La vita è bella



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Roberto Benigni

La vita è bella

Scheda:

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© Miramax

Titolo originale:

La vita è bella

Uscita Italia:

18 Dicembre 1997

Uscita USA:

20 ottobre 1998

Regia:

Roberto Benigni

Sceneggiatura:

Roberto Benigni, Vincenzo Cerami

Genere:

Commedia, Drammatico, Storico

VOTO: ★5-

Cast:

Trama:

Seconda Guerra mondiale: un ebreo toscano, deportato in un campo di concentramento, fa credere al figlio di trovarsi all’interno di un innocuo gioco di ruolo.

Italia, 1939: le leggi razziali iniziano a farsi strada nelle politiche del regime fascista. Guido Orefice (Roberto Benigni), di origine ebraica, si trasferisce dalla campagna toscana ad Arezzo. Lungo il tragitto incontra la maestra Dora (Nicoletta Braschi), di cui si innamora. Guido inizia a lavorare al lussuoso hotel della città, dello zio Eliseo (Giustino Durano), e si inimica l’arrogante burocrate fascista Rodolfo (Amerigo Fontani). Il quale, come si scopre successivamente, è fidanzato proprio con Dora. Con una serie di stratagemmi fra il comico e il teatrale, Guido riesce a ridicolizzare l’entourage filo-ariano e a dichiarare il proprio amore a Dora. Quest’ultima, costretta dalla madre a sposare Rodolfo, fugge con Guido la sera del fidanzamento ufficiale. Dal loro matrimonio nasce così il piccolo Giosuè (Giorgio Cantarini).

Passano gli anni e, nel 1944, la Guerra imperversa così come le persecuzioni razziali. Eppure Guido ha aperto una libreria e Dora continua a insegnare. Un giorno, però, Guido, Giosuè ed Eliseo vengono catturati per la deportazione. Dora, arrivata alla stazione dei treni appena in tempo, chiede di essere trasferita con loro nei lager our non essendo ebrea. Verrà segregata nella sezione femminile del campo di concentramento tedesco, mentre i familiari in quella maschile. Nel contempo zio Eliseo, troppo anziano per lavorare, viene subito mandato alle camere a gas.

“Giosuè è tuttavia ignaro di quanto sta accadendo: il padre infatti, pur di tenerlo all’oscuro dalla tragica realtà, gli fa credere di stare partecipando a un gioco di ruolo a premi.”

Dopo una serie di prove, il vincitore riceverà un carro armato. Il piano di Guido è improvvisato di volta in volta ma, fra equivoci di vario tipo, Giosuè lo prende seriamente.

Durante una visita medica, Guido incontra il dottor Lessing (Horst Werner Buchholz), vecchio amico tedesco e avventore abituale dell’hotel dove lavorava. Lessing, ora membro del partito nazista, lo salva dalla camera a gas facendolo assumere come cameriere presso al Emma degli ufficiali. Qui Guido riesce a introdurre anche il figlio, sfamandolo. Purtroppo, malgrado le speranze, Lessing è ormai impazzito e distrutto dai rimorsi per poter aiutare ulteriormente Guido e i suoi familiari. Si è ormai però al 1945, quando la guerra finisce a sfavore della Germania e il campo è attraversato da frenetici tentativi di fuga e fucilazioni di massa dell’ultimo minuto. Guido nasconde Giosuè dicendogli di stare giocando a nascondino e si traveste da SS per cercare Dora. Scoperto, viene fucilato.

Il giorno dopo gli americani liberano il campo. Un di loro scopre Giosuè e lo fa salire sul suo carro armato, ciò che lui crede essere il premio per il gioco. Può così riabbracciare la madre urlando un liberatorio, quanto ingenuo, «Abbiamo vinto!».

