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Michael Haneke

Il nastro bianco | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Il nastro bianco
Titolo Originale:
Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte
Regia:
Michael Haneke
Uscita:
30 ottobre 2009
(prima: 24/09/2009)
Lingua Originale:
de
Durata:
144 minuti
Genere:
Dramma
Mistero
Soggetto:
Michael Haneke
Sceneggiatura:
Michael Haneke
Fotografia:
Christian Berger
Montaggio:
Monika Willi
Scenografia:
Heike Wolf-Aury
Musica:
Produzione:
Stefan Arndt
Veit Heiduschka
Margaret Ménégoz
Andrea Occhipinti
Produzione Esecutiva:
Michael Katz
Casa di Produzione:
X Filme Creative Pool
Les Films du Losange
wega film vienna
Lucky Red
Budget:
$21 milioni
Botteghino:
$11 milioni
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Redazione

9-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

The School Teacher
Christian Friedel
The School Teacher as an old man (voice)
Ernst Jacobi
The Pastor
Burghart Klaußner
Anna, the Pastor's wife
Steffi Kühnert
Klara
Maria Dragus
Frau Wagner, the Midwife
Susanne Lothar
The Doctor
Rainer Bock
Anna, the Doctor's daughter
Roxane Duran
Karli
Eddy Grahl
Marie-Louise, the Baroness
Ursina Lardi
The Baron
Ulrich Tukur
Sigmund
Fion Mutert
Eva
Leonie Benesch
Adolf
Levin Henning
Martin
Leonard Proxauf
The Steward
Josef Bierbichler
The Steward's wife
Gabriela Maria Schmeide
Erna
Janina Fautz
Eva's Father
Detlev Buck
Frieda
Birgit Minichmayr

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, alcuni misteriosi accadimenti sconvolgono la vita degli abitanti di un villaggio protestante tedesco.

Recensione:

Due anni dopo la realizzazione del remake shot-for-shot del suo stesso Funny Games (1997), Michael Haneke (La Pianista, 2001; Amour, 2012) torna sul grande schermo scrivendo e dirigendo Il Nastro Bianco, opera in bianco e nero immediatamente acclamata dalla critica, al punto da riuscire ad aggiudicarsi due nomination agli Oscar del 2010 (miglior film straniero e miglior fotografia), ma soprattutto la vittoria di un Golden Globe (miglior film straniero del 2010) e della Palma d'oro al Festival di Cannes 2009. Prima di analizzare nel dettaglio le principali componenti tecniche ed estetiche della pellicola in esame, occorre fare chiarezza sulla sua semantica, che potrebbe risultare particolarmente oscura a uno spettatore disattento o comunque poco avvezzo alle precedenti opere del regista austriaco.

Il Nastro Bianco, come espressamente dichiarato dal narratore-protagonista del film, è un “racconto di strane vicende utili a chiarire alcuni processi maturati nella società tedesca” al termine della Prima guerra mondiale, primo fra tutti: l'ascesa del nazionalsocialismo. La storia è infatti incentrata su un gruppo di bambini prussiani all'apparenza disciplinati e compìti, che assorbendo la rigidità e l'ipocrisia della società circostante, rigorosamente patriarcale e protestante, si dimostrano nel profondo mossi da una cattiveria agghiacciante, in grado di sconvolgere l'equilibrio del villaggio e la coscienza dello spettatore. Ciò nonostante, attraverso questo Deutsche Kindergeschichte (sottotitolo del film presente nella locandina e nei titoli di testa, redatto in corsivo Sütterlin, uno stile tradizionale di bella grafia che veniva insegnato nelle scuole tedesche fino al 1941 e traducibile come “racconto tedesco per bambini” oppure, meglio ancora, come “racconto di bambini tedeschi”) Haneke non si limita a rappresentare le inquietanti origini della generazione che di lì a vent'anni si sarebbe trovata a far parte delle SS di Hitler, ma sembra spingersi oltre, andando ad indicare in modo inequivocabile i veri colpevoli del disastro nazista: gli adulti che sono stati in grado di crescerla.

