La donna che visse due volte

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Alfred Hitchcock

La donna che visse due volte

Scheda:

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© Paramount Pictures

Titolo originale:

Vertigo

Uscita Italia:

18 Dicembre 1958

Uscita USA:

28 Maggio 1958

Regia:

Alfred Hitchcock

Sceneggiatura:

Alec Coppel, Samuel A. Taylor

Genere:

Thriller

REDAZIONE: ★9.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

A San Francisco, un ex-poliziotto acrofobico si innamora della donna che deve proteggere, ma le apparenze nascondono la realtà.

Durante un inseguimento sui tetti di San Francisco, l’avvocato e poliziotto John Scottie Ferguson (James Stewart) scopre di soffrire di vertigini. Dopo aver perso un collega, precipitato al suolo nel tentativo di salvarlo, decide quindi di dimettersi dalla polizia. Galvin Ester (Tom Helmore), suo vecchio amico, gli chiede di sorvegliare sua moglie Madeleine (Kim Novak), vittima di strane ossessioni: la donna crede infatti che la bisnonna materna, morta suicida alla sua stessa età, si stia reincarnando in lei. Scottie inizia quindi a pedinarla.

“Un giorno, sulle sponde del Golden Gate, Madeleine si getta nelle acque della baia, ma viene prontamente tratta in salvo da Scottie, che la conduce nel suo appartamento.”

Rimasto colpito dalla bellezza della donna, l’ex poliziotto la convince ad accettare il suo aiuto per guarire e inizia ad accompagnarla nei posti frutto dei ricordi della vita che fu. Dopo alcune vicissitudini, i due si ritrovano nella missione di San Juan Bautista, dove si baciano, dichiarandosi eterno amore. All’improvviso però, Madeleine si allontana da lui e sale le scale del campanile. Scottie non riesce a seguirla a causa della sua acrofobia e, in preda a un attacco di vertigini, assiste impotente al suicidio della donna, che si getta nel vuoto. Nonostante venga giuridicamente accertato il suicidio, Scottie cade in depressione per il senso di colpa e finisce in una clinica psichiatrica, assistito dalla sua amica Midge (Barbara Bel Geddes), innamorata di lui ma non corrisposta.

Un anno dopo la tragedia, uscito dalla casa di cura, Scottie trova in Judy Barton, una commessa di negozio incontrata per strada, una grande somiglianza con Madeleine. Inizia quindi a corteggiarla, inducendola a vestirsi proprio come la sua amata. Judy resiste alla tentazione di rivelare a Scottie la verità: ella infatti è stata l’amante di Elster e ha recitato la parte di sua moglie, in realtà uccisa dall’uomo e poi gettata dal campanile inducendo tutti a credere si trattasse di suicidio. Un giorno però Scottie, vedendo indossare a Judy una collana che poteva appartenere solo alla vera Madeleine, scopre tutto e costringe Judy a tornare all’antica missione per rivivere la scena del delitto. Qui lei confessa tutto, ma all’improvviso un’ombra misteriosa appare e spaventa la donna, che precipita nel vuoto come la vera Madeleine. Si mostra quindi una suora, che suonando la campana recita un requiem.

Recensione:

Tratto dall’omonimo romanzo del 1954 di Thomas Narcejac e Pierre Boileau, La Donna che visse due volte è tra i più celebri e apprezzati film di Hitchcock (Psyco, 1960 – Gli Uccelli, 1963). Appena uscita nelle sale, la pellicola non riscontrò un grande successo, ma fu apprezzata e rivalutata nel corso degli anni, al punto da essere stata considerata da un sondaggio del 2012 della rivista Sight and Sound (per conto del prestigioso British Film Institute) la più bella di tutti i tempi, scalzando persino l’intoccabile Quarto Potere (Orson Welles, 1941), che dal 1962 occupava indisturbato il primo posto.

Molto più significativo del lunghissimo titolo italiano, risulta quello originale, Vertigo, che con arguta concisione catalizza l’attenzione dello spettatore verso il vero punto focale del film: le vertigini. Analizzando brevemente l’etimologia latina della parola “vertigine” (per l’appunto vertigo, -inis), emerge come questa derivi da vertere (= volgere, girare), il medesimo verbo che dà origine alle parole “verticale” (verticalis) e “vortice” (vortex, -icis), entrambi elementi ricorrenti del lungometraggio in esame. Non sono infatti casuali i vari oggetti scenici adornati da spirali, richiamate anche dai titoli di testa, oltre che dallo chignon di Madeleine, dalla sezione di tronco della sequoia, nonché dal semplice utilizzo delle scale a chiocciola all’interno del campanile.

“D’altro canto, è proprio combinando l’elemento del vortice e quello della verticalità che Hitchcock riesce a riprodurre magistralmente l’effetto delle vertigini, ottenuto mediante uno zoom all’indietro perfettamente sincronizzato ad una carrellata in avanti.”