Recensione:

Una delle più celebri battute della serie televisiva Boris (2007-2010), prodotta da Fox Italia, recita: «Maledetti toscani! Con la loro h aspirata e il loro umorismo da quattro soldi hanno rovinato l’Italia!». Dire che Roberto Benigni abbia rovinato l’Italia, oggettivamente, è fuori luogo: in realtà, sembra che sia stato il cinema italiano a rovinare Benigni. Il comico toscano, infatti, ha vissuto una parabola artistica alquanto discendente: dopo gli esordi deflagranti e politicamente scorretti in televisione, a portarlo al cinema sono due ottimi autori quali Giuseppe Bertolucci (Berlinguer ti voglio bene!, 1977) e l’americano Jim Jarmusch, regista del recente Paterson (2017), con piccole perle di surrealismo quali Daunbailò (1986). Si ricordi inoltre che Benigni ha recitato pure per il più acclamato e originale regista italiano di sempre, il plurimo premio Oscar Federico Fellini, in La voce della luna (1990).

Le note più controverse, per Benigni, arrivano quando è lui direttamente a mettersi dietro la cinepresa e ad assumere pieno controllo della situazione: se però Tu mi turbi (1983), il cult Il piccolo diavolo (1988) e, in misura molto minore, Johnny Stecchino (1991), possono ancora contare sul buon bilanciamento fra gusto casereccio della risata amara, verve toscana un po’ anarchica e umorismo demenziale da film slapstick, è proprio con il successo planetario de La vita è bella che il comico si picca di diventare filosofo e, ormai dimentico della grande energia che lo aveva reso un ottimo interprete degli anni 80 italiani, dà adito a uno dei film italiani più sopravvalutati di sempre. Idolatrato in America (dove, sia detto senza polemica, gli stereotipi filmici sull’Italia hanno più successo del cinema nostrano veramente innovativo, che seppur in sordina è sempre esistito) e vincitore di tre Oscar, di cui uno solo davvero meritato, La vita è bella è storicamente il quinto film di maggiori incassi nel nostro paese. Da lì in poi, Benigni tenterà di replicarne la formula dolce-amara senza troppo successo come autore.

Ovviamente, visto il grande successo di pubblico e di critica ricevuto, è necessario rendere conto delle ragioni per cui La vita è bella è stato tanto considerato. Il soggetto, di Benigni e di Vincenzo Cerami (collaboratore abituale, nonché scrittore e stimato docente), di base sarebbe ottimo: offrire, attraverso lo sguardo innocente del bambino e del comico (accomunati da una modalità di trasfigurazione della realtà in comune con la poesia), un modo nuovo di raccontare la più grande, e cinematograficamente celebre, tragedia del Novecento. Operazione rischiosa e coraggiosa allo stesso tempo, che rimanda a ciò che Charlie Chaplin fece con Il grande dittatore (1941): la differenza sta nel fatto che Chaplin, come tutti gli abitanti in paesi Alleati all’epoca, era ignaro di quanto succedeva davvero nei campi di concentramento nazisti. La portata potenziale del film di Benigni poteva essere tale, quindi, ma inizia a perdersi già nella sceneggiatura.

A partire, questo, per la divisione in due sezioni nette della trama, di cui una è poco più che una lunga cartolina dei paesaggi italiani ad uso e consumo del pubblico americano. In questa prima, e cinematograficamente più infausta, parte, tutto appare ovattato e semplificato: i fascisti sono dei buffoni (semplificazione storica di cui l’Italia sta forse pagando ancora le conseguenze), la campagna aretina un posto meraviglioso e la madre italiana sempre una principessa. Benigni, da voce della sinistra provinciale e contadina, si è trasformato in un individuo qualunque con aspirazioni piccolo-borghesi da fiaba per sedicenni: i suoi lazzi comici, altrimenti efficaci, si riducono a piccole pagliacciate autocompiaciute. Il geniale sito internet Spoileriamo.it, parlando del tristemente noto Pinocchio (2002), lo definì in modo caustico «storia di un comico di mezza età che sogna di diventare un bambino vero». Tendenza che sembra essersi presentata anche in La vita è bella. Potremmo anzi dire che in tal caso si tratta di un comico che sogna di diventare divertente.

