Old Boy



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Park Chan-Wook

Old Boy

Scheda:

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© Medusa Film

Titolo originale:

Oldboy

Uscita Italia:

6 Maggio 2005

Uscita USA:

25 Marzo 2005

Regia:

Park Chan-Wook

Sceneggiatura:

Park Chan-Wook

Genere:

Thriller, Noir

VOTO: ★8.5

Cast:

Trama:

Un uomo, forzatamente rinchiuso per anni in un appartamento e finalmente uscitone, deve scoprire il responsabile della propria incarcerazione e dell’omicidio della moglie.

Corea del Sud, 1988: Oh Dae-su (Choi Min-sik), individuo sregolato e tendente all’alcolismo, viene rapito il giorno del quarto compleanno di sua figlia. Rinchiuso in quella che sembra una camera da hotel, non può fuggire e ha come unico contatto con l’esterno un televisore. Dal quale, un giorno indefinito, apprende che la moglie è stata uccisa e lui ne è indiziato come colpevole. La prigionia è estenuante: Oh Dae-su non sa dove si trova e chi lo mantenga in vita, nutrendolo e impedendogli il suicidio. Passa così gli anni ad allenarsi contro al muro per prepararsi alla vendetta, qualora dovesse uscire.

Quindici anni dopo, Dae-su viene addormentato e scarcerato. Vagando per la città, incontra un barbone che lo fornisce di portafoglio e di un telefono, dal quale una voce misteriosa lo informa che ha cinque giorni per scoprire chi lo ha incarcerato e perché. Recatosi in un ristorante, conosce la giovane Mi-do (Kang Hye-jeong), che se ne innamora e lo accoglie a casa propria, offrendogli aiuto nelle indagini. Per tutti quegli anni, Dae-su ha mangiato sempre lo stesso tipo di ravioli al vapore: decide così di girare i locali della città per assaggiarne il piatto. Risale così al ristorante che riforniva il suo carceriere, e all’edifico presso cui i ravioli venivano consegnati: si tratta di un centro di detenzione segreto, dove a pagamento è possibile rinchiudere chiunque. Compiendo un massacro, Dae-su riesce a ottenere l’informazione che cercava: il suo uomo è Lee Woo-jin (Yoo Ji-tae), ricco affarista.

“Il quale lancia una nuova sfida a Dae-su: questi ha cinque giorni per svelare le ragioni profonde del proprio rapimento, pena la morte di Mi-do, che intanto è diventata l’amante di Dae-su.”

Dopo nuove indagini, la verità sembra venire a galla: Dae-su e Woo-jin erano compagni di scuola alle superiori. Il primo dei due aveva rivelato agli altri compagni di classe che Woo-jin aveva una relazione segreta con la propria sorella. Per la vergogna, quest’ultima si era suicidata. Dae-su si reca allora dall’avversario per chiedergli perdono, ma questi gli rivela nuove verità: sia lui che Mi-do sono stati ipnotizzati perché si innamorassero, quando in realtà sono padre e figlia. Mi-do, infatti, rimasta orfana di entrambi i genitori, era stata data in adozione da quindici anni. Ormai la vendetta è compiuta: Woo-jin si suicida e lascia libero Dae-su. Questi, sapendo Mi-do ignara di tutto, ricorre nuovamente all’ipnosi per dimenticare tutto e riabbracciare l’amata. Un’espressione ambigua sul suo volto, però, lascia in dubbio che egli si ricordi o meno della vera identità di Mi-do.

Recensione:

Oldboy è la seconda pellicola della cosiddetta Trilogia della vendetta del regista e sceneggiatore Park-chan Wook, dopo Mr. Vendetta (2002) e prima di Lady Vendetta (2005). Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2004 e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria, Quentin Tarantino ebbe a dirne che avrebbe voluto realizzare un film così. In effetti, per il pubblico occidentale, è facile ricondurre lo stile e le tematiche al regista statunitense: in particolare, al coevo dittico di Kill Bill (2003/04). Non bisogna però dimenticare, onde non attribuire indebitamente al regista di The hateful height l’invenzione completa di un nuovo modo di fare film, come entrambi i registi si inseriscano nel filone, sorto negli anni ’90, del cinema barocco e postmoderno. Inoltre, non è mai stata un segreto l’ispirazione di Tarantino ai film orientali.

