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Fernando Meirelles

City of God | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di City of God
Titolo Originale:
Cidade de Deus
Regia:
Fernando Meirelles
Uscita:
9 maggio 2003
(prima: 5/02/2002)
Lingua Originale:
pt
Durata:
130 minuti
Genere:
Dramma
Crime
Soggetto:
Sceneggiatura:
Paulo Lins
Bráulio Mantovani
Fotografia:
César Charlone
Montaggio:
Daniel Rezende
Scenografia:
Musica:
Ed Cortês
Antonio Pinto
Produzione:
Andrea Barata Ribeiro
Mauricio Andrade Ramos
Marc Beauchamps
Daniel Filho
Hank Levine
Vincent Maraval
Donald Ranvaud
Juliette Renaud
Walter Salles
Produzione Esecutiva:
Elisa Tolomelli
Bel Berlinck
Casa di Produzione:
O2 Filmes
Videofilmes
Wild Bunch
Hank Levine Film
Globo Filmes
Lumière
Miramax
Budget:
$3 milioni
Botteghino:
$30 milioni
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Redazione

8-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Buscapé
Alexandre Rodrigues
Zé Pequeno
Leandro Firmino
Bené
Phellipe Haagensen
Dadinho
Douglas Silva
Cabeleira
Jonathan Haagensen
Sandro Cenoura
Matheus Nachtergaele
Mané Galinha
Seu Jorge
Alicate
Jefechander Suplino
Angélica
Alice Braga
Berenice
Roberta Rodrigues
Buscapé Criança
Luis Otávio
Filé-com-Fritas
Darlan Cunha
Lampião
Thiago Martins
Paraíba - Shorty
Gero Camilo
Thiago - Tiago
Daniel Zettel
Tio Sam - Uncle Sam
Charles Paraventi
Vizinha do Paraíba - Shorty's Neighbor
Danielle Ornelas
Caixa Baixa - Runts
Micael Borges
Bando Zé Pequeno - Li'l Zé's Gang
Lúcio Andrey
Bando Zé Pequeno - Li'l Zé's Gang
Marcello Melo Jr.

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Nella più malfamata favela di Rio de Janeiro, le vicende biografiche di un aspirante fotografo e di un ambizioso criminale si intrecciano a quelle di tanti altri abitanti, fra amori, scelte di vita e sparatorie.

Recensione:


Il sottotitolo di City of God potrebbe essere C'era una volta in America (Latina). Come il capolavoro di Sergio Leone, infatti, anche qui ci troviamo di fronte a una storia di vite personali e intrecciate, sullo sfondo di una comunità dove la malavita e la morte sono all'ordine del giorno.


È peraltro un gusto tipicamente sudamericano quello del racconto generazionale che fa avanti e indietro nel tempo, seguendo i ricordi e il punto di vista di un narratore interno e partecipante. Che qui, oltre a essere una voce che racconta, è anche un occhio che fotografa.

Il soggetto del romanziere Paulo Lins, ispirato a una storia vera, già di per sé è un ottimo punto di partenza: descrivere gli archi narrativi di due personalità opposte in un contesto degradato, cogliendo proprio quel decennio di giovinezza, cambiamenti, scelte e traumi che da un lato porta a una vita soddisfacente, dall'altro a una morte tragica. La sceneggiatura di Bráulio Mantovani (Linha de passe, 2008) sviluppa con dinamismo l'idea iniziale con un accattivante stile a metà fra documentario e racconto di formazione, con una leggerezza e umanità che rendono il film non una violenta sequela di sparatorie ma al contrario un affresco di Cidade de Deus e delle sue vite al limite. Se due ore sembrano tante, in realtà qui sono fin troppo poche: è impossibile esaurire tutte le possibilità lasciate aperte e le singole storie di personaggi minori o secondari. Non per nulla dal film sono state tratte una serie televisiva e un film nel 2008, entrambi dal titolo City of Men.

Tutti gli altri reparti si adeguano quasi alla perfezione al materiale raccontato. La regia di Fernando Meirelles (The costant gardener – La cospirazione, 2005; Blindness – Cecità, 2008) risulta dinamica, con scelte mai banali di inquadratura che passano dal crudo realismo all'esercizio di stile vero e proprio, come la macchina da presa che segue la traiettoria dei proiettili. In sintonia con il proprio montatore prediletto, César Charlone, Meirelles sceglie una sintassi veloce, in cui i piani spesso si sovrappongono e le ellissi temporali vengono risolte con didascalie indicatrici che annunciano le varie “storie nella storia”, che siano luoghi o persone.

Il tocco cupo, da ambientazione criminale, ma allo stesso tempo così latino nella scelta dei colori è merito della buona fotografia di Daniel Rezende, mentre la musica folk di Antonio Pinto (L'amore ai tempi del colera, 2007) fa da contraltare ironico alle sequenze più crude, così come il commento del narratore. In sintesi, ottima ed originale resa ambientale.

Il cast è perlopiù formato da attori non professionisti o poco noti al di fuori del Brasile, e risulta molto ben amalgamato per quanto non ci siano interpretazioni di spicco o personaggi indimenticabili. È però vero che, se il gangster movie americano tende a puntare su una o due figure iconiche (i vari Scarface, Al Capone, Marlowe…), è legittimo che una trasposizione sudamericana del genere si concentri sul racconto corale.

Di fatto, la vera protagonista è Cidade de Deus e le quattro nomination agli Oscar (regia, sceneggiatura non originale, montaggio e fotografia) dimostrano che la compattezza narrativa e visiva c'è, e si fa apprezzare.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 7 maggio 2019.

Pro:

  • Sceneggiatura dinamica ed efficace.
  • Comparto tecnico perfettamente coordinato ed originale nelle scelte.
  • Ottima resa ambientale del luogo dove i fatti si svolgono.

Contro:

  • Esuberanza narrativa: bisognerebbe vederne gli spin-off, ma è tutt'altro che un difetto.
  • Assenza di personaggi di spicco: come sopra, più che un difetto è una scelta voluta per rendere la coralità e l'insieme.

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