Il nastro bianco

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Michael Haneke

Il nastro bianco

Scheda:

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© Lucky Red

Titolo originale:

Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte

Uscita Italia:

30 Ottobre 2009

Uscita USA:

5 Marzo 2010

Regia:

Michael Haneke

Sceneggiatura:

Michael Haneke

Genere:

Drammatico

REDAZIONE: ★9-

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, alcuni misteriosi accadimenti sconvolgono la vita degli abitanti di un villaggio protestante tedesco.

Un vecchio sarto (Christian Friedel) narra la storia di quando, tra il luglio del 1913 e il 1914, viveva a Eichwald, dove esercitava la professione del maestro e dove ha incontrato la sua fidanzata Eva (Leonie Benesch), una bambinaia. Eichwald è un fittizio villaggio protestante della Germania Settentrionale, nel quale il pastore (Burghart Klaußner), il dottore (Rainer Bock) e il barone (Ulrich Tukur) dirigono le donne, i bambini e i contadini del centro abitato.

“Nei mesi che precedono l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il villaggio viene travolto da una serie di eventi ambigui e bislacchi, primo fra tutti la caduta da cavallo del dottore: qualcuno aveva posizionato un filo tra due alberi.”

Il pastore cura con estremo rigore l’educazione e la fede dei bambini del villaggio, in particolar modo quella dei suoi figli, ai quali fa indossare dei nastri bianchi ogni qual volta questi commettano delle trasgressioni, come promemoria della purezza. Nel frattempo, la moglie di un contadino (Branko Samarovski) muore alla segheria quando le assi del pavimento marce cedono. Durante i festeggiamenti per il raccolto indetti dal barone, il figlio orfano distrugge il campo di cavoli del barone, attribuendo a lui la colpa della morte della madre. La sera stessa, il figlio del barone sparisce per tutta la notte e viene ritrovato nella segheria, legato e malconcio.

Nei giorni successivi, la moglie del barone (Ursina Lardi) se ne va via dal villaggio insieme ai figli. Nel frattempo, il dottore viene rilasciato dall’ospedale e fa il suo ritorno a casa, dove scopriamo la nuda verità delle sue relazioni familiari: abusa sessualmente della figlia Anna (Roxane Duran) e maltratta la levatrice del villaggio (Susanne Lothar), con la quale ha dei rapporti sessuali. Dopo aver scoperto che il figlio Martin (Leonard Proxauf) aveva peccato di atti impuri, il pastore decide di punirlo legandogli le mani durante il sonno. Durante le feste natalizie, il maestro decide di far visita a Eva, con la quale ha instaurato un rapporto profondo e rispettoso. Dopo averle chiesto la mano in matrimonio, riceve dal padre di Eva (Detlev Buck) il permesso di sposarsi, ma solo dopo che sia passato un anno di prova. Una notte, viene scoperto un incendio al granaio del barone. Scoccato l’anno nuovo, la baronessa e i figli fanno ritorno nella dimora del barone. Qui, la baronessa confessa di amare un altro uomo di voler andarsene con i bambini. il pastore prepara i ragazzi del villaggio alla cresima e, dopo aver mortificato sua figlia (Maria-Victoria Dragus) in classe, decide di vendicarsi decapitando il canarino del padre. durante una visita all’intendente (Josef Bierbichler), il maestro viene attirato dalla figlia Emma (Gabriela Maria Schmeide) per raccontargli un suo incubo che successivamente diventerà realtà: il figlio disabile dell’allevatrice verrà aggredito e quasi accecato. nel frattempo, l’intendente viene a sapere che suo figlio ha aggredito il figlio del barone e gli ha rubato un flauto.

