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Francis Ford Coppola

La conversazione | Recensione | Unpolitical Reviews

Trailer non disponibile

Scheda:

poster di La conversazione
Titolo Originale:
The Conversation
Regia:
Francis Ford Coppola
Uscita:
24 settembre 1974
(prima: 7/04/1974)
Lingua Originale:
en
Durata:
113 minuti
Genere:
Crime
Dramma
Mistero
Soggetto:
Sceneggiatura:
Francis Ford Coppola
Fotografia:
Bill Butler
Haskell Wexler
Montaggio:
Richard Chew
Scenografia:
Doug von Koss
Musica:
David Shire
Produzione:
Francis Ford Coppola
Produzione Esecutiva:
Casa di Produzione:
Paramount
The Directors Company
The Coppola Company
Budget:
$1 milioni
Botteghino:
$4 milioni
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Redazione

9-

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Harry Caul
Gene Hackman
Stan
John Cazale
William P. 'Bernie' Moran
Allen Garfield
Mark
Frederic Forrest
Ann
Cindy Williams
Paul
Michael Higgins
Meredith
Elizabeth MacRae
Amy Fredericks
Teri Garr
Martin Stett
Harrison Ford
Receptionist
Mark Wheeler
The Mime
Robert Shields
Lurleen
Phoebe Alexander
Man at Party (uncredited)
Ramon Bieri
Boy in Church (uncredited)
Gian-Carlo Coppola
The Director (uncredited)
Robert Duvall
Confessional Priest / Security Guard (uncredited)
Richard Hackman

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Un investigatore privato scopre, tramite intercettazioni fatte per conto d'altri, che il proprio lavoro può contribuire alla riuscita di un delitto.

Recensione:

La conversazione, scritto, diretto e prodotto da Francis Ford Coppola, si colloca cronologicamente fra Il Padrino (1972) e Apocalypse Now (1979). Se il primo guarda all'America dei clan mafiosi e il terzo agli orrori del Vietnam, il secondo si concentra invece sulla preoccupazione per la sicurezza dei dati personali dell'individuo urbano a ridosso di uno scandalo quale in Watergate (1972) che, oltre a sconvolgere la politica americana, avrebbe evidenziato proprio il rilievo pratico delle tecniche di intercettazione. Se la struttura narrativa del thriller diventa quindi uno strumento, quasi distopico, di indagine delle paranoie e dei traumi del protagonista (e della società), il tema ulteriore è quello della tecnologia come sesto senso capace di andare oltre le prime apparenze. Il riferimento, ovviamente, è a Blow-up (1966) di Michelangelo Antonioni, dove il protagonista scopre casualmente un delitto tramite graduali ingrandimenti fotografici e tuttavia non può fare nulla per risolverlo. Che tale sia il modello è dichiarato dalla presenza, nelle prime sequenze, di un mimo, figura che chiude il capolavoro del regista ferrarese. La riflessione metacinematografica è qui meno evidente, come più sfumate le implicazioni filosofiche; La conversazione resta tuttavia un film maestro della New Hollywood, che della narrazione debole e della non risolutezza di scuola europea aveva fatto i propri capisaldi.

Ottima è innanzitutto la sceneggiatura, capace di alternare lo sviluppo della trama di mistero e l'esportazione della mente e dei conflitti del detective. Ben costruite le alternanze fra passato e presente, spesso accennate da particolari del dialogo intercettato che innescando reazioni psicologiche nel personaggio (es. il parallelismo fra i commenti sul senzatetto e l'infanzia di Caul). Il ritmo narrativo è forse fin troppo disteso all'inizio, esattamente come le prime tracce audio riprese da Caul suonano imperfette e solo man mano si dischiarano. Dalla seconda metà, l'alternarsi di scene oniriche e concitazione narrativa va di pari passo con la frustrazione e il coinvolgimento del protagonista nella vicenda.


Lo spettatore segue la vicenda con gli occhi del detective, senza potersene distaccare e finendo beffato, nel sorprendente finale, tanto quanto lui.


La regia di Coppola è magistrale proprio perché adeguata alla narrazione. Solo apparentemente sporco, lo sguardo della macchina da presa tende a prendere le distanze dai personaggi, a isolarli nella loro alienante solitudine. I lenti zoom avanti, quali quello che va a costituire il long take iniziale, amplificano il senso di inquietudine che permea il film, mentre le sequenze più terrificanti anticipano quella versatilità con il genere gotico che Coppola dimostrerà in Dracula di Bram Stoker (1992). Molto buona anche la fotografia di Bill Butler (Lo squalo, 1974), che immortala un sistema di personaggi spettrali, algidi, inseriti in una Los Angeles altrettanto spettrale. Montaggio visivo di Walter Murch e Richard Chew (Guerre stellari, 1977) altrettanto efficace, soprattutto nelle scene di indagine e nella gestione dei flashback della coppia, ripetuti in maniera ossessiva fino a risultare disturbanti.

Vera punta di diamante dell'opera tuttavia è il montaggio sonoro, sempre di Murch con Art Rochester. Murch per questo lavoro ricevette solo la nomination, ma la sua carriera a venire gli renderà giustizia con ben tre statuette: una nel 1980 per Apocalypse Now e due per Il paziente inglese di Anthony Minghella nel 1997. Le voci, ora meno nitide, ora sinistre e inquietanti, diventano un'ossessione per il protagonista così come per lo spettatore. Si ha quasi l'impressione, volutamente sgradevole, che il suono sia disturbato da rumori di fondo. Il missaggio e l'espediente del fuori campo, anticipando gli incubi acustici di tanti horror a venire, rende davvero La conversazione un thriller in cui la discesa compulsiva verso gli abissi della psiche conta più della risoluzione del caso (che qui, peraltro, rimane parzialmente incompleta).

Ultimo aspetto da evidenziare di quello che, dei film di Coppola, è il più simile a certi incubi di Roman Polanski quali L'inquilino del terzo piano (1976), è la perfetta interpretazione di Hackman, capace di esplorare tutti gli anfratti di un personaggio tanto complesso e sfaccettato quanto silenzioso (per contrasto si chiama Caul, di pronuncia simile al verbo call).

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 9 ottobre 2020.

Pro:

  • Sceneggiatura abile a costruire parallelismi fra ansie individuali, paranoie della società e materia narrativa thriller.
  • Regia e montaggio sonoro perfetti e abili nell'esprimere il clima ossessivo del film.
  • Interpretazione di Hackman sfaccettata e puntuale.

Contro:

  • Iniziale lentezza del ritmo, se comparata alle sequenze della seconda metà.
  • Limitazione della riflessione metacinematografica, se comparata a quanto presente nel riferimento Blow-up.

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