La città incantata



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Hayao Miyazaki

La Città Incantata

Scheda:

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© Lucky Red

Titolo originale:

Sen to Chihiro no kamikakushi

Uscita Italia:

18 Aprile 2003

Uscita USA:

20 Settembre 2002

Regia:

Hayao Miyazaki

Sceneggiatura:

Hayao Miyazaki

Genere:

Animazione, Avventura, Fantastico

VOTO: ★8+

Voci:

Trama:

Una bambina giapponese si ritrova in una città popolata di spiriti e streghe. Fra metamorfosi e incantesimi, dovrà spezzare un maleficio per liberare i propri genitori, trasformati in maiali.

Chihiro (Rumi Hiragi), una ragazzina di dieci anni, e i suoi genitori, durante un trasloco in macchina, si perdono. Attraversando il letto di un fiume in secca, si trovano davanti un bizzarro complesso di case e ristoranti apparentemente abbandonati. Attratti da un ricco buffet, i genitori cominciano a mangiare fino a trasformarsi in maiali. Intanto Chihiro, dopo aver incontrato un ragazzo di nome Haku, che lavora in un complesso termale poco distante, scopre che il fiume è in piena e risulta ora non più percorribile. Con la notte la città si popola di spiriti e fantasmi. Chihiro sta diventando invisibile ma viene aiutata da Haku (Miyu Irino), che le permette di sopravvivere nel mondo soprannaturale e le consiglia di trovarsi un lavoro per non essere imprigionata da Yubaba (Mari Natsuki), la strega che regna sul complesso. Chihiro ottiene un colloquio presso Yubaba, un’anziana maga sempre alle prese con un pantagruelico bebè di nome Bō (Ryonosuke_Kamiki) Chihiro riceve così un nuovo nome, Sen, è un posto di lavoro come inserviente termale.

Durante le proprie faticose mansioni, Sen fa una serie di incontri: alcuni spiriti fluviali, un fantasma mascherato detto Senza-Volto, e nuovamente Haku trasformatosi in drago. Salvatolo dagli attacchi di alcune creature, Sen scopre che Haku ha rubato un sigillo magico a Zeniba, sorella gemella di Yubaba. Vi si reca con Senza-Volto, che si rivela essere una creatura benevola, e Bō, tramutato in topo. Zeniba rivela che l’amore di Haku per Sen ha spezzato la maledizione che lo teneva incatenato a Yubaba. Haku infatti è una personificazione del fiume Kohaku, ora devastato dalle costruzioni edili sorte nella zona: Haku e Sen, per giunta, si erano già incontrati quando la piccola, anni fa, era stata salvata dalle acque del fiume proprio dallo spirito. Yubaba, intanto, richiede che le venga restituito Bō e offre a Sen, in cambio, i suoi genitori. Sen deve però affrontare un’ultima prova: riconoscere i suoi fra altri maiali. Rendendosi conto che nessuno di questi è suo parente, spezza definitivamente l’incantesimo e torna ad essere Chihiro. Può così tornare assieme ai genitori nel mondo reale, non prima di promettere ad Haku di incontrarsi nuovamente, prima o poi. I genitori di Chihiro non ricordano nulla di quanto accaduto, la bambina ha invece come prova intangibile un nastro rosso che i suoi compagni della città incantata le avevano donato.

Recensione:

Unico anime ad aver vinto, finora, l’Oscar come migliore film d’animazione nel 2003, La città incantata può essere considerata la summa sia del genere, che dell’opera del regista Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli. La trama, la descrizione e il ricco affresco di personaggi e situazioni sono infatti intessute di quella cultura giapponese a cui noi occidentali, anche grazie al grande successo mondiale dell’animazione nipponica, non siamo del tutto estranei.

Vi sono innanzitutto gli spiriti della natura, entità soprannaturali e tuttavia connesse con il mondo concreto degli umani; vi sono draghi e mostri, visti come elementi cosmici privi della negatività infernale che la tradizione occidentale ha attribuito loro. Vi si ritrova soprattutto la tematica del racconto di formazione adolescenziale basato sulla scoperta di sé attraverso gli altri: un fortunato filone che attraversa tutto il modo degli anime e dei manga, dallo storico Neon Genesis Evangelion (1995) di Hideaki Anno alle ultime opere di Makoto Shinkai (Your name, 2016).

La protagonista Chihiro, da bambina ingenua e inconscia del mondo, soffre una perdita/inversione di ruoli rispetto ai genitori (cui lei deve badare), assume a sé degli incarichi di responsabilità che implicano il riconoscimento di un Altro da sé (gli spiriti, il Senza-volto, …) e ha come termine di confronto Haku. Ritorna, infine, al mondo comune arricchita e cresciuta.

Vi sono, infine, più che semplici richiami a due tematiche storiche per lo stesso Miyazaki: l’ecologia, presente per il regista fin da Nausicaa nella valle del vento (1984), e la passione per il volo (qui rappresentato dalle belle sequenze del drago) che risale a Porco rosso (1992).

“La città incantata, sotto l’aspetto tecnico, raggiunge la perfezione e definisce nuovi canoni per lo Studio Ghibli. La fotografia di Atsushi Okui e le musiche di Joe Ishaishi e Youmi Kimura, tutti collaboratori abituali di Miyazaki, fanno risaltare la componente fantastica e immaginifica della storia.”

L’invenzione di un mondo altro, sospeso fra eternità e attualità, eppure così prossimo ad una parodia del nostro, è ciò che ha reso il film un punto di riferimento iconico.

Dove invece il film diventa di più difficile fruizione, è nella sceneggiatura dello stesso Miyazaki, che spesso tende più a essere funzionale alla simbologia sottesa: ciò a scapito della leggibilità della storia e dei personaggi. Il che non è un difetto intrinseco al film, ma il frutto di un fraintendimento che l’Occidente, e l’Italia in particolare, ha sempre avuto con l’animazione giapponese. Che essenzialmente è genere narrativo fortemente autoriale e dedicato a un pubblico tutt’altro che infantile. Basti pensare che il soggetto stesso de La città incantata è letterario, tratto da un romanzo di Sachiko Kashiwaba edito in Italia solo anni dopo l’espulsione del successo di Miyazaki.

Sarebbe opportuno, da parte dei distributori (e di certi canali televisivi, tristemente noti da noi per le censure sui cartoni giapponesi) comprendere come la filosofia, i riferimenti metafisici e di conseguenza l’incedere narrativo delle produzioni nipponiche non sia paragonabile ai prodotti che ci aspettiamo da Disney, Pixar e altre case di produzione occidentali.

Pro:

  • L’affresco di cultura giapponese ricco e fantasioso.
  • La fotografia animata di alto livello tecnico.
  • La profondità del racconto di formazione.

Contro:

  • La leggibilità della storia, dovuta anche al fraintendimento occidentale nei confronti dell’animazione giapponese.

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