La seconda parte del film, cruciale per il significato complessivo dell’opera, non riesce a risollevarsi. Si potrebbe parlare dei vari reduci dall’Olocausto che si sono sentiti offesi dalla rappresentazione di Benigni dei campi di concentramento: non è materia di Unpolitical Reviews, che si occupa di analizzare il film come testo autosufficiente. Pertanto potremmo dire che, rispettosa o meno che sia, è proprio la rappresentazione in sé a non funzionare: a partire dalle SS, sorprendentemente più spietate rispetto ai gerarchi nostrani (a scapito quindi del realismo non storico, ma interno alla coerenza narrativa). I difetti presenti in precedenza continuano:

“buchi di trama, omissioni a volte pretestuose per dare spazio a poco riusciti intermezzi comici, commistione infelice di generi. In definitiva, la storia sembra non andare in una direzione ben precisa:”

non si capisce se si sta assistendo a un film di guerra, una commedia, una fiaba o un film di fantascienza (fantascienza infatti è che gli americani siano stati i protagonisti della liberazione dei capi: storicamente è stato l’esercito sovietico, e qui si capisce quanto Benigni strizzi l’occhio all’approvazione facile sul mercato statunitense).

Altro problema, che dalla scrittura si riversa direttamente sulle interpretazioni, sono i personaggi. Piatti, appena abbozzati fuori contesto: le loro motivazioni e reazioni agli eventi sono ora irrealistiche e bislacche, ora eccessivamente melodrammatiche. Se ci si trovasse di fronte a un film comico o a una telenovela sentimentale ciò sarebbe comprensibile, ma in questo calderone di spunti più o meno politicamente corretti risulta disorientante. Nicoletta Braschi si impegna a utilizzare al meglio le due espressioni timbriche e facciali in grado di produrre, senza successo. Benigni, incomprensibile Oscar come miglior attore, ha lo stesso problema che si diceva in merito alla scrittura: se diretto da altri e versato nella schietta comicità è un mattatore unico e irresistibile; amalgamato in patetiche scene di pietismo spicciolo e drammatico risulta forzato e poco credibile. Gli altri interpreti non rappresentano nulla di particolare, se non quanto la sceneggiatura sia povera.

Sull’aspetto tecnico, si segnala uno dei soli due punti favorevoli del film. La fotografia di Tonino Delli Colli, storico direttore per Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Mario Monicelli e tanti altri maestri del cinema italiano riesce sempre a essere elegante e sopra la media qualitativa. Il montaggio di Simona Paggi (Il ladro di bambini, 1992) è invisibile: una sola transizione in più di due ore di film, per il resto nulla che salti all’occhio. Praticamente senza identità, come tutto il prodotto complessivo. Il montaggio audio segue a ruota, in una discesa di trascuratezze tecniche salvate, quasi miracolosamente, dalla colonna sonora. La quale è a cura di Nicola Piovani, collaboratore di Fabrizio de André e ricordato per tanti lavori cinematografici, fra cui Il marchese del grillo (1981) e La messa è finita (1985): la sua musica, ormai iconica, è l’unico Oscar che ci sentiamo di definire meritato. Gli altri, così come il clamore e gli apprezzamenti, sono frutto di un entusiasmo che potrebbe essere definito un grande abbaglio: La vita è bella, malgrado le sue intenzioni, non è un film ben realizzato, né rivoluzionario, né efficace nel centrare i propri obiettivi.

Pro:

  • La colonna sonora di Nicola Piovani.
  • La fotografia di Tonino Delli Colli, come il precedente grande maestro del cinema italiano.
  • Un soggetto potenzialmente buono, ma sprecato.

Contro:

  • Una sceneggiatura incerta, senza identità, inesatta e bislacca.
  • Un comparto tecnico manchevole.
  • Interpretazioni di Braschi e Benigni insufficienti, anche a causa della sceneggiatura.
  • Una tematica importante trattata senza efficacia (e doveva essere lo scopo del film).

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