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Andrew Dominik

Blonde | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Blonde
Titolo Originale:
Blonde
Regia:
Andrew Dominik
Uscita:
8 settembre 2022
(prima: 16/09/2022)
Lingua Originale:
en
Durata:
165 minuti
Genere:
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Andrew Dominik
Fotografia:
Chayse Irvin
Montaggio:
Adam Robinson
Scenografia:
Erin Fite
Musica:
Nick Cave
Warren Ellis
Produzione:
Brad Pitt
Dede Gardner
Jeremy Kleiner
Tracey Landon
Scott Robertson
Produzione Esecutiva:
Christina Oh
Casa di Produzione:
Plan B Entertainment
Budget:
$22 milioni
Botteghino:
$0
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Redazione

7.5

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Norma Jeane
Ana de Armas
The Playwright
Adrien Brody
The Ex-Athlete
Bobby Cannavale
Miss Flynn
Sara Paxton
Ex-Athlete's Niece
Lucy DeVito
Gladys
Julianne Nicholson
Tom Ewell / Richard Sherman
Scoot McNairy
Cass Chaplin
Xavier Samuel
The President
Caspar Phillipson
Eddy G. Robinson Jr.
Evan Williams
Yvet
Rebecca Wisocky
Whitey
Toby Huss
Jean
Catherine Dent
Brooke
Haley Webb
I.E. Shinn
Dan Butler
Norma Jeane's Father
Tygh Runyan
Mr. Z
David Warshofsky
Young Norma Jeane
Lily Fisher
Tony Curtis
Michael Masini
Jack Lemmon
Chris Lemmon

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Tra realtà e finzione, Blonde ripercorre le (dis)avventure della vita di Marilyn Monroe.

Recensione:

Tratto dall'omonimo romanzo di Joyce Carol Oates, Blonde, presentato alla 79esima Mostra d’arte internazionale d’arte cinematografica di Venezia è il quarto film del regista neozelandese Dominik Andrew (L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford; 2007; Cogan - Killing Them Softly, 2012).

Se Elvis di Baz Luhrmann era stato capace di raccontare la nascita e la morte dell’icona del rock’n roll con una narrazione mai spoglia di splendore, iconicità e luce propria, sembra invece essersi affermata, per i biopic femminili, una tendenza all’oscurità che tende a una dimensione quasi horririfica, come dimostrato ampiamente anche da Spencer (Steven Knight , 2021) e ulteriormente confermato da Blonde.


La Marilyn di Blonde è prima di tutto una bimba abbandonata, una donna violentata, una madre negata, è Norma Jean, lontano dai riflettori e dai capelli platino. La dualità della persona - Norma Jean - e del personaggio - Marylin è enfatizzato dall'uso del colore. Quasi a sottolineare la sua iconicità e la nostalgica romaticizzazione del personaggio, Domink Andrew usa il bianco e nero per la star del cinema, la quale spesso si rifugia nel suo vero essere, nel modo a colori - tenui mai accessi - in cui le sembianze della diva sembrano più che altro ricordare quelle di una bambina.


Se quindi gli intervalli tra l’uso del colore e quello del bianco e nero sembrano avere una giustificazione artistica e metaforica, i passaggi dal formato 4:3 ai 16:9 sembrano per di più ricadere su una questione di convenienza visiva.

Tralasciando questi virtuosismi anarchici, la regia riesce a cucirsi perfettamente sullo stato d’animo della sua protagonista e di Ana da Armas (Blade Runner 2049, 2017; Cena con delitto - Knives Out, 2019) capace di donare anima e corpo a Marilyn e per la prima volta in un ruolo fortemente drammatico, che sicuramente avrà riconoscimenti nella prossima award season.

Il montaggio concorre a questi continui sbalzi emotivi e riesce a confezionare la sensazione di star ripercorrendo le memorie segrete e intime della diva, tra un ricordo e un altro.

La dichiarazione d’intenti nella prima parte è chiara e si realizza con altrettanta chiarezza: un’esposizione non troppo metaforica di un intero sistema, o forse, ancor più, dell’intero genere maschile che con supponenza si annovera del diritto di consumare una persona a uso esclusivamente carnale, privandola di ogni tipo di umanità.

Nella seconda metà della pellicola, la volontà del rendere esplicito, del vedere, del violentare supera una linea etica e diventa parte stessa di ciò che si voleva denunciare. Scene di nudo gratuite, inquadrature di cattivo gusto, condizioni fisiche completamente - e volontariamente - dimenticate per rendere più glamour il dolore di MarilynNorma Jean (come la totale mancanza di citazione dell’endometriosi, malattia che le ha causato diversi aborti, per optare invece a una visione più parodizzata della perdita di un bambino, più cinematograficamente appagante, come una delicata caduta sulla riva di una spiaggia).

La totale de-umanizzazione della protagonista, che non riesce più a separare la sua persona dal suo personaggio, non è nient’altro che l’ennesima donna che prende importanza prima per la sua bellezza, poi per il suo dolore e, ultimamente, con la sua morte.

È giusto chiedersi quindi, se la realizzazione di un film così gratuitamente esplicito non sia altro che un’ennesima violenza inflitta e, che noi spettatori non siamo altro che gli ennesimi avidi consumatori di un’anima che nemmeno nella morte sembra poter trovare pace.

A cura di Linda Giulio.
Pubblicato il 3 ottobre 2022.

Pro:

  • Performance di Ana de Armas.
  • Alcuni spunti registici di Dominik Andrew.

Contro:

  • Il repentino cambiamento di formato e colori, che potrebbe risultare fastidioso.
  • La durata eccessiva.

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