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Akira Kurosawa

I sette samurai | Recensione | Unpolitical Reviews

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Scheda:

poster di I sette samurai
Titolo Originale:
七人の侍
Regia:
Akira Kurosawa
Uscita:
25 agosto 1954
(prima: 26/04/1954)
Lingua Originale:
ja
Durata:
207 minuti
Genere:
Azione
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Akira Kurosawa
Shinobu Hashimoto
Hideo Oguni
Fotografia:
Asakazu Nakai
Montaggio:
Akira Kurosawa
Scenografia:
Kôichi Hamamura
Musica:
Fumio Hayasaka
Produzione:
Sōjirō Motoki
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
Toho
Budget:
$2 milioni
Botteghino:
$346 mila
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Redazione

9+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Kikuchiyo
Toshiro Mifune
Kambei Shimada
Takashi Shimura
Gorobei Katayama
Yoshio Inaba
Kyuzo
Seiji Miyaguchi
Heihachi Hayashida
Minoru Chiaki
Shichiroji
Daisuke Katō
Katsushiro Okamoto
Isao Kimura
Shino
Keiko Tsushima
Rikichi's Wife
Yukiko Shimazaki
Manzô - Father of Shino
Kamatari Fujiwara
Mosuke
Yoshio Kosugi
Yohei
Bokuzen Hidari
Rikichi
Yoshio Tsuchiya
Gisaku, the Old Man
Kokuten Kōdō
Kidnapper
Eijirô Tôno
Coolie A
Jun Tatara
Bun Seller
Atsushi Watanabe
Grandfather of Kidnapped Girl
Toranosuke Ogawa
Samurai
Isao Yamagata
Bandit Scout
Kichijirô Ueda

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Nel Giappone rinascimentale, un manipolo di contadini assolda sette samurai per difendersi dalle incursioni di un gruppo di briganti.

Recensione:

I sette samurai è unanimemente riconosciuto come il capolavoro del regista nipponico Akira Kurosawa (Rashomon, 1950; Il trono di sangue, 1957). Celebre anche al di fuori del Giappone, la trama, con relativa morale, sarebbe valsa come spunto per il remake western I magnifici sette (1960) di John Sturges. Il tono picaresco e collettivo della vicenda, peraltro, ha dato origine a una lunga schiera di emuli, dal western della New Hollywood a quello all'italiana di Sergio Leone. In comune, inoltre, il sottotesto esplicitamente politico: i deboli vengono difesi da una casta di guerrieri appartenenti a un passato perduto e ancorati a valori umani pre-capitalistici e pre-industriali.


Nel Giappone ancora memore dei disastri atomici e prossimo a un progresso rapido e contraddittorio, Kurosawa recupera «l'immensa grandezza del mondo contadino» (Pier Paolo Pasolini)


fornendo un affresco di umanità unica e scomparsa, connettendola all'antica e ormai romantica filosofia dei samurai. Significativo, a tal proposito, il ruolo dei fucili come armi da combattimento, simbolo di una modernità contrapposta all'abilità manuale, al sacrificio delle armi da mano dei samurai.

Al di là delle interpretazioni più o meno esplicitamente politiche (il critico italiano Goffredo Fofi parla di vero e proprio «socialismo»), I sette samurai risulta innovativo per ulteriori e molteplici fattori cinematografici. In primis, il soggetto e la sceneggiatura dello stesso regista: buona parte della storia ruota non attorno alla battaglia o alla descrizione dei nemici, ma al reclutamento dei guerrieri e alle numerose dinamiche interne al villaggio che ne conseguono. Non esistendo un vero protagonista, ogni personaggio viene tuttavia descritto con sintesi e in modo incisivo, creando dei caratteri ben definiti. Al di là della lentezza apparentemente sfiancante del film, Kurosawa riesce a gestire in modo ottimale il debordante materiale narrativo: lo spettatore può immedesimarsi così in ciascuno dei numerosi individui presentati dalla storia e nel loro arco di sviluppo.

Il ritmo dilatato del racconto viene intercalato dalle storie minori, ora drammatiche ora comiche, in modo da rendere il film non solo un'opera d'autore, ma anche un vero e proprio prodotto di intrattenimento. La molteplicità dei punti di vista sarà fondamentale, e ancora più spinta all'estremo da Kurosawa, nel successivo Rashomon.

La regia sfrutta al meglio le ottime ricostruzioni scenografiche, realistiche e storicamente accurate, ad opera di So Matsuyama. Ogni inquadratura assume così le caratteristiche formali e spaziali di un dipinto. Efficaci ed emozionanti, non solo per l'epoca, le scene di battaglia cruente e drammatiche. Un plauso va quindi anche alla fotografia di Asakazu Nakai, che nel 1986 venne nominato agli Oscar proprio per un altro film di Kurosawa, Ran. Il montaggio, sempre a cura del regista, riesce a coniugare la staticità dei primi piani e la dinamicità dei campi più ampi.

Le interpretazioni, pure, risultano efficaci. Favoriti dai tratti distintivi dei singoli costumi e dall'accuratezza del pubblico, ogni personaggio riesce a riportare la propria storia e il proprio carattere senza risaltare eccessivamente sugli altri. Rimane tuttavia rilevante e maggiormente impressa l'interpretazione complessa e sfaccettata di Toshiro Mifune. Le musiche di Fumio Ayasaka (I racconti della luna pallida di agosto, 1953; Gli amanti crocefissi, 1954) sono infine essenziali ma ben distribuite, con un leitmotiv principale a scandire i momenti di raccordo.

I sette samurai è fra i capolavori del cinema mondiale, per estetica, significato e portata storia. Film praticamente quasi senza difetti, risulta fondamentale in Oriente e in Occidente, e soprattutto un racconto ancora capace di emozionare dopo quasi settant'anni.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 16 novembre 2019.

Pro:

  • La portata storica, cinematografica, culturalmente rivoluzionaria del film.
  • Sceneggiatura che riesce a gestire un'immensa portata narrativa.
  • La perfezione di tutti i comparti tecnici, dalla regia alla fotografia.

Contro:

  • La dilatazione temporale, mitigata tuttavia dalla molteplicità delle store e dei momenti narrati.

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