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David Cronenberg

Crimes of the Future | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Crimes of the Future
Titolo Originale:
Crimes of the Future
Regia:
David Cronenberg
Uscita:
24 agosto 2022
(prima: 25/05/2022)
Lingua Originale:
en
Durata:
107 minuti
Genere:
Dramma
Horror
Fantascienza
Soggetto:
Sceneggiatura:
David Cronenberg
Fotografia:
Douglas Koch
Montaggio:
Christopher Donaldson
Scenografia:
Dimitra Sourlantzi
Musica:
Howard Shore
Produzione:
Robert Lantos
Steve Solomos
Panos Papahadzis
Produzione Esecutiva:
Jeff Deutchman
Thorsten Schumacher
Joe Iacono
Peter Touche
Christelle Conan
Aida Tannyan
Tom Quinn
Christian Parkes
Casa di Produzione:
Ingenious Media
Serendipity Point Films
Téléfilm Canada
Argonauts Productions S.A.
Bell Media Studios
RocketScience
Ontario Creates
CBC Films
Budget:
$0
Botteghino:
$4 milioni
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Redazione

4+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Saul Tenser
Viggo Mortensen
Caprice
Léa Seydoux
Lang Dotrice
Scott Speedman
Timlin
Kristen Stewart
Cope
Welket Bungué
Wippet
Don McKellar
Dr. Nasatir
Yorgos Pirpassopoulos
Berst
Tanaya Beatty
Router
Nadia Litz
Djuna
Lihi Kornowski
Odile
Denise Capezza
Adrienne Berceau
Efi Kantza
Tarr
Jason Bitter
Klinek
Tassos Karahalios
Brecken
Sozos Sotiris
Beauty Spa Woman
Penelope Tsilika
NVU Agent
Mihalis Valasoglou

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

In un futuro in cui l’essere umano è soggetto a mutazioni organiche, un artista sotto copertura indaga su una misteriosa setta.

Recensione:

Dopo otto anni di assenza dal grande schermo, il regista e sceneggiatore David Cronenberg torna riproponendo, nella cornice di un thriller distopico, alcuni dei temi a lui più cari. SI fa innanzitutto preponderante la presenza del body-horror, di cui l’autore canadese, almeno nel cinema occidentale, è indiscusso maestro: le mutazioni genetiche della nuova umanità del film si integrano alla classica eliminazione delle differenze fra organico e macchinico e le mutilazioni assurgono ad erotismo (“La chirurgia è il nuovo sesso”, afferma il personaggio di Timlin). Nell’universo di Cronenberg il corpo biologico è tanto celebrato quanto destrutturato e gli strumenti tecnologici agiscono quali esseri viventi mostruosi (monstrum va inteso nel duplice significato di orrore e prodigio): una lezione che bene ha imparato Julia Ducournau con il suo recente e controverso Titane (2021), rielaborazione xeno-femminista delle tematiche che furono non solo di Cronenberg, ma anche della scuola letteraria avente James Ballard capostipite. Il corpo, la sessualità e persino la malattia sono visti al tempo stesso come atti performativi. La fascinazione perversa dell’asportazione e del portare fuori quanto vi è di viscerale pure ritorna prepotentemente nell’ultima fatica di Cronenberg: se nel precedente Cosmopolis (2012) le interiora erano quelle eleganti e moderne dell’automobile che fa da ambientazione all’intero racconto, quasi fossero il ventre di un essere a sé stante, qui il focus è nuovamente riportato all’organismo umano. Infine, Crimes of the Future segna il convinto ritorno del regista ad atmosfere cyber-punk, dove lo sviluppo tecnologico va di pari passo non con il miglioramento, ma con la regressione sociale e lo squallore.

Fatte tali premesse, era naturale soprattutto per i seguaci del genere aspettarsi un risultato migliore di quanto effettivamente riuscito. Non si può certo dire che il film sia privo di interesse proprio per l’etica e l’estetica che porta in campo: viene però innanzitutto da domandarsi se Cronenberg non abbia già sviluppato altrove, e con più efficacia, certe tematiche ed espedienti.


