente un altro tipo di rapporto fra Fellini e i suoi personaggi: chiaramente, tale senso di disagio è voluto e in linea con il significato del film.

La sceneggiatura, di Fellini e di Bernardino Zapponi (con cui scriverà il successivo, controverso La città delle donne, 1976), utilizzando la frammentarietà episodica del romanzo storico picaresco, segue il classico procedimento felliniano dell’accumulo di situazioni connesso al tema della memoria: come in Amarcord (1973), si tratta infatti di ricordi del passato. Laddove però, nel film di ambientazione riminese, il focus sul protagonista cedeva il passo a una galleria adì comprimari memorabili capaci di farlo maturare, qui l’assolutezza in scena di Casanova è tragicamente connessa alla sua solitudine, alla incomunicabilità con gli altri personaggi, e di conseguenza a una parabola non positiva, ma degenere e spaventosa. I dialoghi in dialetto, più che avere un significato mimetico e di verosimiglianza, accentuano la tematica della finzione dei rapporti e della meta-narrazione. La regia di Fellini è magistrale nel comunicare il senso della sceneggiatura: con una freddezza a tratti chirurgica, appunto, tipica di chi vuole prendere le distanze dalla materia narrata.

“Non si ha più l’immersione in un mondo, ma l’emersione dei mostri dall’abisso di un animo umano votato alla auto-consunzione (simbolica la prima scena della dea Luna che emerge dal Canal Grande).”

Il ritmo narrativo è lento, a tratti estenuante, ma indicato: il montaggio di Ruggero Mastroianni (Il marchese del Grillo, 1981; La tregua, 1996) sincopato, soprattutto nella delirante scena dell’amplesso con la bambola robotica.

Come tutti i film a colori di Fellini a partire da Giulietta degli spiriti (1965), grande cura è riservata a fotografia, costumi e scenografie. Giuseppe Rotunno, già direttore di fotografia per sontuosi film in costume quali Il gattopardo (1963) di Luchino Visconti, ricrea alla perfezione la qualità luministica riconoscibile, anche a partire dai pittori vedutisti d’epoca, della Laguna veneziana. A Danilo Donati va però il plauso maggiore per i costumi, che hanno conseguito il premio Oscar: accurati e barocchi, sia nel senso dell’estremo sfarzo, sia in quello della dichiarata teatralità. Le scenografie, ricostruite interamente a Cinecittà con un impressionante lavoro di design e carpenteria, vedono fra gli altri, oltre allo stesso Grimaldi, anche la collaborazione di Roland Topor, poliedrico artista francese noto anche per essere l’autore del romanzo da cui è tratto L’inquilino del terzo piano (1976) di Roman Polanski.

Delle interpretazioni, è ovviamente notevole quella di Donald Sutherland: mefistofelico e algido, robotico e concitato ad alternanza, il suo Casanova esprime alla perfezione l’idea di protagonista perso nel proprio sadismo e nel continuo tentativo di affermarsi in quanto soggetto detentore di potere, salvo poi cadere in quell’impotenza naturale è fisiologica che è la morte. Anticipata, quest’ultima, dal perturbante amplesso con la bambola meccanica, simbolo di qualcosa che è già morto prima di nascere, eppure si finge vivo. In genere l’immaginario dell’artificio tecnico, dell’orologeria, non è il primo ad associarsi a Fellini: eppure è variamente presente nel film in questione, anche nell’immagine dell’uccello meccanico (citazione cinefila, forse, al pavone di Ottobre, 1928, di Sergej M. Ejzenštejn). Vi si accosta perfettamente la colonna sonora del solito Nino Rota, stavolta più volta all’utilizzo di suoni meccanici, da carillon appunto. Il Casanova di Federico Fellini è una sorta di capolavoro oscuro: respingente e mai disposto a fare breccia nell’empatia dello spettatore, eppure così spietato ed esatto nei suoi significati.

Pro:

  • Scenografie e costumi sontuosi e volutamente barocchi, per rimandare all’universo di finzioni e illusioni del protagonista.
  • Analisi spietata in linea con la crisi dell’identità maschile in emersione proprio negli anni del film, condotta con efficaci simbolismi ed elementi estetici e narrativi.
  • Ottima interpretazione del protagonista.

Contro:

  • Più che punto negativo, vale come constatazione: dei film di Fellini, Casanova è quello volutamente più ostico e respingente. Il protagonista non può generare empatia nello spettatore e la messa in scena di Fellini fa di tutto per trasmettere tale disagio. Ai colori e all’umanità di Amarcord si sostituisce una freddezza spietata ed efficace.

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