L’ufficiale e la spia



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Roman Polański

L'ufficiale e la spia

Scheda:

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© 01 Distribution

Titolo originale:

J'accuse

Uscita Italia:

21 Novembre 2019

Uscita USA:

n.d.

Regia:

Roman Polański

Sceneggiatura:

Robert Harris, Roman Polański

Genere:

Storico, Drammatico

VOTO: ★7

Cast:

Trama:

Nella Francia ancora sconvolta dalle guerre franco-prussiane, il nuovo capo dell’intelligence deve fare chiarezza su un processo militare ai danni di un ufficiale ebreo accusato di alto tradimento.

Francia, 1894: il capitano dell’esercito Alfred Dreyfus (Louis Garrel), ebreo, viene condannato per alto tradimento. L’accusa è aver passato informazioni riservate al nemico, l’Impero tedesco. Dreyfus viene esiliato, dopo un sommario processo, all’Isola del Diavolo.

Un anno dopo, l’ufficiale Georges Picquart (Jean Dujardin), antisemita ed ex-addestratore di Dreyfus, diviene a capo dell’intelligence. Indagando, scopre che il documento che proverebbe il tradimento dell’esule non corrisponde alla sua calligrafia ma a quella del vero traditore, tale maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy (Laurent Martella). Emerge quindi che molte delle procedure e prove contro Dreyfus, a processo, sono state falsificate e manomesse.

Dreyfus sarebbe quindi un capro espiatorio.

“Picquart richiede quindi di riaprire il processo, incontrando però l’opposizione dei superiori. Sarebbe uno scandalo troppo grande per l’esercito francese,”

pertanto Picquart viene allontanato da Parigi in missione. Questi riesce tuttavia a coinvolgere l’avvocato Fernand Labori (Melvil Poupaud), che fonda un comitato per la riabilitazione di Dreyfus coinvolgendo vari esponenti e intellettuali, compreso lo scrittore Émile Zola (François Damiens).

Picquart viene arrestato, mentre Zola pubblica l’articolo J’accuse in cui dichiara la colpevolezza dell’intero stato maggiore francese. La risonanza mediatica porta a riaprire il processo: la Francia è divisa e il gruppo a sostegno di Dreyfus messi alla pubblica gogna. Dopo aver perso a duello contro Picquart, il tenente Hubert Joseph Henry (Grégory Gadebois), testimone contro Dreyfus, confessa le proprie menzogne per poi suicidarsi. Successivamente, Picquart viene assolto e liberato e Dreyfus rimpatriato per un secondo processo. Prima dell’udienza decisiva, Labori viene colpito da un attentatore: Dreyfus viene così condannato nuovamente, con pena più lieve. Nel 1899 il Presidente del Consiglio lo grazia: Dreyfus accetta di ritenersi colpevole pur di essere liberato. Sette anni dopo, giunge la piena assoluzione e il reintegro nell’esercito.

Si arriva al 1907: Picquart viene nominato Ministro della guerra. Dreyfus gli chiede di riconoscergli gli anni in cui è stato ingiustamente carcerato, per poter passare di grado. Picquart rifiuta la concessione e i due si salutano, per non rivedersi mai più.

Recensione:

Roman Polanski (Chinatown, 1974; Carnage, 2011) torna alla regia con un film presentato, e premiato, alla 76ma Mostra del cinema di Venezia. Una presenza in concorso non certo libera da polemiche, viste le critiche del presidente di giuria Lucrecia Martel a proposito delle vicende personali del cineasta. Ironicamente, il film tratta proprio del processo più iniquo è scandaloso della storia dell’Europa moderna. Sarebbe sbagliato però ricercare nella vicenda di Dreyfus un qualche collegamento con il vissuto personale di Polanski, da decenni esule in Francia e segnato dai noti avvenimenti del 1977.

“Il film è infatti null’altro che una ricostruzione storica precisa, al limite della filologia, degli ultimi decenni francesi del XIX secolo. Tale aderenza alle fonti, se da un lato costituisce il maggior pregio del film, dall’altro lo limita sotto molti punti di vista.”

Peraltro, se proprio si vuole ricercare un riferimento esterno che funga da chiave di interpretativa dell’opera, più che all’attualità si dovrebbe guardare a Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick: non solo per il soggetto, riguardante le contraddizioni di un processo in seno all’esercito francese, ma anche per alcune dirette citazioni a livello estetico (le scene del processo in particolare). In ogni caso, a differenza del precedente kubrickiano, L’ufficiale e la spia rimane un mancato capolavoro, dove alla grande maestria si accostano mancanze grossolane.

