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Matteo Rovere

Il Primo Re | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Il Primo Re
Titolo Originale:
Il primo re
Regia:
Matteo Rovere
Uscita:
31 gennaio 2019
(prima: 31/01/2019)
Lingua Originale:
la
Durata:
123 minuti
Genere:
Azione
Storia
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Filippo Gravino
Francesca Manieri
Matteo Rovere
Fotografia:
Daniele Ciprì
Giuseppe Maio
Montaggio:
Gianni Vezzosi
Scenografia:
Musica:
Produzione:
Matteo Rovere
Isabella Orsini
Andrea Paris
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
Groenlandia
GapBusters
01 Distribution
VOO
BeTV
Roman Citizen Entertainment
Casa Kafka Pictures
Belfius
Regione Lazio
Belgische Taxshelter voor Filmfinanciering
European Union
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
RAI
Budget:
$0
Botteghino:
$2 milioni
Carica Altro

Redazione

8-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Remus
Alessandro Borghi
Romulus
Alessio Lapice
Lars
Fabrizio Rongione
Tefarie
Massimiliano Rossi
Satnei
Tania Garribba
Purtnass
Lorenzo Gleijeses
Elaxantre
Vincenzo Crea
Veltur
Max Malatesta
Mamercus
Fiorenzo Mattu
Adieis
Gabriel Montesi
Erennis
Antonio Orlando
Cai
Vincenzo Pirrotta
Aranth
Michael Schermi
Marce
Ludovico Succio
Lubcef
Martinus Tocchi
Acca Larentia
Marina Occhionero
Picus
Danilo Sarappa
Tias
Federico Diust
Testa di Lupo
Emilio De Marchi
Velia
Marzia Pellegrino

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Reinterpretazione del mito fondativo di Roma: i due fratelli Romolo e Remo, a capo di un manipolo di ex-prigionieri, attraversano il Lazio del VIII secoli a.C. verso le rive del Tevere. Ma il volere degli dei è chiaro: solo uno dei due sopravvivrà all'altro e sarà ricordato come primo re.

Recensione:

Il “primo re” del titolo non si riferisce tanto all'effettivo fondatore mitico di Roma, quanto a Remo, di cui il film traccia una personale discesa agli inferi dal sapore quasi shakespeariano. Complice di questa vera e propria indagine sul “cuore di tenebra” del protagonista, l'ottima recitazione, da teatro tragico, di un Alessandro Borghi che riesce a comunicare con la sola espressività facciale più sfumature psicologiche di qualsiasi discorso. Gli fanno seguito Alessio Lapice e tutto il resto del cast con interpretazioni credibili, buona dimestichezza nelle scene di lotta e capacità di adeguarsi allo scenario particolare.

È infatti la ricostruzione anti-celebrativa del Lazio arcaico uno dei punti di forza del film.


Il regista Matteo Rovere (Veloce come il vento, 2016) guarda a quel filone cinematografico, finora inedito in Italia, di dramma storico brutale e realistico cui appartengono Apocalypto (Mel Gibson, 2006), Valhalla Rising (Nicolas Refn, 2009) e The Revenant (Alejandro G. Inarritu, 2015).


Comune a tutti e quattro è innanzitutto la rappresentazione di una natura primordiale e ostile, quasi onirica nel suo essere investita dall'umanità antica di significati sacrali: le visioni mistiche si alternano al timore per gli spiriti del bosco, pervaso da una luce naturale nobilitata dalla fotografia wide-screen di Daniele Ciprì (La pecora nera, 2010; Fai bei sogni, 2016). In secondo luogo, assieme all'evidente cura nei costumi di Valentina Taviani, il realismo storico si regge in gran parte sulla sceneggiatura di Rovere stesso e dei suoi abituali collaboratori Francesca Manieri e Filippo Gravino: al di là dell'operazione riuscita di rendere coinvolgente una storia nota, e tutto sommato lineare, risalta all'orecchio il proto-latino arcaico che costituisce interamente i dialoghi ed è stato supervisionato da un team dell'Università La Sapienza di Roma.

Si tratta di uno stile di messa in scena che non appartiene alla tradizione italiana, più abituata agli artificiosi peplum degli anni '60, e le ingenuità non mancano, nell'incertezza se seguire la strada dell'epos o della storia materiale; rappresenta tuttavia una premessa interessante per una produzione italiana che mira finalmente al mercato internazionale. Forse, con qualche ammiccamento di troppo al gusto del kolossal epico hollywoodiano, in particolare con la scelta di concludere il film con il nome di Roma e mostrarne, su una cartina del Mediterraneo che fa da sfondo ai titoli di coda, le successive conquiste: un finale che stona visibilmente con l'estetica del film. Così come stonano, in alcuni non evidenti ma comunque percettibili, alcuni errori di continuità el montaggio (la posizione degli attori in determinate scene).

A cura di Michele Piatti.

Pro:

  • La rappresentazione della natura, resa con illuminazione al naturale.
  • La recitazione fisica di Borghi e del cast.
  • Il respiro arcaico della messa in scena, grazie ai dialoghi in proto-latino.

Contro:

  • Regia a volte incerta fra l'epico e il realistico.
  • Finale poco coerente stilisticamente con il resto.
  • Alcuni errori di continuità nel montaggio.

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