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Lee Isaac Chung

Minari | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Minari
Titolo Originale:
Minari
Regia:
Lee Isaac Chung
Uscita:
26 aprile 2021
(prima: 11/12/2020)
Lingua Originale:
en
Durata:
115 minuti
Genere:
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Lee Isaac Chung
Fotografia:
Lachlan Milne
Montaggio:
Harry Yoon
Scenografia:
Hanrui Wang
Musica:
Emile Mosseri
Produzione:
Dede Gardner
Jeremy Kleiner
Christina Oh
Produzione Esecutiva:
Brad Pitt
Steven Yeun
Joshua Bachove
Casa di Produzione:
Plan B Entertainment
Budget:
$2 milioni
Botteghino:
$12 milioni
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Redazione

7.5

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Jacob
Steven Yeun
Monica
Han Yeri
Soonja
Youn Yuh-jung
Paul
Will Patton
David
Alan Kim
Anne
Noel Kate Cho
Billy
Scott Haze
Mr. Harlan
Darryl Cox
Mrs. Oh
Esther Moon
Dowsing Dan
Ben Hall
Randy Boomer
Eric Starkey
Johnnie
Jacob Wade
Brother Roy
James Carroll
Bonnie
Jenny Phagan
Debbie
Tina Parker
June
Chloe Lee
Older Kid
Joel Telford
Lab Tech
Kaye Brownlee-France
Doctor
Skip Schwink
Grocery Store Owner
Tea Oh

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Negli anni '80, una famiglia coreana si trasferisce in Arkansas per coltivare prodotti tipici del loro Paese.

Recensione:

Con il sorprendente successo conseguito da Parasite (Bong Joon-ho, 2019) alla cerimonia degli Oscar del 2020, è stato finalmente sdoganato il tabù che sembrava impedire ai film non statunitensi di avere concrete possibilità di vittoria nella categoria “miglior film”. La notizia, che all'apparenza potrebbe apparire una banale pillola statistica, risulta in realtà dirompente, non solo perché conferma la tendenza dell'Academy ad allinearsi sempre di più ai Festival (tendenza confermata anche quest'anno, con la vittoria di Nomadland già Leone d'Oro a Venezia, come nel recente caso de La forma dell'acqua nell'edizione del 2018), ma soprattutto perché segna un'apertura senza precedenti del cinema americano verso quello straniero. Tale apertura è risultata così significativa da aver spinto addirittura alcuni produttori statunitensi a realizzare un film americano, che somigliasse quanto più possibile a un prodotto coreano. Si è così arrivati al paradosso dell'americano che emula lo straniero per ottenere il riconoscimento americano per antonomasia: il premio Oscar. Ecco quindi spiegata la scelta di affidare il progetto a Lee Isaac Chung e di avvalersi di attori coreani (meglio ancora se già noti al pubblico statunitense come nel caso di Steven Yeun) e di parlare quanto più possibile in coreano. Il progetto è risultato per certi versi riuscito, essendo stato in grado di aggiudicarsi ben 6 candidature agli Oscar di quest'anno e vincendo la statuetta di miglior attrice non protagonista (assegnata con merito alla bravissima Yoon Yeo-jeong).

Tralasciando le (comunque rilevanti) questioni produttive ed extra-filmiche ed entrando nel merito della pellicola,


non si può in primo luogo non constatare la profonda delicatezza della sceneggiatura, che delinea un dramma familiare credibile e capace di contrapporre la cultura coreana a quella statunitense.


In particolare, il film delinea le varie sfaccettature del Sogno americano: dapprima l'illusione di un suo rapido ed agevole conseguimento, smentita dalle difficoltà della realtà, poi i disvalori che esso comporta, che mettono inevitabilmente in crisi il fragile equilibrio domestico. Il padre di famiglia, infatti, pur di inseguire il suo American dream sembra arrivare quasi a mettere in secondo piano la salute del figlio, rendendosi disposto ad accettare la rottura con la moglie. Solo quando il Sogno andrà letteralmente in fumo, la famiglia troverà la forza per ricompattarsi e tornare ad affrontare insieme le avversità del futuro, non dimenticandosi più di abbandonare le proprie radici culturali (ben rappresentate dalla pianta del minari). Sebbene il finale possa risultare per certi versi costruito in modo sbrigativo e semplicistico, questo può dirsi senza dubbio alcuno coerente con la semantica di fondo, all'insegna della tenerezza e di una drammaticità che non rinuncia mai all'umorismo.

Ad incrementare l'intimità della sceneggiatura sono delle interpretazioni di altissimo livello, capaci di intenerire anche lo spettatore più freddo e apatico. Ciascun attore coglie nel segno, recitando in modo sincero e sempre credibile. Dal punto di vista strettamente tecnico, la pellicola presenta una regia delicata, che rinuncia ai virtuosismi per mettersi al servizio della storia che sta raccontando. La fotografia risulta invece olivastra, caratterizzata da una luce quasi paradisiaca, coerente con l'atmosfera del film e in grado di esaltare un'ambientazione vintage, anche se non particolarmente attenta ai dettagli scenografici. Degna di nota risulta infine la colonna sonora del film, curata da Emile Mosseri.

In definitiva, Minari è un film dolce e godibile, pensato dagli americani per gli americani, pur essendo veicolato attraverso il prezioso supporto coreano.

A cura di Mattia Liberatore.

Pro:

  • Tenero dramma familiare che non rinuncia all’umorismo.
  • Interpretazioni del cast.
  • Comparto tecnico coerente con la semantica di fondo.

Contro:

  • Costruzione del finale sbrigativa.
  • Scenografia poco attenta ai dettagli.

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