Nella grottesca fiaba di Haneke (recentemente ripresa e rielaborata da Favolacce, Damiano e Fabio D'Innocenzo, 2020) non esiste un eroe, né un lieto fine. Ogni personaggio ha una colpa specifica: dal dottore che maltratta l'amante e abusa della figlia, al pastore che educa con implacabile violenza e rigore la prole (imponendole di indossare un nastro bianco, nei fatti più vicino a un marchio indelebile, sulla falsariga della stella a sei punte che avrebbe condotto gli ebrei nei campi di sterminio, che al declamato “monito di innocenza e purezza”); dal barone attaccato solo al denaro, al maestro, così distratto dalla bella bambinaia, da non accorgersi di quanto stia accadendo sotto i suoi occhi. Egli risulta colpevole forse ancora più di tutti gli altri, vuoi per la disarmante indulgenza con cui si appresta a narrare il racconto allo spettatore, vuoi per la totale omertà dimostrata nel momento in cui scopre cosa sia realmente avvenuto: due parole d'istinto al pastore, quindi il silenzio e infine la fuga. Una colpa ancora più grave se si considera il ruolo che la sua figura riveste all'interno di un villaggio contadino, in cui il maestro è docente di vita prima ancora che di nozioni scolastiche. Ad ogni modo, lascia di stucco l'abilità del regista austriaco nel formulare un così preciso j'accuse, attraverso il ricorso a una storia in cui tutti i misfatti restano impuniti, senza che si trovi mai un colpevole. Ancor più sorprendente (almeno per coloro i quali non avessero visto altre opere hanekiane) è inoltre la sua capacità nel mettere in scena un film così freddo e semanticamente violento, senza mostrare mai direttamente scene cruente. L'impressione è che ne Il Nastro Bianco tutto sia così glaciale da riuscire a bloccare ogni cosa, anche quello scorrimento del sangue che altri cineasti contemporanei fanno di tutto per spargere qua e là nello schermo, al fine di impressionare lo spettatore. Haneke sembra non averne bisogno. Egli non solo riesce ad inquietare nascondendo la violenza, ma fa di più, celandola dietro l'apparente velo d'innocenza dell'infanzia e dietro un'indiscussa eleganza formale.

Dal punto di vista strettamente tecnico, il film si dimostra infatti particolarmente raffinato, presentando una regia per lo più statica e priva di virtuosismi, ma eccezionale nella scelta dei punti macchina e nei pochi movimenti di camera. Haneke alterna con maestria spazi ampi, ripresi quasi in sovraesposizione, a interni illuminati con uno stile espressionista. Notevolissimo, inoltre, sia l'uso della profondità di campo, sia il ricorso a campi lunghi e a eleganti piani sequenza inframezzati da primi piani alla Dreyer (v. La Passione di Giovanna d'Arco, 1928).


A conferire realismo alle vicende è infine la straordinaria fotografia di Christian Berger, che opta per un bianco e nero indispensabile alla buona riuscita del film.


Questa scelta, infatti, si dimostra particolarmente indovinata non solo perché raffredda l'immagine (incrementando così l'agghiacciante semantica di fondo), ma anche – e soprattutto – per il fatto di riuscire a sottolineare ulteriormente il contrasto tra l'apparente purezza dei bambini (simboleggiata dal bianco, il colore del nastro) e la loro crudele indole (nera come la pece). In glaciale armonia con questi espedienti, vanno pertanto collocate sia la spoglia scenografia, sia la totale assenza di musiche extra-diegetiche, entrambe caratteristiche che danno al film un tono ancor più realistico e tangibile. Un ultimo appunto va infine riservato alla scelta di adottare una voce fuori campo. Sebbene questa potrebbe apparire in alcuni frangenti ridondante, andando ad interrompere la veridicità della messa in scena, occorre precisare come risulti in realtà determinante per smascherare le colpe del narratore, che dopo un racconto così auto-indulgente e raggelante, sembra concludere tutto in modo frettoloso e approssimativo, quasi a considerare quei tragici eventi come stranezze irrisolte di un tempo lontano, a cui lui non ha preso parte solo perché troppo ingenuo o distratto per poterle affrontare nel modo opportuno.

In definitiva, Il Nastro Bianco si dimostra un'opera tecnicamente pregevole, dall'estetica elegante e raffinata, ma allo stesso tempo in grado di trasmettere con estrema efficacia l'agghiacciante semantica di fondo. Una pellicola in tutto e per tutto hanekiana, attraverso cui il Maestro austriaco continua a veicolare, senza alcuna spettacolarizzazione, gli allarmanti messaggi sociali presenti sin dal suo esordio, segnato dalla splendida trilogia della glaciazione (Il Settimo Continente, 1989; Benny's Video, 1992; 71 frammenti di una cronologia del caso, 1994).

A cura di Mattia Liberatore.
Pubblicato il 15 gennaio 2021.

Pro:

  • Opera agghiacciante, sia nel messaggio che nella messa in scena.
  • Regia statica, ma allo stesso tempo elegante e raffinata.
  • Bianco e nero glaciale, esteticamente pregevole e semanticamente significativo.

Contro:

  • Film che potrebbe apparire lento o di difficile comprensione a uno spettatore disattento o comunque poco avvezzo alle opere hanekiane.

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