La tematica della vendetta, in Oldboy, viene ricondotta innanzitutto alla memoria e alla colpa personale. Quello a cui assistiamo, di fatto, è un triplo percorso di vendetta/espiazione: in primis, di Oh Dae-su verso il proprio carnefice; in secondo luogo di Lee Woo-jin nei confronti di chi gli ha rovinato la vita; infine, di entrambi verso le proprie colpe e fantasmi. Non vi è innocenza ma disperazione, non perdono ma espiazione. La prigione interiore dei protagonisti, incarnata ora nella cella di detenzione, ora negli impedimenti fisici (la malattia cardiaca di Woo-jin), viene solo apparentemente distrutta con la moltiplicazione della catena di violenza. Ciò che conta è il percorso di auto-consapevolezza, la “ricerca del tempo perduto”: Marcel Proust è fra gli autori europei più apprezzati in Oriente e il riferimento ai noti sapori della madelaine, qui parodiata con i ravioli, indica innanzitutto la strada dei ricordi. Se, con i quali, sia o meno catartico scendere a patti per redimersi, è lasciato al giudizio dello spettatore con l’ambiguità del finale.

“La sceneggiatura, sintatticamente legata con lo stile di regia fuori dagli schemi, alterna scene d’azione a momenti riflessivi che bloccano la narrazione e sospendono la stessa finzione filmica.”

Se le prime rasentano volutamente il comico, pur restando violente e ciniche oltre ogni limite, le seconde risultano strazianti. Oldboy potrebbe lasciare perplesso lo spettatore occidentale, più abituato alla compattezza e al realismo che alla comunicazione sinestetica e per sensazioni. Grande importanza rivestono, pertanto, le musiche e i colori. Le prime, affidate ora a Jo Yeong-Wook ora agli autori di musica classica, agiscono principalmente per contrasti: le une accompagnano come contrappunto ironico le sequenze di lotta, le altre risultano stranianti quando accostate alla tortura, alla morte, all’orrore. Quanto ai colori, frutto del lavoro di fotografia di Chung-Hoon Chung, si passa dai toni bui e lividi, iperrealisti, che caratterizzano le fasi di scioglimento del mistero, a toni più realistici, correlati agli eventi passati. Infine, l’ambiguità della conclusione è affidata al candore della neve, simbolo di innocenza e rinascita come di morte (si veda la simbologia del bianco in Arancia meccanica), che attornia l’espressione dell’eccellente attore protagonista.

Il continuo andirivieni fra passato e presente, mondo interiore ed esteriore, è affidato invece al montaggio, efficace e fantasioso, di Kim Sang-Bum. Il quale dà prova di maestria anche nelle scene d’azione, giocando con i rallenty e la composizione di immagine del tutto originale di Park-chaan Wook. La stasi dei movimenti fino a creare vere e proprie icone, l’utilizzo abbondante di grandangoli e le disposizioni pittoriche caratterizzano la scrittura visiva del regista, così come la scrittura scenica è caratterizzata da motivi riflessivi, voice over e moltiplicazioni dei punti di vista, e delle versioni conseguenti della verità, così rari da trovare nei film d’azione americani.

In effetti, definire Oldboy un film d’azione è riduttivo. Si tratta più di una favola filosofica sulla tragica condizione umana, sul senso dell’interrelazione e sul rapporto con se stessi. Motivi che, amalgamati a una veste senza dubbio avventurosa e al limite dello splatter e inserita in una struttura narrativa di detection, dà adito a un vero cult del nuovo millennio.

Pro:

  • Regia e sceneggiatura barocche, che alternano azione e riflessione profonda sulla condizione umana.
  • Uso espressionistico dei colori, della musica e del montaggio.
  • Memorabile interpretazione del protagonista.

Contro:

  • Sintassi filmica e stile piuttosto stranianti chi si è formato nel canone cinematografico occidentale. Bisogna comunque ricordare come la scuola di Park-chan Wook sia la stessa a cui ha attinto Quentin Tarantino.
  • Compattezza narrativa e ritmo non sempre coerenti, anche se dovuti al fitto tessuto di trama d’azione e di riflessione.

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