Le Onde del Destino



ADBlock Rilevato


Siamo un piccolo team e lavoriamo sodo per garantire la massima qualità delle nostre recensioni. L'unica nostra fonte di guadagno sono le inserzioni inserite saltuariamente e discretamente all'interno degli articoli. Pertanto non è possibile visitare il sito con un AdBlock attivo.

Grazie per la vostra comprensione, Unpolitical Reviews.

Ho disattivato l'AdBlock
LOADING
Lars von Trier

Le onde del destino

Scheda:

le_onde_del_destino_info

© Lucky Red

Titolo originale:

Breaking the Waves

Uscita Italia:

11 Ottobre 1996

Uscita USA:

13 Novembre 1996

Regia:

Lars von Trier

Sceneggiatura:

Lars von Trier, Peter Asmussen, David Pirie

Genere:

Drammatico

VOTO: ★8

Cast:

Trama:

Bess è una giovane credente, ingenua e innamorata del novello marito Jan. Quando questi rischierà la vita in un incidente, lei farà di tutto perché Dio lo aiuti a sopravvivere.

Scozia, anni ’90: Bess McNeill (Emily Watson), ragazza religiosa e sensibile, sposa un operaio di piattaforma petrolifera ateo, Jan (Stellan Skarsgard). Ciò scatena le critiche della comunità e della famiglia, fortemente influenzate dalla fede calvinista. Bess è solita recarsi nella chiesa per parlare con Dio ad alta voce e rispondersi da sola, convinta di intesservi un dialogo reale.

Quando Jan è costretto ad allontanarsi per lavoro, Bess entra in crisi. Gli unici contatti con lui sono telefonate piene di affetto ed erotismo. A ricongiungerli è però un incidente sulla piattaforma, che ferisce gravemente Jan e lo costringe al ricovero sulla terraferma. Bess si convince di aver causato in prima persona l’accaduto, con la propria preghiera, e si ritiene colpevole del proprio egoismo agli occhi di Dio. Jan è immobilizzato a letto e in preda alla depressione: cerca così di convincere la moglie, malgrado le di lei reticenze, a frequentare altri uomini e distaccarsi da lui.

Dopo un tentato suicidio, Jan convince finalmente Bess: il racconto delle nuove esperienze della moglie potrebbe aiutarlo a ritrovare voglia di vivere e guarire. Bess se ne convince pienamente, malgrado le dissuasioni della cognata Dodo (Katrin Cartlidge).

“La ragazza inizia così a comportarsi da prostituta, attirando rinnovati e ancora più gravi ostracismi da parte della comunità, che le costano l’espulsione.”

Dodo e il medico di Jan (Adrian Rawlins) optano per rinchiudere Bess in una casa di cura, ma arrivano tardi. La ragazza, infatti, dopo aver notato che Dio ha smesso di parlarle ma ancora convita a sacrificarsi per il marito, si fa stuprare fino alla morte da un gruppo di malviventi. Al suo funerale, i sacerdoti la condannano all’Inferno: scoprono però che la bara è vuota. Il corpo è infatti nelle mani di Jan, guarito per miracolo, e dell’amico Terry (Jean-Marc Bann): i due hanno intenzione di dare alla salma degna sepoltura in mare. Al compimento dell’atto, accade un nuovo miracolo: delle campane, che non possono appartenere alla chiesa essendone priva, risuonano infondendo nuova gioia a Jan.

Recensione:

Le onde del destino, secondo la tendenza tipica di Lars von Trier a tematizzare la propria opera omnia, appartiene alla cosiddetta Trilogia del cuore d’oro. Assieme agli altri due capitoli, Idioti (1998) e Dancer in the dark (2000), il nucleo narrativo ruota attorno alla vicenda di un personaggio femminile troppo puro e idealista per la brutalità del mondo, e al dramma personale che ne consegue.

Il quasi coevo manifesto Dogma 95, co-ideato proprio da von Trier, è ironicamente celebre nella storia delle teorie cinematografiche per essere il metodo meno rispettato in assoluto, soprattutto dai propri fondatori. Di fatto, l’unico film di von Trier a rispondere pienamente ai precetti del Dogma è proprio Idioti. Tuttavia, tutta la filmografia del regista danese ne ripropone, più o meno alterati, alcuni elementi essenziali. Il film in questione non fa eccezione: assenza di scenografie e oggetti scenici finzionali, mancanza di un genere di riferimento, ricorso a commento sonoro unicamente diegetico, colori naturali e macchina da presa rigorosamente a mano. Se tali caratteristiche, prolungate per più di due ore, possono risultare ostiche allo spettatore medio (si tratta d’altronde di cinema fortemente autoriale), ne Le onde del destino si coniugano perfettamente al soggetto.

La storia, scritta ovviamente da von Trier, racconta della passione (in senso cristologico) di una figura border-line, in una discesa agli Inferi costante e riscattata unicamente dall’atto di pietà finale. Il senso di desolazione e solitudine si coniuga perfettamente con la fotografia in “bianco e nero a colori” di Robby Müller (Nel corso del tempo, 1976; Daunbailó, 1986). La vicenda, per quanto lineare, è ottimamente scandita da una trama ritmica i cui elementi principali sono: i monologhi deliranti con Dio della protagonista; le scene di riunione comunitaria in chiesa, in cui i severi volti dei sacerdoti ricordano il capolavoro danese La passione di Giovanna d’Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer, chiara fonte di ispirazione tematica e visiva; infine, la divisione in capitoli. I quali, caratterizzati dal ricorso a musiche extra-dietetiche glam rock e folk e alla fotografia curata e filtrata, sono in totale contrasto con il resto del film, quasi come elaborate copertine di breviari dal contenuto apocalittico.

“Nel complesso, il marchio estetico del film è forte, netto e riconoscibile, ma ottimamente curato. Soprattutto, non soffre della mania autoreferenziale che ha caratterizzato le ultime produzioni di von Trier.”

A livello di interpretazioni, è evidente l’ottima performance di Emily Watson, che riesce a rendere, nelle espressioni come nella voce, la psicologia della protagonista. La cui personalità è scissa fra l’estrema bontà e la profonda mortificazione, fra sé stessa e Dio dentro di sé, fra lucidità e follia. Le altre interpretazioni, purtroppo, risaltano per quanto sono dimenticabili e inadeguate in confronto a quella principale.

Le onde del destino è un film selettivo, sicuramente. Riesce comunque nel proprio intento di trasportare lo spettatore, anche se poco avvezzo allo stile del regista, nel dramma personale di Bess e nel contesto opprimente di sguardi e giudizi della comunità bigotta e conservatrice. Tema, quest’ultimo, al centro di quello che per molti è il capolavoro di von Trier: Dogville (2003), in cui le riflessioni sul contrasto fra singolo e collettività saranno portati, stilisticamente e narrativamente, all’estremo.

Pro:

  • L’aderenza, non completa ma visibile, fra materia narrativa e Dogma 95.
  • L’ottima cura formale, selettiva ma definita.
  • L’interpretazione principale, efficace e sfaccettata.

Contro:

  • L’estrema lentezza della narrazione, in realtà tipica dello stile dell’autore.
  • Le interpretazioni secondarie, dimenticabili.

0 / 5. 0