Il primo peccato di Crimes of the Future forse è proprio il suo voler essere, come si suol dire, più realista del re.


La declinazione del cyberpunk, così come dell’erotismo perverso e dell’ecologismo nemmeno troppo implicito, sembra infatti davvero quella di trent’anni fa. Il film potrebbe stupire – o disgustare – chi non avesse mai visto i precedenti lavori di Cronenberg o non avesse presente tutto il filone nipponico che trova in Tetsuo (1989) di Shin'ya Tsukamoto il proprio manifesto. Non pochi sono i problemi a livello di scrittura: dialoghi spesso impacciati, sottotrame lasciate a se stesse e uno sviluppo dell’indagine sincopato fanno da contorno a spunti di riflessione distopica che non brillano né di originalità, né di giustificazione. Gli stessi personaggi non appaiono convincenti: non abbastanza, almeno, per un racconto che vuole riportare in auge tematiche già viste.

Se il racconto appare lento e talvolta farraginoso, la regia risulta tutto sommato espressiva, con l’occhio della cinepresa che indugia sul perturbante e predilige inquadrature e disposizione degli elementi scenici volutamente inquiete. Spenta, troppo pure per un film cyberpunk, la fotografia di Douglas Koch, così come i costumi di Mayou Trikerioti. Le scenografie di Dimitra Sourlantzi, che certamente non restano impresse, prediligono forse eccessivamente la componente punk rispetto a quella futurista, apparendo decontestualizzanti. Molto gradite risultano invece le invenzioni biomeccaniche, marchio di fabbrica di Cronenberg qui rispolverate e riproposte con una certa efficacia e con sicuro impatto visivo. Sorprendentemente, del tutto non pervenute sembrano invece le musiche del Premio Oscar Howard Shore (trilogia de Il Signore degli Anelli), ripetitive e prive di profondità, con un grado di spazializzazione assente.

Venendo alle interpretazioni, salta innanzitutto all’occhio l’uso che Cronenberg fa della fisicità di Viggo Mortensen e il confronto con il precedente La promessa dell’assassino (2007): in entrambi il corpo di Mortensen è declinato in accezione performativa, là con la lotta a corpo libero e con la tematica ricorrente del tatuaggio, qua con la chirurgia come arte scenica. Se però nel film del 2007 quello dell’attore era un organismo sì martoriato, ma pulsante e vivo, qui si accentua fino alla deformazione la tematica della malattia e della non autosufficienza. Ne derivano le pose e gli impedimenti che Mortensen presenta lungo tutto il film e che, se da un lato rappresentano la cifra del personaggio, dall’altro sembrano imbrigliarlo in una interpretazione limitata e sotto tono. Nono lascia il segno nemmeno Léa Seydoux, complice una scrittura del personaggio priva di interesse, mentre risulta ottima, come sempre da molti anni a questa parte, Kristen Stewart: il suo sapersi rapportare con le pieghe psicologiche del proprio personaggio e l’interazione ambigua con gli altri ne fanno un’interprete capace anche in parti relativamente limitate quali questa.

Crimes of the Future poteva, in definitiva, essere molto di più visto soprattutto la quantità di aspettative che aveva generato. Tuttavia tale passo falso dimostra che aleggia, nell’arte e nell’estetica contemporanea, un’esigenza di cyberpunk quale genere tutt’altro che passato di moda: casomai, in cerca di nuove declinazioni originali.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 29 agosto 2022.

Pro:

  • Ottima interpretazione di Stewart.
  • Interessante riproposizione di tematiche care a Cronenberg.

Contro:

  • Declinazione delle tematiche prive di novità.
  • Sceneggiatura povera e piuttosto confusa.
  • Scenografie e musiche insufficienti.

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