Ran

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Akira Kurosawa

Ran

Scheda:

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© Studio+

Titolo originale:

Ran

Uscita Italia:

7 Marzo 1986

Uscita USA:

20 Dicembre 1985

Regia:

Akira Kurosawa

Sceneggiatura:

Akira Kurosawa, Hideo Oguni, Masato Hara

Genere:

Drammatico, Storico

REDAZIONE: ★9.5

PUBBLICO:

Cast:

Trama:

Un feudatario signore della guerra, ormai anziano, decide di spartire il suo impero tra i suoi tre figli, scatenando una guerra fratricida inaspettata.

Hidetora Ichimonji (Tatsuya Nakadai), un anziano signore feudale, decide di spartire il suo regno tra i suoi tre figli: Taro (Akira Terao), Jiro (Jinpachi Nezu) e Saburo (Daisuke Ryu). Taro, il primogenito, diventerà il leader del clan Ichimonji, mentre ai suoi due fratelli verranno assegnati due castelli minori. Hidetora è convinto che con l’aiuto reciproco tra fratelli, l’impero rimarrà stabile. Saburo non è certo di questo, e dubita fin dal principio questa bizzarra idea del padre, criticandolo, venendo pertanto cacciato. Il servo di Hidetora, Tango (Masayuki Yui), prende la difesa di Saburo, così il signore esilia entrambi gli uomini. Un altro signore della guerra in visita a corte, Fujimaki (Hitoshi Ueki), assistendo al litigio, invita Saburo a prendere la mano di sua figlia, e seguirlo nella sua terra. Con la divisione delle terre, Taro e sua moglie spingono Hidetora a rinunciare anche al titolo di Gran Lord, trattandolo senza rispetto e infine cacciandolo. Hidetora è costretto a rifugiarsi nel secondo castello, da Jiro, ma anche lì ottiene la stessa sorte. Con un piccolo drappello di cavalieri, si rifugia allora nel terzo castello, abbandonato da Saburo. Poco dopo, l’intera sede viene assediata militarmente dalle forze combinate di Taro e Jiro, che invadono il castello e uccidono tutte le guardie di Hidetora.

Taro viene ucciso con l’inganno dal primo generale di Jiro, Kurogane, mentre Hidetora, sopravvissuto, viene lasciato a vagare nel deserto, succube da vecchiaia e follia.

Con lui si ritrovano Kyoami (Shinnosuke Ikehata), buffone di corte, e Tango, entrambi fedeli compagni. Si rifugiano in una casa di contadini, per scoprire che l’occupante è Tsurumaru (Mansai Nomura), il cognato di Jiro, cieco e impoverito dopo che Hidetora anni prima aveva preso il controllo della sua terra con la forza, uccidendo suo padre, un signore rivale. Con la morte di Taro, sua moglie raggira Jiro per avere una relazione con lei, predisponendo che l’attuale moglie di Jiro venga uccisa. Hidetora intanto man mano perde la testa, impazzendo. L’esercito di Saburo ritorna nel territorio di Jiro per trovare suo padre e ristabilire la normalità di corte. Jiro lo viene a sapere, e schiera frettolosamente il suo esercito sul campo di battaglia, in attesa di una mossa brusca del fratello. Quando Saburo si allontana dal campo per cercare suo padre, Jiro mobilita l’armata e si scontra con l’esercito di Saburo, subendo numerose perdite. Intanto, completamente accondiscendente con la sua nuova donna, invia un gruppo di assassini a uccidere Hidetora, Saburo, e sua moglie. Saburo trova Hidetora nella pianura vulcanica, che recuperando parzialmente la sanità mentale, si ricongiunge emotivamente con suo figlio. Tuttavia, uno dei cecchini che Jiro aveva inviato, spara e uccide Saburo. Sopraffatto dal dolore, anche Hidetora muore. Grazie alle forze di Fujimaki, l’esercito di Jiro viene sconfitto. I pochi guerrieri rimasti in vita si rifugiano insieme a Kurogane e Jiro nel primo castello, dove vi risiede la moglie di Taro. Nel frattempo, i suoi assassini uccidono la moglie di Jiro. Quando il generale Kurugane lo viene a sapere la uccide senza esitazione. Poco dopo Jiro, Kurugane stesso, e tutti gli uomini di Jiro muoiono nella battaglia. Si tiene un corteo funebre per Saburo e Hidetora, mentre Tsurumaru, abbandonato a sé stesso, vaga tra le rovine di un vecchio castello, cieco e solo.

