Io sono l’amore

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Luca Guadagnino

Io sono l'amore

Scheda:

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© Mikado Film

Titolo originale:

Io sono l'amore

Uscita Italia:

19 Marzo 2010

Uscita USA:

23 Luglio 2010

Regia:

Luca Guadagnino

Sceneggiatura:

Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano, Luca Guadagnino

Genere:

Drammatico

REDAZIONE: ★7.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Il film mostra le vicende della ricca famiglia Recchi, dando principale rilievo al personaggio di Emma, prima di tutto madre, ma anche moglie, nuora e amante.

La ricca famiglia milanese dei Recchi è composta dai coniugi Emma (Tilda Swinton) e Tancredi (Pippo Delbono) e dai loro figli Elisabetta (Alba Rohrwacher), Edoardo (Flavio Parenti) e Gianluca (Mattia Zaccaro Garau).

Mentre l’azienda di famiglia passa nelle mani di Edoardo e Tancredi, Emma scopre per caso che sua figlia Elisabetta è lesbica. Inizia inoltre a provare una forte attrazione nei confronti di Antonio (Edoardo Gabbriellini), un giovane cuoco amico di Edoardo. I due divengono quindi amanti, ma quando Edoardo li scopre ha un acceso diverbio con la madre.

Durante il litigio, il giovane scivola accidentalmente sul bordo della piscina, sbatte la testa e muore.

Emma, dilaniata dal dolore, trovando coraggio nella complicità della figlia, dichiara al marito il suo amore per Antonio e scappa di casa, liberandosi dalle stringenti formalità e dalle convenzioni sociali che attanagliano la famiglia.

Recensione:

Prima pellicola appartenente alla trilogia del desiderio diretta da Luca Guadagnino e seguita dai tematicamente affini A Bigger Splash (2015) e Chiamami col tuo nome (2017). Per la realizzazione del film, presentato nella sezione “Orizzonti” della 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, furono necessari ben 7 anni di scrittura e circa 6 mesi di lavoro in fase di post-produzione, nel corso dei quali, dopo ingenti tagli di montaggio, la durata del lungometraggio passò dai 210 minuti originari agli attuali 120. Una riduzione dunque notevole, che probabilmente ha inciso negativamente sulla godibilità della sceneggiatura, penalizzata da un ritmo della narrazione spesso compassato e da un’introspezione psicologica dei personaggi secondari talvolta eccessivamente approssimativa. Ciò nonostante, il film ha il pregio di non scadere nei cliché tipici del dramma sentimentale o esistenziale, denotando una buona dose di originalità e consapevolezza nel finale, tutt’altro che convenzionale.

Io sono l’amore presenta un comparto visivo di alto livello, che cattura l’attenzione dello spettatore, affascinato dalla bellezza scenografica e fotografica dell’opera.

Le ambientazioni risultano a tutti gli effetti delle co-protagoniste, dimostrandosi essenziali ai fini della contestualizzazione semantica della pellicola. Significativo in tal senso l’evidente contrasto tra il grigiore di Milano, nell’ambito del quale i personaggi si muovono ingessati, condizionati dall’oppressione della formalità e delle convenzioni sociali che si impongono a una famiglia alto borghese, e il liberatorio verde della campagna ligure di Sanremo, cornice perfetta per lasciarsi andare alle passioni più proibite e sfrenate. Ad enfatizzare l’importanza scenografica sono una fotografia vintage, che omaggia il cinema italiano – e più in generale europeo – degli Anni ‘60 e ‘70, e una regia a tratti barocca, ma esteticamente degna di nota. Guadagnino alterna spesso inquadrature sghembe a sinuosi long take, che riflettono la confusione mentale della protagonista, conferendo allo stesso tempo sensualità all’opera. Fondamentale ponte di collegamento tra la compostezza delle consuetudini altoborghesi e l’irrefrenabile intensità del desiderio è il cibo. Gli splendidi piatti di Antonio (in realtà realizzati dallo chef milanese Carlo Cracco) si rivelano perfetti nel combinare l’eleganza formale alla passionalità sostanziale: magistrale risulta a tal proposito la scena in cui Emma assaggia per la prima volta i gamberi di Antonio, il piatto da cui avrà inizio il suo sentimento per lo chef. L’esplosione di sapori – e quindi di emozioni – viene enfatizzata da quasi tutte le componenti filmiche: la regia regala primissimi piani della bocca di Emma, alternati dal montaggio a immagini che esternano le sensazioni della protagonista; la fotografia pone in penombra l’intero tavolo, concentrandosi con un faro di luce sulla donna; e infine il sonoro sfuma progressivamente le voci di sottofondo per accompagnare con la musica quello che è a tutti gli effetti un autentico viaggio nel desiderio.

A conferire profondità e credibilità a Emma è una straordinaria Tilda Swinton (presente anche in Suspiria, l’ultimo lungometraggio diretto da Guadagnino nel 2018), che nonostante le difficoltà della lingua (recita in italiano senza doppiaggio) e le poche battute a disposizione, riesce a trasmettere tutta la complessità psicologica del suo personaggio, soprattutto grazie a un’espressività facciale e posturale, a cui nessun altro componente del cast può ambire. Fatta eccezione per la sua interpretazione, infatti, gli altri attori risultano spesso impacciati e poco credibili di fronte alla macchina da presa, finendo inevitabilmente per guastare l’intensità di alcuni dialoghi. Da segnalare infine qualche piccolo problema di sonoro (alcune battute vengono sovrastate dai suoni ambientali) e un ultimo grande pregio del film: i costumi. Risulta evidente la meticolosa ricerca effettuata al fine di ricreare il tipico vestiario casalingo e lavorativo dell’alta borghesia, così dettagliato da riuscire a distinguersi anche nei diversi Stati (i lavoratori di Londra ad esempio vestono in modo diverso da quelli lombardi). Gli abiti indossati dalla Swinton poi, sono tutti incantevoli.

In definitiva, nonostante un ritmo non sempre incalzante, Io sono l’amore è un film esteticamente riuscito, che mostra con drammatica sensualità le contraddizioni e le sfaccettature di una donna che è prima di tutto madre, ma anche moglie, nuora e allo stesso tempo amante.

Pro:

  • Interpretazione di Tilda Swinton.
  • Scenografia semanticamente significativa.
  • Regia, fotografia e costumi degni di nota.

Contro:

  • Interpretazione del resto del cast.
  • Ritmo della narrazione spesso compassato.

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