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Sergio Corbucci

Django | Recensione | Unpolitical Reviews

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Scheda:

poster di Django
Titolo Originale:
Django
Regia:
Sergio Corbucci
Uscita:
5 aprile 1966
(prima: 5/04/1966)
Lingua Originale:
it
Durata:
92 minuti
Genere:
Azione
Western
Soggetto:
Sceneggiatura:
Sergio Corbucci
Fernando Di Leo
Bruno Corbucci
Franco Rossetti
Geoffrey Copleston
José Gutiérrez Maesso
Piero Vivarelli
Fotografia:
Enzo Barboni
Montaggio:
Nino Baragli
Sergio Montanari
Scenografia:
Francisco Canet
Musica:
Luis Bacalov
Produzione:
Manolo Bolognini
Sergio Corbucci
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
B.R.C. Produzione S.r.l.
Tecisa
Budget:
$0
Botteghino:
$17 mila
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Redazione

8-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Django
Franco Nero
Hugo Rodriguez
José Bódalo
Maria
Loredana Nusciak
Nataniele
Ángel Álvarez
Major Jackson
Eduardo Fajardo
Jonathan
Gino Pernice
Jackson's Henchman
Giovanni Ivan Scratuglia
Jackson's Henchman
Luciano Rossi
Man With Whip
Lucio De Santis
Ringo
José Terrón
Redheaded Saloon Girl
Yvonne Sanson
Dark Saloon Girl
Flora Carosello

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Un misterioso pistolero, che vaga negli Stati Uniti del Sud trascinandosi dietro una cassa da morto, si presenta in una cittadina desolata per compiere una vendetta.

Recensione:

Nel 1966, grazie soprattutto ai primi grandi successi di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965), il genere spaghetti-western, o western all'italiana, si è ormai affermato soprattutto al botteghino. Se la preoccupazione del western americano era fondare il mito della frontiera e della costruzione di un grande paese civile nelle inospitali terre degli indiani, il genere trasposto in Italia a queste date ha altre caratteristiche, tutt'altro che epiche: la vendetta, la violenza, l'ambiguità morale degli agenti, i costi di produzione relativamente contenuti, le sottintese e mai troppo dichiarate prese di posizioni politiche. Se John Wayne era l'eroe duro e puro, i personaggi dello spaghetti-western sono brutti, sporchi, cattivi e il protagonista, modellato su Clint Eastwood, è il solitario angelo della morte, al di là del bene e del male.

Così si inserisce perfettamente in questo filone Django, film di Sergio Corbucci (Il monaco di Monza, 1963; Johnny Oro, 1966). Il soggetto, scritto da Corbucci stesso e dal fratello Bruno, fra gli sceneggiatori abituali delle commedie di Totò, non è particolarmente originale: una classica storia di vendetta, in linea peraltro con tanti altri prodotti del tempo. Pure la sceneggiatura, scritta a ben dodici mani, fra cui quelle dei Corbucci e di Fernando Di Leo (regista del cult Milano calibro 9, 1972), non presenta particolari innovazioni. La forza dello storytelling risiede però nel saper delineare dei personaggi indimenticabili e iconici, fra tutti Django stesso: individuo che non teme il confronto con la morte, e ne è prova la cassa che si porta appresso, simbolo allo stesso tempo dei propri traumi passati e del proprio essere esso stesso un carnefice (la cassa nasconde un'arma da fuoco automatica). I buoni e i cattivi sembrano essere tali fin dall'inizio, è vero, ma secondo la legge- non legge del West tali differenze morali si dissolvono: i personaggi non hanno uno sviluppo perché lo stesso concetto di sviluppo è vanificato, ai confini del mondo civile.

Il tutto viene valorizzato dall'ottima regia di Corbucci, che sa tanto costruire i quadri epici e suggestivi (la prima comparsa di Django, lo scontro finale nel cimitero) quanto gestire le sequenze d'azione, fra cui spicca il massacro dei messicani e la sparatoria nel saloon. Merita una menzione anche la fotografia di Enzo Barboni, principalmente noto con lo pseudonimo di E. B. Clucher come regista della saga di western comici italiani partita con Lo chiamavano Trinità… (1970, in un'altra fase, non meno interessante, della produzione italiana di genere).

A contribuire allo stato di cult di Django, vi sono sicuramente i costumi e le scenografie di Giancarlo Simi, collaboratore di Sergio Leone, che utilizza elementi strutturali riconoscibili e di forte impatto visivo (il ponte, il cimitero, il vestito nero del protagonista) portandoli allo statuto di vero e proprio archetipo. Soprattuto, la colonna sonora è stata composta da Luis Bacalov (premio Oscar per Il postino, 1994): il compositore argentino, troppo a lungo considerato fratello minore del più famoso Ennio Morricone, ha ricevuto il giusto riconoscimento quando Quentin Tarantino ha scelto di riutilizzare la sigla iniziale di Django per il suo Django unchained (2012). Film che si discosta dall'originale quanto a trama e accento posto esplicitamente sulla tematica razziale, ma che del modello di Corbucci conserva il cinismo, la violenza e la tematica del giustiziere al contempo privato e universale.

Incarnato, quest'ultimo, da Franco Nero nel più iconico dei propri ruoli che nulla ha da invidiare al modello di Clint Eastwood.


Ci sono film che diventano cult per motivi spesso complicati da enucleare, per Django invece è chiaro: rappresenta la sintesi perfetta di una stagione felice della produzione filmica italiana e allo stesso tempo funge da fucina di spunti per tutta la cinematografia a venire.


A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 1 giugno 2019.

Pro:

  • Regia e comparto visivo originali ed efficaci.
  • Personaggi iconici per un film cult che merita di essere tale.
  • Colonna sonora di Bacalov, modello per generazioni successive.

Contro:

  • Storia non troppo originale, che però rientra perfettamente nei canoni del genere.

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