Durante le vane indagini su tutti questi avvenimenti, arriva la notizia dell’assassinio dell’erede al trono d’Austria e l’entrata in guerra della Germania. Il giorno della notizia, le famiglie del dottore e della levatrice spariscono dal villaggio, destando in tutti numerosi sospetti, in particolar modo nel maestro, che si reca dal pastore per parlargli dei suoi dubbi. Egli sospetta che i bambini e gli studenti del villaggio avessero una conoscenza preliminare dei problemi locali e che probabilmente li abbiano perpetrati. Il pastore lo rimprovera e minaccia di denunciarlo alle autorità. Il film si conclude pochi giorni dopo l’inizio ufficiale della Prima Guerra Mondiale, nella chiesa domenicale, senza alcuna spiegazione degli eventi che hanno colpito il villaggio.

Recensione:

Due anni dopo la realizzazione del remake shot-for-shot del suo stesso Funny Games (1997), Michael Haneke (La Pianista, 2001; Amour, 2012) torna sul grande schermo scrivendo e dirigendo Il Nastro Bianco, opera in bianco e nero immediatamente acclamata dalla critica, al punto da riuscire ad aggiudicarsi due nomination agli Oscar del 2010 (miglior film straniero e miglior fotografia), ma soprattutto la vittoria di un Golden Globe (miglior film straniero del 2010) e della Palma d’oro al Festival di Cannes 2009. Prima di analizzare nel dettaglio le principali componenti tecniche ed estetiche della pellicola in esame, occorre fare chiarezza sulla sua semantica, che potrebbe risultare particolarmente oscura a uno spettatore disattento o comunque poco avvezzo alle precedenti opere del regista austriaco.

Il Nastro Bianco, come espressamente dichiarato dal narratore-protagonista del film, è un “racconto di strane vicende utili a chiarire alcuni processi maturati nella società tedesca” al termine della Prima guerra mondiale, primo fra tutti: l’ascesa del nazionalsocialismo. La storia è infatti incentrata su un gruppo di bambini prussiani all’apparenza disciplinati e compìti, che assorbendo la rigidità e l’ipocrisia della società circostante, rigorosamente patriarcale e protestante, si dimostrano nel profondo mossi da una cattiveria agghiacciante, in grado di sconvolgere l’equilibrio del villaggio e la coscienza dello spettatore. Ciò nonostante, attraverso questo Deutsche Kindergeschichte (sottotitolo del film presente nella locandina e nei titoli di testa, redatto in corsivo Sütterlin, uno stile tradizionale di bella grafia che veniva insegnato nelle scuole tedesche fino al 1941 e traducibile come “racconto tedesco per bambini” oppure, meglio ancora, come “racconto di bambini tedeschi”) Haneke non si limita a rappresentare le inquietanti origini della generazione che di lì a vent’anni si sarebbe trovata a far parte delle SS di Hitler, ma sembra spingersi oltre, andando ad indicare in modo inequivocabile i veri colpevoli del disastro nazista: gli adulti che sono stati in grado di crescerla.

Nella grottesca fiaba di Haneke (recentemente ripresa e rielaborata da Favolacce, Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2020) non esiste un eroe, né un lieto fine. Ogni personaggio ha una colpa specifica: dal dottore che maltratta l’amante e abusa della figlia, al pastore che educa con implacabile violenza e rigore la prole (imponendole di indossare un nastro bianco, nei fatti più vicino a un marchio indelebile, sulla falsariga della stella a sei punte che avrebbe condotto gli ebrei nei campi di sterminio, che al declamato “monito di innocenza e purezza”); dal barone attaccato solo al denaro, al maestro, così distratto dalla bella bambinaia, da non accorgersi di quanto stia accadendo sotto i suoi occhi. Egli risulta colpevole forse ancora più di tutti gli altri, vuoi per la disarmante indulgenza con cui si appresta a narrare il racconto allo spettatore, vuoi per la totale omertà dimostrata nel momento in cui scopre cosa sia realmente avvenuto: due parole d’istinto al pastore, quindi il silenzio e infine la fuga. Una colpa ancora più grave se si considera il ruolo che la sua figura riveste all’interno di un villaggio contadino, in cui il maestro è docente di vita prima ancora che di nozioni scolastiche. Ad ogni modo, lascia di stucco l’abilità del regista austriaco nel formulare un così preciso j’accuse, attraverso il ricorso a una storia in cui tutti i misfatti restano impuniti, senza che si trovi mai un colpevole. Ancor più sorprendente (almeno per coloro i quali non avessero visto altre opere hanekiane) è inoltre la sua capacità nel mettere in scena un film così freddo e semanticamente violento, senza mostrare mai direttamente scene cruente. L’impressione è che ne Il Nastro Bianco tutto sia così glaciale da riuscire a bloccare ogni cosa, anche quello scorrimento del sangue che altri cineasti contemporanei fanno di tutto per spargere qua e là nello schermo, al fine di impressionare lo spettatore. Haneke sembra non averne bisogno. Egli non solo riesce ad inquietare nascondendo la violenza, ma fa di più, celandola dietro l’apparente velo d’innocenza dell’infanzia e dietro un’indiscussa eleganza formale.

