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Io sono l'amore | Recensione | Unpolitical Reviews

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Scheda:

poster di Io sono l'amore
Titolo Originale:
Io sono l'amore
Regia:
Luca Guadagnino
Uscita:
5 settembre 2009
(prima: 5/09/2009)
Lingua Originale:
it
Durata:
120 minuti
Genere:
Dramma
Romance
Soggetto:
Luca Guadagnino
Sceneggiatura:
Barbara Alberti
Luca Guadagnino
Walter Fasano
Ivan Cotroneo
Fotografia:
Yorick Le Saux
Montaggio:
Walter Fasano
Scenografia:
Musica:
Produzione:
Tilda Swinton
Luca Guadagnino
Marco Morabito
Alessandro Usai
Massimiliano Violante
Francesco Melzi d'Eril
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
RAI
Budget:
$3 milioni
Botteghino:
$12 milioni
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Redazione

7.5

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Emma Recchi
Tilda Swinton
Edoardo Recchi Junior
Flavio Parenti
Antonio Biscaglia
Edoardo Gabbriellini
Elisabetta Recchi
Alba Rohrwacher
Edoardo Recchi Senior
Gabriele Ferzetti
Allegra Rori Recchi
Marisa Berenson
Tancredi Recchi
Pippo Delbono
Eva Ugolini
Diane Fleri
Gianluca Recchi
Mattia Zaccaro
Ida Marangon
Maria Paiato
Shai Kubelkian
Waris Ahluwalia
Emma Bambina
Honor Swinton Byrne

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Il film mostra le vicende della ricca famiglia Recchi, dando principale rilievo al personaggio di Emma, prima di tutto madre, ma anche moglie, nuora e amante.

Recensione:

Prima pellicola appartenente alla trilogia del desiderio diretta da Luca Guadagnino e seguita dai tematicamente affini A Bigger Splash (2015) e Chiamami col tuo nome (2017). Per la realizzazione del film, presentato nella sezione “Orizzonti” della 66ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, furono necessari ben 7 anni di scrittura e circa 6 mesi di lavoro in fase di post-produzione, nel corso dei quali, dopo ingenti tagli di montaggio, la durata del lungometraggio passò dai 210 minuti originari agli attuali 120. Una riduzione dunque notevole, che probabilmente ha inciso negativamente sulla godibilità della sceneggiatura, penalizzata da un ritmo della narrazione spesso compassato e da un'introspezione psicologica dei personaggi secondari talvolta eccessivamente approssimativa. Ciò nonostante, il film ha il pregio di non scadere nei cliché tipici del dramma sentimentale o esistenziale, denotando una buona dose di originalità e consapevolezza nel finale, tutt'altro che convenzionale.


Io sono l'amore presenta un comparto visivo di alto livello, che cattura l'attenzione dello spettatore, affascinato dalla bellezza scenografica e fotografica dell'opera.


Le ambientazioni risultano a tutti gli effetti delle co-protagoniste, dimostrandosi essenziali ai fini della contestualizzazione semantica della pellicola. Significativo in tal senso l'evidente contrasto tra il grigiore di Milano, nell'ambito del quale i personaggi si muovono ingessati, condizionati dall'oppressione della formalità e delle convenzioni sociali che si impongono a una famiglia alto borghese, e il liberatorio verde della campagna ligure di Sanremo, cornice perfetta per lasciarsi andare alle passioni più proibite e sfrenate. Ad enfatizzare l'importanza scenografica sono una fotografia vintage, che omaggia il cinema italiano – e più in generale europeo – degli Anni ‘60 e ‘70, e una regia a tratti barocca, ma esteticamente degna di nota. Guadagnino alterna spesso inquadrature sghembe a sinuosi long take, che riflettono la confusione mentale della protagonista, conferendo allo stesso tempo sensualità all'opera. Fondamentale ponte di collegamento tra la compostezza delle consuetudini altoborghesi e l'irrefrenabile intensità del desiderio è il cibo. Gli splendidi piatti di Antonio (in realtà realizzati dallo chef milanese Carlo Cracco) si rivelano perfetti nel combinare l'eleganza formale alla passionalità sostanziale: magistrale risulta a tal proposito la scena in cui Emma assaggia per la prima volta i gamberi di Antonio, il piatto da cui avrà inizio il suo sentimento per lo chef. L'esplosione di sapori – e quindi di emozioni – viene enfatizzata da quasi tutte le componenti filmiche: la regia regala primissimi piani della bocca di Emma, alternati dal montaggio a immagini che esternano le sensazioni della protagonista; la fotografia pone in penombra l'intero tavolo, concentrandosi con un faro di luce sulla donna; e infine il sonoro sfuma progressivamente le voci di sottofondo per accompagnare con la musica quello che è a tutti gli effetti un autentico viaggio nel desiderio.

A conferire profondità e credibilità a Emma è una straordinaria Tilda Swinton (presente anche in Suspiria, l'ultimo lungometraggio diretto da Guadagnino nel 2018), che nonostante le difficoltà della lingua (recita in italiano senza doppiaggio) e le poche battute a disposizione, riesce a trasmettere tutta la complessità psicologica del suo personaggio, soprattutto grazie a un'espressività facciale e posturale, a cui nessun altro componente del cast può ambire. Fatta eccezione per la sua interpretazione, infatti, gli altri attori risultano spesso impacciati e poco credibili di fronte alla macchina da presa, finendo inevitabilmente per guastare l'intensità di alcuni dialoghi. Da segnalare infine qualche piccolo problema di sonoro (alcune battute vengono sovrastate dai suoni ambientali) e un ultimo grande pregio del film: i costumi. Risulta evidente la meticolosa ricerca effettuata al fine di ricreare il tipico vestiario casalingo e lavorativo dell'alta borghesia, così dettagliato da riuscire a distinguersi anche nei diversi Stati (i lavoratori di Londra ad esempio vestono in modo diverso da quelli lombardi). Gli abiti indossati dalla Swinton poi, sono tutti incantevoli.

In definitiva, nonostante un ritmo non sempre incalzante, Io sono l'amore è un film esteticamente riuscito, che mostra con drammatica sensualità le contraddizioni e le sfaccettature di una donna che è prima di tutto madre, ma anche moglie, nuora e allo stesso tempo amante.

A cura di Mattia Liberatore.
Pubblicato il 25 marzo 2021.

Pro:

  • Interpretazione di Tilda Swinton.
  • Scenografia semanticamente significativa.
  • Regia, fotografia e costumi degni di nota.

Contro:

  • Interpretazione del resto del cast.
  • Ritmo della narrazione spesso compassato.

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