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Il labirinto del fauno | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Il labirinto del fauno
Titolo Originale:
El laberinto del fauno
Regia:
Guillermo del Toro
Uscita:
24 novembre 2006
(prima: 25/08/2006)
Lingua Originale:
es
Durata:
112 minuti
Genere:
Fantasy
Dramma
Guerra
Soggetto:
Sceneggiatura:
Guillermo del Toro
Fotografia:
Guillermo Navarro
Montaggio:
Bernat Vilaplana
Scenografia:
Pilar Revuelta
Laura Musso
Musica:
Javier Navarrete
Produzione:
Alfonso Cuarón
Frida Torresblanco
Guillermo del Toro
Álvaro Augustín
Bertha Navarro
Produzione Esecutiva:
Elena Manrique
Belén Atienza
Casa di Produzione:
Estudios Picasso
Esperanto Filmoj
Tequila Gang
Telecinco Cinema
Budget:
$19 milioni
Botteghino:
$83 milioni
Carica Altro

Redazione

8.5

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Ofelia
Ivana Baquero
Mercedes
Maribel Verdú
Capitán Vidal
Sergi López
Fauno / Pale Man
Doug Jones
Carmen
Ariadna Gil
Dr. Ferreiro
Álex Angulo
Pedro
Roger Casamajor
Garcés
Manolo Solo
Serrano
César Vea
El Tarta
Iván Massagué
Francés
Gonzalo Uriarte
Padre
Eusebio Lázaro
Sacerdote
Francisco Vidal
Alcalde
Juanjo Cucalón
Esposa del alcalde
Lina Mira
Jefe de botiquín
Mario Zorrilla
Capitán Guardia Civil
Sebastián Haro
Esposa del doctor
Mila Espiga
Conchita
Pepa Pedroche
Jacinta
Lalá Gatóo

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Nella Spagna attraversata dagli scontri fra ribelli e regime, la figliastra di uno spietato capitano franchista deve superare delle prove magiche per accedere a un mondo fatato.

Recensione:

Unanimamente considerato il capolavoro di Guillermo del Toro (Hellboy, 2004; La forma dell'acqua, 2017), il pluripremiato Il labirinto del fauno presenta i tratti caratteristici dell'autore messicano: prima fra tutti, la commistione fra il mondo reale, politicamente deviato dai vari fascismi e militarismi, e quello fantastico, in cui le forze magiche concorrono a offrire un'alternativa. La protagonista è, ovviamente un soggetto subalterno: se ne La forma dell'acqua sarà una donna affetta da mutismo e in Hellboy era un mostro orfano imprigionato nella propria diversità, qui è un innocente ragazzina che si ribella al padre. Il quale, ça va sans dire, rappresenta la freudiana Legge del Padre, costrittiva e censoria, ma anche la brutalità della gerarchia militaresca e patriarcale. Il risultato è una favola soprannaturale dal forte radicamento nella Storia (intesa come campo di conflitti ed eventi), in cui si intravede chiaramente la matrice sudamericana delle opere di del Toro: da un lato il trauma dei regimi dittatoriali contrapposti alla forza del legame umano e delle speranze per l'avvenire, dall'altro il realismo magico dove concretezza e fantasia convivono. Non stupisce che fra i produttori del film figuri il connazionale Alfonso Cuarón (Roma, 2019). Del Toro ha saputo trasferire queste tematiche ai modi produttivi del film fantastico per ragazzi, mantenendo però una visibile cupezza e una cruda violenza di fondo che non definiscono precisamente il target al quale è rivolto il film.

La sceneggiatura, dello stesso regista, risponde alla duplicità di cui si è appena detto. La struttura del dramma storico (divisioni familiari, segreti, la Resistenza) è inserita in quella più ampia della favola classica, secondo i canoni del «viaggio dell'eroe». La protagonista, il cui «mondo originario» viene sconvolto, incontra un «mentore», il Fauno, che le propone le tipiche tre prove da superare. Di queste, l'ultima corrisponde alla «discesa alla caverna più profonda»; prima, Ofelia deve affrontare mostri, stringere legami con alleati, scontrarsi con l'antagonista e recuperare «elisir» magici. Lo straziante finale, come spesso in del Toro, è lasciato all'ambiguità: la giovane davvero si è ricongiunta al proprio regno fatato, oppure la fantasia non può realmente cambiare il corso degli eventi nella realtà?


Calibrando ottime scene di descrizione ambientale ad altre cariche di tensione, la narrazione prosegue rinnovando ogni volta gli elementi del racconto classico, lasciando aperte possibilità interpretative.


È evidente quanto, in un film del genere, conti l'aspetto visivo, emozionale, sensoriale. La regia di del Toro è sempre ricercata, per quanto ricorra a soluzioni comprovate e utilizzate a ripetizione, mentre a dominare la costruzione dei quadri sono le scenografie da Oscar di Eugenio Caballero (The impossible, 2012; Roma, 2019). Qui come sopra, il realismo è permeato di elementi evanescenti e mistici, mentre le numerose ambientazioni sono descritte ora con meraviglia, ora con profondo orrore. A questa sorta di new wave del gotico contribuisce la fotografia, sempre premiata agli Academy, di Guillermo Navarro, che trasforma la favola in un racconto cupo per adulti ai limiti del cinema horror. Di fronte a tale impressionante impatto visivo, le musiche di Javier Navarrete (La spina del diavolo, 2001; Yo puta, 2004) risultano depotenziate, pur rimanendo adatte al ruolo che il regista ritaglia loro nelle proprie produzioni (il main theme, come sempre, è efficace). Anche il montaggio di Bernat Vilaplana, pur accurato, fa ricorso a classici e fin troppo usati espedienti.

Ciò che più contraddistingue Il labirinto del fauno, e in generale la produzione di del Toro, è però l'efficacia, la fantasia, la verosimiglianza di trucchi natural ed effetti speciali. La squadra del regista, qui in particolare, supera se stessa: in una vera e propria collezione di mostri e creature costella la trama, spiccano le applicazioni all'attore feticcio Doug Jones, mimo versatile capace di plasmare il proprio corpo a qualsiasi esigenza (come si è visto nel recente, seppur poco riuscito, Scary stories to tell in the dark, 2019). L'Uomo Pallido, a titolo d'esempio, è probabilmente fra i mostri più iconici del cinema degli ultimi decenni. Un plauso aggiuntivo va, almeno, anche all'ottimo Sergi Lòpez, sufficientemente spietato e protagonista di una delle sequenze (il medicamento della mandibola) più impressionanti della pellicola. Da notare come il visivo sia effetto di un lavoro di make-up curatissimo, che non ricorre alla tecnologia digitale e mette in gioco la maestria artigianale dei truccatori.

In definitiva, Il labirinto del fauno, lungi dal non essere un film per il grande pubblico (lo dimostrano, tra l'altro, gli incassi da record), è un'opera intessuta di simbolismi, colta e accurata. Una favola cupa ambientata nel passato ma dalla morale tremendamente eterna.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 27 novembre 2019.

Pro:

  • La sceneggiatura che commistiona storia e mito, realtà e fantasia.
  • Il comparto visivo fantasmatico e soprannaturale.
  • Gli eccellenti effetti speciali (specie addosso a Doug Jones).

Contro:

  • Le musiche, di qualità inferiore rispetto al resto.
  • Montaggio che fa ricorso a classici e fin troppo usati espedienti.

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