Prisoners

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Denis Villeneuve

Prisoners

Scheda:

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© Warner Bros.

Titolo originale:

Prisoners

Uscita Italia:

7 Novembre 2013

Uscita USA:

20 Settembre 2013

Regia:

Denis Villeneuve

Sceneggiatura:

Aaron Guzikowski

Genere:

Thriller, Drammatico, Noir, Giallo

REDAZIONE: ★8

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

In seguito alla sparizione della figlia, misteriosamente sequestrata insieme a un’amica, Keller Dover, insoddisfatto del modo in cui il detective Loki conduce le indagini, decide di farsi giustizia da solo.

Durante i festeggiamenti per il giorno del Ringraziamento, in una tranquilla cittadine della Pennsylvania, le piccole Anna Dover (Erin Gerasimovich) e Joy Birch (Kyla-Drew Simmons) scompaiono misteriosamente: Keller Dover (Hugh Jackman), il padre di Anna, è convinto che il rapitore sia Alex Jones (Paul Dano), un ragazzo con un ritardo mentale che sostava su un RV accanto al quale le piccole erano state viste giocare, e inizia a indagare in autonomia. Il detective Loki (Jake Gyllenhaal), a cui è stato affidato il caso e che ha localizzato Alex Jones, affidato all’anziana zia Holly (Melissa Leo) dopo la morte dei genitori, rilascia il ragazzo poiché, avendo il quoziente intellettivo di un bambino di 10 anni, non sembra essere in grado di far aver fatto sparire le due bambine, le cui tracce non sono state ritrovate sul suo RV. Keller, convinto della colepevolezza del ragazzo, aggredisce Jones, che gli sussurra la frase “Non hanno pianto finché non le ho lasciate”. Loki, indagando sui pedofili presenti in zona, ispeziona la cantina di un ex sacerdote alcolizzato (Len Cariou), dove trova il cadavere mummificato di un uomo con addosso un ciondolo che raffigura un labirinto: il prete confessa che si tratta di uno sconosciuto serial killer, da lui segregato poiché gli aveva rivelato di aver assassinato sedici bambini. Alla veglia della comunità per Anna e Joy un uomo fugge quando Loki lo avvicina e in seguito si introduce furtivamente nelle case dei Birch e dei Dover.

“Nel frattempo Keller imprigiona il giovane Jones nella derelitta casa paterna, ed è deciso è deciso a farlo parlare usando tecniche di tortura sempre più violente.”

Keller coinvolge in questo infruttuosa sequestro – Jones infatti non parla – i coniugi Birch: il padre di Joy (Terrence Howard) è tormentato dal senso di colpa nel torturare il ragazzo, ma la moglie (Viola Davis), pur decidendo di non collaborare attivamente alle violenze perpetrate da Keller, impedisce al marito di liberare Alex. Il giovane decide di parlare solo durante l’ultima disumana tortura, e infine dice: “Io non sono Alex”.

