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Michael Haneke

Amour | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Amour
Titolo Originale:
Amour
Regia:
Michael Haneke
Uscita:
25 ottobre 2012
(prima: 20/09/2012)
Lingua Originale:
fr
Durata:
127 minuti
Genere:
Dramma
Romance
Soggetto:
Sceneggiatura:
Michael Haneke
Fotografia:
Darius Khondji
Montaggio:
Nadine Muse
Monika Willi
Scenografia:
Sophie Reynaud
Musica:
Produzione:
Stefan Arndt
Veit Heiduschka
Margaret Ménégoz
Michael Katz
Produzione Esecutiva:
Uwe Schott
Casa di Produzione:
X Filme Creative Pool
Les Films du Losange
wega film vienna
Budget:
$8 milioni
Botteghino:
$29 milioni
Carica Altro

Redazione

8.5

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Georges Laurent
Jean-Louis Trintignant
Anne Laurent
Emmanuelle Riva
Eva Laurent
Isabelle Huppert
Alexandre
Alexandre Tharaud
Geoff
William Shimell
Concierge's husband
Ramon Agirre
Concierge
Rita Blanco
Nurse #1
Carole Franck
Nurse #2
Dinara Drukarova
Police Officer #1
Laurent Capelluto
Police Officer #2
Jean-Michel Monroc
Neighbour
Suzanne Schmidt
Paramedic #1
Damien Jouillerot
Paramedic #2
Walid Afkir

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

L'amore di una coppia di ottantenni viene messo alla prova dalla malattia che colpisce l'anziana signora.

Recensione:

Vincitore di una Palma d'Oro al Festival di Cannes del 2012 e del premio Oscar al miglior film straniero dell'edizione del 2013 (a cui è stato candidato anche nelle categorie di miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista) Amour è la pellicola di Michael Haneke (Funny Games, 1997 e 2007; La Pianista, 2001) che ha con ogni evidenza riscosso il maggior successo di critica a livello internazionale. Probabilmente, la principale ragione di questa calorosa accoglienza è da imputare a uno dei maggiori pregi del film, il quale, come rilevato da Paolo Mereghetti, “spinge chi guarda a riflettere su temi solitamente “censurati” come la vecchiaia, la malattia e l'impotenza dei sentimenti”.

In prima analisi, occorre rilevare come la pellicola in esame si apra nel medesimo modo in cui si era chiusa quella precedente (Il Nastro Bianco, 2009), ovvero mostrando allo spettatore una platea in cui potersi specchiare. La gente che affolla la chiesetta di campagna cede questa volta il passo a un pubblico che prende posto a teatro, dove sta per iniziare un concerto di musica classica. Evidente dunque il segnale di continuità formale che il regista austriaco intende immediatamente palesare, dimostrando così la sua piena consapevolezza del mezzo cinematografico: Haneke sa che ciò che sta per mostrare allo spettatore viene proiettato in una sala presumibilmente affollata, decidendo quindi di metterla in scena, per consentire a chi guarda un'immediata immedesimazione con i due protagonisti, dapprima due volti indistinti in una platea, ma di lì in avanti sempre al centro dello schermo, unici punti cardinali della narrazione. La sceneggiatura, avendo l'obiettivo di soffermarsi sulla quotidianità dell'anziana coppia in pensione, presenta un ritmo inevitabilmente lento e dilatato, capace di conferire estremo realismo alle vicende, in piena coerenza funzionale con la semantica del film. L'opera si dimostra tuttavia scritta in modo solo all'apparenza semplice, essendo caratterizzata da una crescente climax emotiva, in grado d'implodere in un finale catartico, di cui lo spettatore è già a conoscenza sin dalla prima scena, potendone così percepire ulteriormente la sua tragicità.


Coerente con il realismo narrativo risulta anche la scelta di non utilizzare musiche extradiegetiche, nemmeno nei titoli di testa e di coda, che accolgono e abbandonano il pubblico in un silenzio funereo.


Gli unici suoni che percepiamo sono quello dell'acqua (prima del rubinetto aperto, poi della pioggia e infine dell'incubo di George, criptico quanto il finale) e della musica classica diegetica (proveniente dai dischi o dal pianoforte del soggiorno). Eccezionale risulta la regia di Haneke, cinica e distaccata come nella maggior parte delle sue opere, che predilige l'utilizzo della camera fissa, brillando tuttavia per la scelta dei punti macchina. Ottima anche la gestione degli spazi scenici: la pellicola può essere infatti inserita nel filone del kammerspiel, dimostrandosi un dramma quasi interamente racchiuso in casa (fatta eccezione per la scena iniziale a teatro di cui si è già detto). Nonostante gli anziani coniugi siano benestanti e dotati di un appartamento particolarmente ampio, il senso di claustrofobia emotiva prende il sopravvento, facendo apparire ristretti tutti gli ambienti, percepiti nella loro ampiezza solo nel finale, quando la figlia torna a visitare la casa vuota. Degne di nota risultano infine le interpretazioni del cast. Gli attori sembrano sempre a proprio agio nei panni di Anne e Georges, al punto tale che in alcuni momenti si ha quasi l'impressione di assistere a un documentario sulla senilità. Fa specie pensare che nel 2017, lo stesso anno in cui Jean-Louis Trintignant girava Happy End per Haneke, Emmanuelle Riva (nota soprattutto per Hiroshima mon amour del 1959) ci lasciava per sempre.

In definitiva, Amour è un dramma straziante, capace di angosciare lo spettatore attraverso le sofferenze fisiche ed emotive dei due anziani protagonisti, legati da un amore sì profondo, ma che non è in grado di salvarli dalle indicibili sofferenze cui la vita prima o poi sottopone ciascun essere umano.

A cura di Mattia Liberatore.
Pubblicato il 18 febbraio 2021.

Pro:

  • Opera la cui semantica impone riflessioni scomode e strazianti.
  • Estremo realismo della narrazione e della messa in scena.
  • Interpretazioni del cast.

Contro:

  • Ritmo narrativo inevitabilmente lento e dilatato.

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