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Fernando Meirelles

I due papi | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di I due papi
Titolo Originale:
The Two Popes
Regia:
Fernando Meirelles
Uscita:
20 dicembre 2019
(prima: 27/11/2019)
Lingua Originale:
en
Durata:
125 minuti
Genere:
Dramma
Commedia
Storia
Soggetto:
Sceneggiatura:
Anthony McCarten
Fotografia:
César Charlone
Montaggio:
Fernando Stutz
Scenografia:
Véronique Melery
Livia Del Priore
Musica:
Bryce Dessner
Produzione:
Tracey Seaward
Dan Lin
Jonathan Eirich
Produzione Esecutiva:
Mark Bauch
Casa di Produzione:
Rideback
Budget:
$0
Botteghino:
$232 mila
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Redazione

7+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Joseph Ratzinger / Pope Benedict XVI
Anthony Hopkins
Jorge Bergoglio / Pope Francis
Jonathan Pryce
Young Jorge Bergoglio
Juan Minujín
Cardinal Hummes
Luis Gnecco
Lisabetta
Cristina Banegas
Esther Ballestrine
María Ucedo
Camerlengo
Renato Scarpa
Cardinal Turkson
Sidney Cole
Cardinal Martini
Achille Brugnini
Protodeacon Estevez
Federico Torre
Father Yorio
Germán de Silva
Father Jalics
Lisandro Fiks
Roberto
Libero De Rienzo
Cardinal Arinze
Willie Jonah
Amalia Damonte
Sofia Mayra Cessak
Driver
Vincent Riotta
Gandolfo Nun
Daphne Mereu
Gandolfo Nun
Martina Sammarco
Paolo
Juan Miguel Arias
Unknown Priest
Daniel Juan di Cocco

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

La parabola del gesuita José Mario Bergoglio, dalla giovinezza al controverso rapporto con la dittatura argentina, raccontata negli amichevoli e ironici dialoghi con il predecessore Joseph Ratzinger, papa in crisi, al momento del passaggio di carica pontificia.

Recensione:

Netflix, come è noto, sta cercando sempre più di differenziare i propri prodotti in più direzioni. Una di queste è quella del film d'autore, sottratto all'egida della distribuzione in sala, avutasi specialmente con Roma (2018) di Alfonso Cuarón e The Irishman (2019) di Martin Scorsese. Un'altra è quella di un filone più diffuso di quanto sembri: la buddy comedy con anziani protagonisti. Ne è esempio la sit-com di successo Il metodo Kominsky (2018 – …) di Chuck Lorre, dove due attori di conclamato carisma quali Michael Douglas e Alan Arkin impersonano individui con gli acciacchi dell'età e il cinismo dei ventenni. I due papi del brasiliano Fernando Meirelles (City of God, 2002; Blindness – Cecità, 2008) tenta di intersecarle, riuscendovi, entrambe. Lo spettatore non si deve però aspettare l'invenzione fantapolitica, e un po' compiaciuta, di The young pope (2016) di Paolo Sorrentino: il riferimento qui più presente è quello della narrazione documentaristica, mascherata sotto il velo della confessione come sacramento e pratica fra amici.

È forse quest'ultimo uno dei lati più interessanti della regia di Meirelles: saper coniugare la leggerezza della regia teatrale a quella del documento storico. La prima modalità risulta evidente nelle lunghe scene dialogiche fra i due protagonisti, che avvengono mai casualmente in luoghi che sono vere e proprie eterotropie, soglie simboliche e amplificazioni del confessionale cattolico: il giardino, la Cappella Sistina, l'elicottero. La seconda si ha nell'effettiva commistione di materiale d'archivio e di finzione, abilmente montata da Fernando Stutz. Altrove, la regia rivela le vere doti di Meirelles: la bravura dei piani senza stacco in movimento, nella magnifica sequenza d'apertura fra le strade di Buenos Aires i cui graffiti si rifanno alla parabola narrata in voice-off, e la perfezione nella costruzione formale dell'immagine. La quale viene ancora più nobilitata dalla bellezza delle location di Roma e Castel Gandolfo, ma anche dalle scenografie di Mark Tildesley (I love Radio Rock, 2010; Il filo nascosto, 2017), eleganti e realistiche. Un plauso, per terminare con il comparto visivo, va alla fotografia di César Charlone, collaboratore abituale di Meirelles, capace di passare da uno stile estetico all'altro a seconda del periodo e del flashback narrato: lo pseudo-documento in pellicola, il bianco e nero, la luce naturale, le sequenze più mistiche.

Venendo al soggetto e alla sceneggiatura, come si è anticipato, la regia sa sfruttare al meglio quello che apparentemente potrebbe essere un limite: l'impianto fortemente teatrale della storia, scritta da Anthony McCarten (L'ora più buia, 2017; Bohemian Rhapsody, 2018) e tratta da una sua stessa pièce.


L'idea di trattare due personaggi rilevanti, politicamente e spiritualmente, con la leggerezza della già vista commedia degli opposti è senza dubbio motivo di interesse. Lungi dall'essere banali, i dialoghi sono ironici quando basta (es. Bergoglio che fischietta Dancing Queen degli Abba),


per poi passare a un'esplorazione psicologica dei protagonisti di ottima fattura: nell'ascoltare la loro riflessione filosofica sul mondo, sui propri pentimenti e controversie (personali, ma anche appartenenti alla Storia), non serve essere credenti per apprezzare, senza mai annoiarsi, la complessità dei ritratti che ne emergono. Il difetto principale della sceneggiatura, semmai, è nell'evidente sbilanciamento in favore di papa Francesco: del quale, oltre a fornire una descrizione certo lusinghiera e decisamente celebrativa (qualcuno, soprattutto in Sudamerica, potrebbe criticare la facilità con cui Bergoglio, da conservatore, diventa progressista), si racconta il passato in modo più approfondito di Ratzinger. Il rischio per quest'ultimo, per quanto ritratto con grazia e placida ironia, è così di sembrare troppo macchiettistico.

A restituire degnamente i personaggi, più ancora dei dialoghi, sono però le ottime interpretazioni dei protagonisti. Il rischio di farne delle imitazioni da cabaret è decisamente stornato: la fragilità di Ratzinger e il dramma di Bergoglio sono perfettamente resi. Per finire, ulteriore nota sufficientemente positiva sono le musiche di Bryce Dessner: certamente risulta straniante sentire Bella ciao in un momento del film, tuttavia si può pensare si tratti di un riferimento alla Teologia della liberazione. La difficoltà nell'accettarne l'utilizzo, senza dubbio, è più propria dello spettatore italiano che di quello internazionale, per ovvi motivi.

I due papi potrebbe essere fra i grandi protagonisti dei prossimi Golden Globe. A prescindere da ciò, si tratta innegabilmente di un prodotto intelligente, colto e leggero allo stesso tempo e, malgrado i difetti, di qualità e impegno evidenti.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 30 dicembre 2019.

Pro:

  • Sceneggiatura studiata, in grado di trasformare magistralmente una commedia romantica in un thriller apocalittico con aspetti orrorifici.
  • Regia e montaggio eccezionali.
  • Capacità di inquietare anche senza l'utilizzo di musiche extradiegetiche.

Contro:

  • Sperimentalismo che può non convincere qualche spettatore, confuso dalla cripticità del messaggio.
  • Effetti speciali che oggi risultano estremamente datati, sebbene per il tempo fossero all'avanguardia.

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