A livello di sceneggiatura, scritta da Polanski e dal romanziere Robert Harris il cui libro fornisce il soggetto, la storia mantiene alti i livelli di tensione. Come si è già detto, le vicende sono narrate senza quelle finzionalità tipiche dei film storici “all’americana”. La ricerca di verità dei protagonisti è pari a quella degli sceneggiatori, e tuttavia lo spettatore ha l’impressione di assistere a un thriller giudiziario di ottima fattura. Di contro, vista la portata e la complessità della vicenda, a farne le spese sono la chiarezza di alcuni passaggi chiave e l’approfondimento psicologico dei personaggi. Questi ultimi non subiscono particolari processi di evoluzione: Dreyfus resta la vittima innocente per tutto il film e Picquart non esce mai dal proprio ruolo di strenuo e patriottico difensore del diritto in nome dei principi fondanti di giustizia francese. L’antisemitismo del personaggio, che poteva essere un buon motore di conflitto, non viene sviluppato: sempre in nome dell’oggettività storica, ma a scapito dell’empatia e dei meccanismi di identificazione fra pubblico e personaggio. Alcune traiettorie personali, sopra a tutte quella di Zola, non vengono nemmeno concluse a dovere. Ottimo, invece, il trattamento comportamentale della folla antisemita e soggetta al potere mediatico, che trasmette alla perfezione, oltre allo zeitgeist di ambientazione, un ulteriore motivo di tensione.

Dal punto di vista registico, il risultato è medio. Eccetto il maestoso piano grandangolare all’inizio, il livello resta perlopiù accademico. Per meglio dire: la regia è certamente solida ed esatta, ma anonima. La mano d’autore di Polanski, quella che ci ha regalato l’espressionismo di Repulsione (1965) e la cupezza (pur sempre storica) di Oliver Twist (2005), sembra assente proprio in virtù del soggetto e dell’impostazione tesa all’oggettivo. Il film mostra i propri pregi, invece, nelle scenografie di Jean Rabasse (The dreamers, 2003; Jackie, 2016) e nella fotografia di Pawel Edelman, collaboratore abituale di Polanski: il visivo ne risulta così sontuoso, accurato ed efficace. Il riferimento alle ambientazioni e alla pittura impressionista è costante, regalando allo spettatore il volto mondano in contrasto con quello più politico della Belle époque. Un plauso anche ai costumi di Pascaline Chavanne, premio Caesar per Renoir (2013) di Gilles Bourdos.

Le interpretazioni, per quanto soffrano della scarsa trattazione riservata ai personaggi, risultano perlomeno adeguate. Il tasto più dolente forse è l’altrimenti ottimo Louis Garrel: il giovane divo francese, che sembra scritturato apposta per comparire sulla locandina promozionale, sembra trovarsi un po’ limitato sia dalla staticità del proprio ruolo sia dal pesante trucco invecchiante, che ne nascono da il viso da «bello e dannato» così amato da ammiratori e ammiratrici. Se la cava decisamente meglio Jean Dujardin, vero protagonista della vicenda. La mancanza più evidente del film, tuttavia, restano le musiche trascurabili – e trascurate – di Alexandre Desplat (L’isola dei cani, 2018; Piccole donne, 2019).

In sintesi, l’ultima fatica di uno dei più celebri e controversi registi della Storia non è certamente all’altezza dei precedenti lavori, e viene il sospetto che il clamore mediatico intorno al film sia suscitato più dalla figura dell’autore che alla sua qualità intrinseca. Rimane tuttavia una buona ricostruzione storica, distinta dalle classiche produzioni hollywoodiane e meritevole di riconoscimenti almeno sul lato estetico.

Pro:

  • La ricostruzione storica degli eventi aderente ai fatti e allo spirito del tempo.
  • Ottimo utilizzo dei modelli tensionali del film giudiziario.
  • Scenografie e costumi efficaci, coadiuvati da una fotografia perfetta.

Contro:

  • Buchi di trama e personaggi statici, dovuti alla suddetta aderenza maniacale alla Storia.
  • Musiche praticamente assenti o dimenticabili.
  • Interpretazioni che risentono, malgrado la bravura degli attori, dello scarso approfondimento a livello di scrittura.

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