Anche per realizzare la scena del bacio nella missione di San Juan Bautista, il regista ha ricreato l’effetto vorticoso tramite un elaborato artificio: dopo aver filmato un set circolare con una panoramica a 360°, ha ripreso gli attori mentre erano posizionati su una piattaforma che ruotava nel senso opposto, mentre su uno schermo alle loro spalle veniva utilizzata come sfondo la panoramica precedentemente girata. Inquadrature che hanno fatto scuola e che hanno reso questo film un autentico esempio di abilità registica. La struttura del vortice viene peraltro ripresa anche dalla sceneggiatura, caratterizzata da archi narrativi ciclici (incontro con Madeleine, innamoramento, morte dell’amata; incontro con Judy, innamoramento, morte dell’amata), che legano a mo’ di spirale le varie personalità assunte dalla protagonista (dapprima Carlotta Valdés, poi Madeleine e infine Judy). Particolarmente indovinata risulta la scelta di rivelare al pubblico, prima ancora che a Scottie, la realtà dei fatti: in tal guisa, lo spettatore, non più impegnato a capire cosa stia accadendo, esce dai vari vortici narrativi e può finalmente concentrarsi su come reagirà il protagonista dinanzi alla verità. Eccezionali in tal senso risultano sia lo stratagemma della collana, impiegata come chiave di volta del reale, sia la beffa finale della morte di Judy, senza la quale sarebbe stato impossibile mantenere inalterata la ciclicità narrativa. Alcune eventuali forzature della trama (es. la rapidità dei disvelamenti) sono quindi in realtà funzionali a portare avanti la sperimentazione che Hitchcock fece dei modelli tensionali: i personaggi, più funzioni narrative che soggetti verosimili, interagiscono in una rete di svolte narrative estreme ed efficaci allo stesso tempo.

Magistrale risulta anche la fotografia, che offre il meglio di sé nell’incubo di Scottie e nell’illuminazione al neon della buia stanza d’albergo. Si noti come in entrambi i casi la luce sia verde, colore il cui uso risulta particolarmente significativo nel film: verde è il colore dell’abito di Madeleine quando Scottie la vede per la prima volta, verde è la sua auto, verde è anche il vestito di Judy al primo incontro con il protagonista. Proprio nella scena al buio all’interno dell’Hotel Empire, grazie alla luce verde dell’insegna che filtra dall’esterno è possibile osservare il profilo di Judy rivolto verso sinistra; ebbene l’immagine sembra un vero e proprio negativo di quella in cui Scottie vede Madeleine per la prima volta, con il volto di profilo rivolto verso destra, sulla tappezzeria cremisi della parete. Anche dal punto di vista fotografico è possibile dunque notare la pervasiva circolarità che Hitchcock ha voluto infondere alla pellicola. La tonalità atmosferica, pervadendo con un tocco straniante sia le scene allucinatorie che quelle più concrete, con un effetto quasi datato per lo spettatore odierno ma pregno di efficacia, da rimanere punto di riferimento per autori di thriller successivivquali David Lynch. Degno di nota risulta poi il trucco, che dopo il cambio di personalità stravolge il volto di Kim Novak, rendendola riconoscibile solo al suo amato; il neo, la forma delle labbra alterata e l’uso estremo dell’eyeliner sono tutti escamotage a cui una donna ricorre quando vuole appositamente alterare tutti i suoi connotati e camuffarsi. Ognuno di essi si rende estremamente funzionale ai fini narrativi, evidenziando il rapporto tra finzione e realtà che pervade il lungometraggio. Di ottimo livello risultano infine le interpretazioni del cast: James Stewart (La Finestra sul Cortile, 1954), fiore all’occhiello del regista, dimostra anche qui le sue ottime capacità attoriali, mentre la già menzionata Kim Novak riesce ad entrare perfettamente nella parte, interpretando da sola ben tre personaggi femminili (Carlotta Valdés, Madeleine, Judy). Del personaggio di Stewart bisogna sottolineare la somiglianza con quello del film summenzionato: al di là della distanza fra i due, essendo Vertigo decisamente più cupo de La Finestra sul Cortile, in entrambi i casi ci si trova di fronte a un uomo compromesso da una qualche paralisi, psicologica o fisica, posto in relazione dialettica con una figura femminile dalle determinate caratteristiche. A ben vedere, il tema della mascolinità mutilata non è nuovo per un regista del quale vengono studiate più spesso le rappresentazioni della figura femminile: basti pensare al Norman Bates di Psycho.

La Donna che visse due volte è in definitiva uno dei migliori film di Alfred Hitchcock, il quale, oltre ad aver introdotto tecniche registiche assolutamente innovative per il tempo, facendo scuola nella storia del cinema, è stato al contempo in grado di intrigare lo spettatore fino al tragico epilogo, tanto beffardo quanto inevitabile.

Pro:

  • Regia magistrale e particolarmente innovativa.
  • Estrema circolarità della sceneggiatura, richiamata dalle eccellenti scelte fotografiche e scenografiche.
  • Interpretazione del cast.

Contro:

  • Alcune forzature di trama e del carattere dei personaggi, in realtà totalmente funzionali alla struttura ciclica del racconto e all’efficacia del meccanismo di suspense e tensione.

5 / 5. 2