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Charlie Kaufman, Duke Johnson

Anomalisa | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Anomalisa
Titolo Originale:
Anomalisa
Regia:
Charlie Kaufman
Duke Johnson
Uscita:
8 settembre 2015
(prima: 30/12/2015)
Lingua Originale:
en
Durata:
90 minuti
Genere:
Animazione
Dramma
Romance
Commedia
Soggetto:
Sceneggiatura:
Charlie Kaufman
Fotografia:
Joe Passarelli
Montaggio:
Garret Elkins
Scenografia:
Musica:
Carter Burwell
Produzione:
Charlie Kaufman
Duke Johnson
Dino Stamatopoulos
Rosa Tran
Produzione Esecutiva:
Keith Calder
Dan Harmon
Jessica Wu
Adrian Versteegh
Joe Russo
James A. Fino
Aaron Mitchell
Kassandra Mitchell
Pandora Edmiston
Simon Oré
David M. Rheingold
David Fuchs
Casa di Produzione:
Starburns Industries
Harmonius Claptrap
Snoot Entertainment
Budget:
$8 milioni
Botteghino:
$5 milioni
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Redazione

8-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Michael Stone (voice)
David Thewlis
Lisa Hesselman (voice)
Jennifer Jason Leigh
Everyone Else (voice)
Tom Noonan

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Michael Stone, alienato esperto di servizio clienti, trascorre una notte in un hotel di Cincinnati, dove incontra una donna che sembra spezzare la monotonia della sua vita.

Recensione:

Anomalisa è un film d'animazione scritto e diretto da Charlie Kaufman (Synecdoche, New York, 2008; Sto pensando di finirla qui, 2020), interamente girato in stop-motion con la preziosa collaborazione tecnica di Duke Johnson (Marrying God, 2006; Before Orel: Trust, 2012). Presentato in concorso alla 72ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, Anomalisa, pur presentando tutte le caratteristiche dell'inconfondibile scrittura di Kaufman, è sicuramente più fruibile di altre pellicole sceneggiate dal cineasta, note per i forti tratti cervellotici e autoriferiti, presenti in particolare nel suo lungometraggio d'esordio Synecdoche, New York (in cui il cognome del protagonista, Cotard, è un'allusione a un disturbo mentale, così come il nome dell'hotel di Anomalisa rimanda alla Sindrome di Fregoli) o nel tour de force narrativo de Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002).

Anomalisa è comunque un film profondamente kaufmaniano, in cui le tematiche fondamentali dell'incomunicabilità, dell'overthinking e della ricerca dell'amore come chiave per uscire dalla propria gabbia mentale non sono esposte in modo meno incisivo che nelle due pellicole sopra citate o nel recente Sto pensando di finirla qui; la relativa semplicità della narrazione – decisamente lineare per gli standard dello sceneggiatore, la breve durata e la storia d'amore messa al centro della trama rendono tuttavia il film più apprezzabile anche da chi non ama lo stile di Kaufman, avvicinandolo parzialmente al celebre Se mi lasci ti cancello (Michel Gondry, 2004).

La sceneggiatura, anche tramite il sottile espediente della sindrome di Fregoli, riesce a veicolare in modo efficace la solitudine e l'insoddisfazione dell'uomo contemporaneo, tematiche già affrontate in Essere John Malkovich (Spike Jonze, 1999), sceneggiatura d'esordio di Kaufman, in cui la confusione dell'identità è a sua volta fondamentale. Anomalisa, tuttavia, non si limita a riproporre temi già ampiamente trattati ma, anche solo per la scelta dell'animazione come genere veicolante, si ritaglia un posto particolare nella filmografia del cineasta.


L'animazione in stop-motion, oltre ad aumentare l'effetto straniante e a tratti disturbante della trama, permette di giocare in modo efficace e visivamente coerente con l'alienazione del protagonista e con le manie di persecuzione derivate dalla sindrome di cui soffre.


I personaggi del film appaiono infatti robotici, completamente stereotipati e incapaci di reale comunicazione: la critica all'automaticizzazione della società contemporanea, altro tema classico di Kaufman (simbolizzato anche nel lavoro di costumer service di cui si occupa Michael, che costituisce una non-comunicazione, ovvero una mediazione tra un cliente e un ente, funzioni sociali disumanizzate, in vista di una transazione economica), è però parzialmente ribaltata nel finale, in cui allo spettatore appare chiaro che la situazione di incomunicabilità di cui Michael sembra vittima è in realtà creata dal protagonista stesso.

I ritmi dilatati, inquietanti e stranianti del film penalizzano in parte il finale, che appare un po' troppo frettoloso rispetto al resto della narrazione, ma questo non sminuisce il capovolgimento che lo spettatore, per tutto il film portato a empatizzare con Michael poiché vede il mondo come lo vede lui, percepisce quando appare chiaro che la perdita del contatto con la realtà da parte del protagonista crea sofferenza per gli altri forse più di quanta ne crei per lui. Dopo aver corteggiato e fatto credere a Lisa di amarla, infatti, l'uomo la abbandona nel momento in cui la donna smette di essere un'anomalia nella sua esistenza e viene ricondotta alla monotonia e all'apatia in cui Michael si auto isola. Nonostante la donna rimanga ferita dall'uomo, tuttavia, è lei a uscire “vincitrice” dalla loro interazione: il discorso delirante che il protagonista tiene durante la conferenza e che si può semplificare nella necessità di amare e avvicinarsi agli altri è infatti compreso e attuato da Lisa ma non da Michael, che nel finale continua a sentirsi distaccato dalla propria famiglia e dai propri amici e appare ammaliato dalla sex doll giapponese, la sua vera Anomalisa, ovvero l'ideale irraggiungibile di diversità nella monotonia: la bambola, che è paradossalmente meccanica come le persone reali appaiono a Michael, rimane infatti l'unico personaggio oltre al protagonista ad avere una voce diversa.

È infine interessante notare che l'ambientazione dell'hotel è in questo film come in diversi altri veicolo di un senso di alienazione, intesa come “realistica” solitudine (Lost in Translation, Sofia Coppola, 2003) o come distopico e disturbante straniamento (The Lobster, Yorgos Lanthimos, 2015).

A cura di Lucia Ferrario.
Pubblicato il 15 aprile 2021.

Pro:

  • Sceneggiatura lineare ma molto stratificata.
  • Animazioni coerenti con la semantica.
  • Uso originale ed efficace del doppiaggio.

Contro:

  • Autoriflessività tipica di Kaufman che potrebbe infastidire chi non ama il cineasta.
  • Satira politica su Bush anacronistica ed evitabile.

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