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Elia Kazan

Fronte del porto | Recensione | Unpolitical Reviews

Trailer non disponibile

Scheda:

poster di Fronte del porto
Titolo Originale:
On the Waterfront
Regia:
Elia Kazan
Uscita:
28 gennaio 1955
(prima: 22/06/1954)
Lingua Originale:
en
Durata:
108 minuti
Genere:
Crime
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Budd Schulberg
Fotografia:
Boris Kaufman
Montaggio:
Gene Milford
Scenografia:
Musica:
Leonard Bernstein
Produzione:
Sam Spiegel
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
Columbia Pictures
Horizon Pictures
Budget:
$910 mila
Botteghino:
$9 milioni
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Redazione

9+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Terry Malloy
Marlon Brando
Father Barry
Karl Malden
Johnny Friendly
Lee J. Cobb
Edie Doyle
Eva Marie Saint
Charlie Malloy
Rod Steiger
Timothy Dugan
Pat Henning
Glover
Leif Erickson
Big Mac
James Westerfield
Truck
Tony Galento
Tillio
Tami Mauriello
'Pop' Doyle
John F. Hamilton
Mott
John Heldabrand
Moose
Rudy Bond
Luke
Don Blackman
Jimmy
Arthur Keegan
Barney
Abe Simon
Gillette
Martin Balsam
Bit Part (uncredited)
Michael V. Gazzo
Slim (uncredited)
Fred Gwynne
Jocko (uncredited)
Pat Hingle

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Un ex-pugile, ora scaricatore di porto, entra in conflitto con il feroce boss malavitoso della zona.

Recensione:

Fronte del porto rappresenta una delle maggiori vette di quella stagione aurea del cinema americano che, ricusando la serena compattezza e la grazia sofisticata della Hollywood classica, esplora nuovi territori registici e attoriali, oltre che tematici. La rottura delle sintassi filmiche canoniche, tipica della New Hollywood, deve ancora arrivare, ma già si notano un'irrequietezza di fondo nella scrittura dei personaggi e un coraggio rappresentativo finora inediti. Sulla spinta ora del teatro di Tennessee Williams, ora di certa letteratura forse più apprezzata dagli intellettuali europei che non dalla madrepatria, il cinema trova nel melodramma il genere prediletto per veicolare conflitti personali e sociali. Fronte del porto è effettivamente la storia di almeno tre dissidi intersecati fra loro: fra il sé e l'altro, fra oppressori e oppressi, e infine con se stessi come individui calati nella Storia.

La sceneggiatura di Burt Schulberg, da Oscar come regia, interpretazioni e comparto visivo, tiene assieme le suddette fila di conflitti delineando una storia personale drammatica, il cui passato si rifà di continuo sul presente, e ambientandola in un'arena di scontro più ampia e collettiva. La lettura religiosa, evidenziata dalla figura del prete, della tensione fra colpa e responsabilità, giusto e sbagliato (questione morale, dunque), riesce a diventare significativa anche dal punto di vista dei rapporti di potere decritti (questione sociale).


Tipico nel genere melodrammatico è l'avvicendarsi rapido e spesso complesso di eventi drammatici, con relativo carosello di personaggi primari e secondari, ognuno con i propri interessi e le proprie funzioni narrative:


se è vero che allo spettatore di oggi alcuni snodi narrativi potrebbero sembrare troppo debitori di certa letteratura, appunto, melodrammatica, è innegabile come i desideri e i bisogni dei personaggi, nuovamente i loro conflitti, mantengano vivida e plastica la loro potenza.

La regia di Eliza Kazan (Un tram che si chiama desiderio, 1951; La valle dell'Eden, 1955) si insinua nella suburbia del porto, con uno sguardo che è visivo delle descrizioni naturaliste, tanto ancorate alla realtà quanto drammatiche. La cinepresa davvero arriva a coincidere con l'occhio, e con la psicologia, dei personaggi in scena: alla stasi dei sermoni si alterna il dinamismo dei duelli e delle uccisioni, e a questi si sovrappongono l'eleganza delle sequenze più romantiche (il bacio prima dell fuga del protagonista) e la semplice genuinità delle scene quotidiane. Se l'Actor's Studio, fondato da Kazan stesso, chiede ai suoi allievi di esplorare le affinità fra se stessi e il personaggio, la sua regia opera come controparte mettendo al centro ogni singolo carattere nel suo confronto con l'ambiente. Tale intento risulta palese nella soggettiva sfocata finale del derelitto Marlon Brando, ma attraversa e innerva in realtà tutta la pellicola. Opera in questa funzione anche il montaggio di Gene Milford (Orizzonte perduto, 1938), dinamico ed espressivo, e la splendida, quasi parlante, colonna sonora di Leonard Bernstein (West Side Story, 1957).

Ultimi due punti di forza, infine, sono la fotografia e le interpretazioni. La prima, a cura di Boris Kaufman (L'atlante di Jean Vigo, 1934), rende visivamente i conflitti interiori e sociali attraverso forti chiaroscuri, che hanno un valore quasi pittorico: se è vero che spesso il melodramma hollywoodiano viene associati alla fotografia a colori accesi, il bianconero di Kaufman è tanto efficace da risultare davvero il colore più prossimo all'ambientazione e ai suoi personaggi. Il cast, invece, offre intercettazioni ottime, ben delineate e memorabili, sicuramente all'altezza dell'accuratezza psicologica di cui questi sono dotati: fra tanti ottimi interpreti spicca il giovane Brando, in una resa memorabile e veemente che lo vede calarsi nel personaggio in ogni singola variazione di voce e nelle più minime espressioni facciali.

Oggi, si è accennato, il melodramma appare spesso come un genere estremamente legato al suo decennio di massima fortuna. I conflitti personali e collettivi, nel cinema e nella narrazione a venire, hanno trovato nuove modalità espressive. Tuttavia, e prescindendo dall'indubbia importanza storica, la forza dell'opera di Kazan, così come dei personaggi di Brando o del coevo James Dean ci giungono ancora intatte e ammantate di magnetismo, meritandosi a pieno titolo l'appellativo di classici del cinema.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 30 gennaio 2021.

Pro:

  • Sceneggiatura in grado di inscenare conflitti nitidi e complessi, personali e sociali al tempo stesso.
  • Regia che asseconda la forza espressiva della storia e dei protagonisti, così come tutto il comparto visivo.
  • Interpretazioni straordinarie e intense, Brando su tutte.

Contro:

  • Elementi melodrammatici oggi forse stranianti, ma tuttavia intatti nella loro forza.

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