Dal punto di vista strettamente tecnico, il film si dimostra infatti particolarmente raffinato, presentando una regia per lo più statica e priva di virtuosismi, ma eccezionale nella scelta dei punti macchina e nei pochi movimenti di camera. Haneke alterna con maestria spazi ampi, ripresi quasi in sovraesposizione, a interni illuminati con uno stile espressionista. Notevolissimo, inoltre, sia l’uso della profondità di campo, sia il ricorso a campi lunghi e a eleganti piani sequenza inframezzati da primi piani alla Dreyer (v. La Passione di Giovanna d’Arco, 1928).

“A conferire realismo alle vicende è infine la straordinaria fotografia di Christian Berger, che opta per un bianco e nero indispensabile alla buona riuscita del film.”

Questa scelta, infatti, si dimostra particolarmente indovinata non solo perché raffredda l’immagine (incrementando così l’agghiacciante semantica di fondo), ma anche – e soprattutto – per il fatto di riuscire a sottolineare ulteriormente il contrasto tra l’apparente purezza dei bambini (simboleggiata dal bianco, il colore del nastro) e la loro crudele indole (nera come la pece). In glaciale armonia con questi espedienti, vanno pertanto collocate sia la spoglia scenografia, sia la totale assenza di musiche extra-diegetiche, entrambe caratteristiche che danno al film un tono ancor più realistico e tangibile. Un ultimo appunto va infine riservato alla scelta di adottare una voce fuori campo. Sebbene questa potrebbe apparire in alcuni frangenti ridondante, andando ad interrompere la veridicità della messa in scena, occorre precisare come risulti in realtà determinante per smascherare le colpe del narratore, che dopo un racconto così auto-indulgente e raggelante, sembra concludere tutto in modo frettoloso e approssimativo, quasi a considerare quei tragici eventi come stranezze irrisolte di un tempo lontano, a cui lui non ha preso parte solo perché troppo ingenuo o distratto per poterle affrontare nel modo opportuno.

In definitiva, Il Nastro Bianco si dimostra un’opera tecnicamente pregevole, dall’estetica elegante e raffinata, ma allo stesso tempo in grado di trasmettere con estrema efficacia l’agghiacciante semantica di fondo. Una pellicola in tutto e per tutto hanekiana, attraverso cui il Maestro austriaco continua a veicolare, senza alcuna spettacolarizzazione, gli allarmanti messaggi sociali presenti sin dal suo esordio, segnato dalla splendida trilogia della glaciazione (Il Settimo Continente, 1989; Benny’s Video, 1992; 71 frammenti di una cronologia del caso, 1994).

Pro:

  • Opera agghiacciante, sia nel messaggio che nella messa in scena.
  • Regia statica, ma allo stesso tempo elegante e raffinata.
  • Bianco e nero glaciale, esteticamente pregevole e semanticamente significativo.

Contro:

  • Film che potrebbe apparire lento o di difficile comprensione a uno spettatore disattento o comunque poco avvezzo alle opere hanekiane.

5 / 5. 1