Intanto Loki rintraccia il sospetto che era fuggito la notte della veglia, tale Bob Taylor (David Dastmalchian), un ragazzo ossessionato dai labirinti, nella cui casa il detective rinviene diversi box con serpenti vivi e vestiti per bambini insanguinati. I Birch e i Dover riconoscono alcuni abiti appartenuti a Joy e Anna, che vengono dunque credute morte. Durante l’interrogatorio, Taylor non fa che disegnare un particolare tipo di labirinto: Loki, frustrato, lo aggredisce, ma Bob riesce a sfilare una pistola dalla fondina di un poliziotto e si spara in bocca. Si scopre che il sangue sugli abiti da bambino nelle casse in realtà proveniva da maiali e in più viene scoperto che Taylor da piccolo era stato tenuto prigioniero: non era stato quindi realmente coinvolto nel rapimento delle bambine, ma aveva solo finto di farlo a causa del trauma subito. Durante una tortura, Alex dice a Keller che le bambine “sono nel labirinto”; intanto Loki riconosce nel labirinto disegnato da Bob Taylor il ciondolo del cadavere rinvenuto a casa del prete. Joy viene inaspettatamente ritrovata viva e, in stato di semicoscienza, dice a Keller che anche lui è stato nel luogo dove è stata tenuta prigioniera. L’uomo scappa da Loki, il quale cerca di anticiparlo alla casa abbandonata, tenuta d’occhio date le frequenti visite di Keller: nella casa trova il giovane Alex e scopre quindi il sequestro messo in atto da Keller. L’uomo ha intanto compreso che il posto dove Joy aveva sentito la sua voce è la casa di Holly Jones, la zia di Alex, nella quale si era recato nei giorni precedenti per scusarsi per l’aggressione al nipote. Qui la donna, dopo aver intuito i sospetti dell’uomo, lo tiene sotto tiro con una pistola e gli rivela di essere stata lei a rapire le bambine usando Alex come esca: la donna era infatti la moglie del maniaco ritrovato a casa del prete ed entrambi avevano ingaggiato una precisa “battaglia contro Dio” poiché il loro unico figlio era morto di cancro; confessa, inoltre, di aver rapito in passato anche Bob Taylor. I bambini sequestrati, costretti ad assumere una particolare droga, venivano rinchiusi in una cavità nel terreno sigillata da una botola metallica coperta da una vecchia automobile parcheggiata: Holly costringe Keller a entrare nella botola, nella quale l’uomo ritrova il fischietto rosso della figlia, motivo per il quale la bambina si era allontana da casa Birch il giorno del Ringraziamento.

Loki si reca a casa di Holly per comunicare il ritrovamento del nipote e lì vede una foto del marito della signora con al collo lo stesso ciondolo con il labirinto trovato sul cadavere nella cantina del prete. Proprio in quel momento la donna si sta apprestando ad iniettare del veleno ad Anna, ma Loki riesce a sparare mortalmente alla donna dopo che questa lo ha colpito di striscio in fronte. Il detective, affrontando una convulsa corsa in auto, porta la ragazzina all’ospedale, dove viene salvata. Si scopre che Alex era a sua volta uno dei bambini sequestrati dalla coppia parecchi anni prima e finalmente si ricongiunge alla sua famiglia. Grace Dover (Maria Bello), dopo aver ringraziato Loki, cerca di informarsi riguardo alle conseguenze penali che il marito, ancora disperso, dovrà subire. La sera stessa il detective si reca a casa Jones e improvvisamente sente un flebile suono di fischietto, facendo così presagire il ritrovamento di Keller.

Recensione:

Denis Villeneuve (Enemy, 2013; Blade Runner 2049, 2017), al suo quinto lungometraggio, costruisce un thriller solido, che riesce a mantenere sempre alta la tensione e l’attenzione dello spettatore senza scadere mai nel patetico, cosa non banale quando si trattano temi come quelli affrontati nel film; un difetto del precedente Polytechnique (2009) potrebbe essere infatti identificato in un’eccessiva chiusura retorica, che in Prisoners è assente. La costruzione del finale si rivela riuscita nell’ottenere un gradito effetto sorpresa (la donna e il suo movente erano obbiettivamente imprevedibili) ed è particolarmente apprezzabile la scelta di chiudere il film con il suono del fischietto, non tanto per una questione di suspance (il ritrovamento di Keller è infatti scontato) ma perché risparmia allo spettatore il visto e rivisto finale “rescue” trionfale tipico del genere thriller.

“Il vero cuore del film non è tanto la narrazione thriller quanto l’evoluzione psicologica dei personaggi, Dover su tutti, di fronte a un soggetto inizialmente condiviso con tante altre pellicole.”