Recensione:

Fin dal principio le arti hanno ispirato e influenzato diversi registi nel comporre arte a loro volta, miscelando ove possibile letteratura, pittura, musica, danza o teatro, creando cinema. Akira Kurosawa (I sette samurai, 1954) è uno di quei pochissimi cineasti nella storia che è riuscito a combinare, con assoluta perfezione, più discipline artistiche nelle sue opere. Kurosawa affermava inoltre che non ci fosse niente di più sul suo creatore che l’opera stessa, non è un caso infatti che fu lui uno dei primi a esportare il cinema giapponese in Europa, di certo grazie alla vittoria del Leone D’oro a Venezia nel 1951, per Rashomon (1950). In esame oggi vi è Ran (1985), un meraviglioso saggio senza tempo su legami di sangue, orgoglio, brama di potere e sua conservazione.

Il film affonda le proprie radici nella cultura nipponica e allo stesso tempo stringe con sé una fetta della storia letteraria occidentale, fondendo miracolosamente un jidaigeki, pellicola in costume di dramma storico che narra vicende di samurai, con la tragedia del Re Lear shakespeariano.

Ricalcando la struttura narrativa dello scrittore inglese, la storia ripercorre le sorti di una famiglia nel momento della divisione del regno, riadattandola nel Giappone del periodo feudale. Le tre sorelle del dramma di William Shakespeare vengono sostituite dai tre figli maschi dell’anziano Hidetora, gran signore, che, stanco di lottare, spartisce l’impero. É assai sorprendente come, nonostante le evidenti diversità di tipo semantico e culturale tra il testo di Shakespeare e le leggende di carattere orientale, il film riesca a trasporre con universalità un trattato così complesso ed esaustivo sulla natura umana. Kurosawa concentra l’essenza tragica nei due personaggi chiave: il vecchio Hidetora, che lentamente, come Re Lear, sprofonda nella follia, incapace di credere alle reazioni dei figli, e Lady Kaede, spietata manipolatrice, figlia di una nuova generazione pregna di smania di potere, assente nel racconto shakespeariano, ma perfettamente confacente con le insperate dinamiche familiari di Ran (caos in giapponese), tra inganni e assassini.

La poetica del racconto è convogliata da un comparto estetico impeccabile. La regia, magistrale, predilige la staticità, scegliendo accuratamente punti macchina volti a esaltare ciclicamente sia i volti inquieti dei protagonisti, sia l’incontaminata bellezza del monte Fuji, scenografia ideale per il peso semasiologico dell’opera. In questo viene in aiuto la fotografia, che, ricorrendo maggiormente a luce naturale, incensa i momenti tragici con tonalità grigiastre, nel quale si stagliano solo il rosso particolarmente acceso del sangue e i colori degli stendardi. A questo proposito è doveroso ricordare il premio Oscar per i costumi. Tralasciando il gigantesco lavoro di ricostruzione storica degli abiti nipponici del tempo, di guerrieri e donne di corte, ciò che lascia sbalorditi è la scelta dei colori: per il padre si utilizza il bianco (purezza, ragione) che contiene in sé tutti i colori, da qui si generano i figli, giallo (facilmente mutevole), rosso (irrequietezza) e blu (equilibrio), i tre colori primari, rappresentanti ognuno una casata differente, rivelandosi semanticamente fondamentali e visivamente meravigliosi.

L’eccellenza del film si rivela anche e soprattutto nelle musiche, che insistono su una potente partitura orchestrale mahleriana (da Gustav Mahler, compositore austriaco) raggiungendo una perfetta sintesi tra sensibilità orientale e cultura d’occidente, e nell’utilizzo del trucco. Quest’ultimo è particolarmente marcato sul volto del protagonista, che diventa sempre più cadaverico, man mano stilizzandosi secondo sembianze di una maschera teatrale. In questo modo Hidetora trasmuta, da anziano signore a spirito alienato, sintetizzando la poetica nichilista del personaggio, e del regista stesso.

Akira Kurosawa firma con Ran l’ennesimo capolavoro, mescolando sapientemente la narrazione occidentale di natura shakespeariana al prototipo culturale nipponico; nel farlo scongiura una prevedibile svalutazione del messaggio critico originario dimostrando come un’opera intramontabile del passato possa essere sviscerata, spezzettata, e ricomposta per un pubblico globale, indipendentemente dallo stato dell’arte primigenio della stessa.

Pro:

  • Connubio narrativo e semantico perfetto tra la cultura nipponica e un modello di riferimento strettamente europeo.
  • Estetica impeccabile in tutte le componenti visive, regia in particolar modo.
  • Costumi e trucco eccellenti, anch’essi funzionali al graduale depauperamento dell’animo umano.

Contro:

  • Rumori ambientali non sempre perfetti.

5 / 5. 2