Come successivamente farà in Arrival (2016), Villeneuve mostra la tendenza ad appropriarsi di un genere e a sovvertire le regole narrative e tematiche classicamente legate a tale genere: così come Arrival sarà un film di fantascienza che tratta in realtà del senso del linguaggio, Prisoners è un thriller che tenta di focalizzare l’attenzione dello spettatore non tanto sulla curiosità per la risoluzione del caso e sui colpi di scena inaspettati (comunque presenti), ma su una riflessione più ampia sulla violenza nascosta nell’apparentemente tranquilla vita di una cittadina della provincia americana. Il personaggio interpretato da Jackman, stereotipo del padre di famiglia ossessionato dalla sopravvivenza e pronto a sacrificare ogni senso morale in nome di ciò che ritiene giusto, è infatti il vero protagonista – nonché antagonista – del film nella sua rappresentazione di una violenza disumana e ingiustificabile anche se motivata dal nobile desiderio di salvare la figlia; questa violenza, diversa nell’intento ma nei fatti analoga a quella perpetrata dalla signora Jones e dal marito, è evocata nella scena iniziale, apparentemente estemporanea, della caccia al cervo con il figlio. Il detective interpretato da Jake Gyllenhaal, a cui la sceneggiatura, sotto questo aspetto notevole, affida alternatamente il ruolo di protagonista, è un personaggio al contrario estremamente sfuggente (non ne conosciamo neanche il nome) e il cui arco narrativo non presenta un’evoluzione particolarmente evidente; il momento in cui aggredisce Taylor è l’unico in cui cede completamente alla violenza cui Keller si abbandona fin dal primo momento, violenza che in precedenza era stata evocata dal modo aggressivo con cui tratta i criminali ma che il detective sembra riuscire a tenere sotto controllo, anestetizzando probabilmente il suo modo di interagire con l’altro a scapito della capacità di creare rapporti: il personaggio è appunto caratterizzato dalla dedizione quasi ossessiva al lavoro ai danni della propria vita privata, come afferma il suo superiore, e da un tic all’occhio, inserito spontaneamente da Gyllenhaal, che fa trasparire la nevrosi che lo affligge.

Aspetti negativi del film, oltre ai dialoghi non sempre brillanti, sono alcuni sviluppi narrativi a volte superflui cui è dedicata una quantità di tempo analoga, se non superiore, a quella relativa ai nodi davvero significativi e/o simbolici della trama: la “guerra a Dio”, interessante movente dei sequestratori, è appena accennata e la presenza ricorrente del Padre Nostro recitato sarebbe potuta essere più coerente e pregnante. Alcuni personaggi inoltre appaiono appena abbozzati e soprattutto i coniugi Birch, complici delle torture perpetrate da Keller, non ricevono l’attenzione dovuta e non sembrano essere destinati a pagare per gli atti di cui sono stati testimoni ignavi. Altro aspetto non troppo convincente è la recitazione: a fronte di una notevole performance di Paul Dano (menzione speciale al trucco, eccezionale nel ricostruire il suo volto malamente gonfiato) e di una prova convincente di Gyllenhaal, abile nel riuscire a caratterizzare agli occhi dello spettatore un personaggio così privo di background, risultano tendenzialmente inadeguate le performance dei membri delle famiglie Dover e Birch, fatta eccezione per una Viola Davis sempre incisiva. Le musiche di Jóhann Jóhannsson, che accompagna il regista canadese in altre sue pellicole (per esempio nel già citato Arrival), sono infatti pulite, essenziali e perfettamente funzionali alle sequenze senza mai risultare invasive e contribuiscono a creare uno scarto autoriale rispetto alle modalità del classico thriller, così come la regia mai sensazionalistica, originale nell’inserimento di dissolvenze in nero che elidono i momenti più prevedibili e brillante nella scelta dei punti macchina. L’apparato visivo è in generale notevole, non virtuoso al punto da catalizzare l’attenzione degli spettatori concentrati unicamente sulla trama ma funzionale a rendere il film interessante anche agli occhi dei non appassionati di thriller: splendida la fotografia di Roger Deakins (collaboratore di Villeneuve anche in Sicario, Nightcrawler, 2015, e in Blade Runner 2049), ben abbinata al contesto ma arricchita da una grazia cromatica che, insieme a numerose messe in quadro dalla composizione elegantissima, contribuisce a conferire al film una qualità che gli permette di emergere rispetto al classico thriller, genere nel quale risulta comunque perfettamente inserito.

Pro:

  • Regia e fotografia eleganti e originali rispetto al genere.
  • Interpretazioni di Dano, Gyllenhaal e Davis.
  • Colonna sonora ottima e ben bilanciata.

Contro:

  • Sceneggiatura interessante e originale ma meglio sviluppabile.
  • Recitazione di gran parte del cast secondario.

4 / 5. 2