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Bong Joon-ho

Parasite | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Parasite
Titolo Originale:
기생충
Regia:
Bong Joon-ho
Uscita:
7 novembre 2019
(prima: 30/05/2019)
Lingua Originale:
ko
Durata:
132 minuti
Genere:
Commedia
Thriller
Dramma
Soggetto:
Bong Joon-ho
Sceneggiatura:
Bong Joon-ho
Han Jin-won
Fotografia:
Hong Kyung-pyo
Montaggio:
Yang Jin-mo
Scenografia:
Cho Won-woo
Song Suk-ki
Noh Seung-goog
Musica:
Jung Jae-il
Produzione:
Bong Joon-ho
Moon Yang-kwon
Jang Young-hwan
Kwak Sin-ae
Produzione Esecutiva:
Miky Lee
Lim Myeong-gyun
Casa di Produzione:
Barunson E&A
CJ Entertainment
Budget:
$11 milioni
Botteghino:
$257 milioni
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Redazione

9+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Kim Ki-taek
Song Kang-ho
Park Dong-ik
Lee Sun-kyun
Yeon-kyo
Cho Yeo-jeong
Ki-woo
Choi Woo-shik
Ki-jung
Park So-dam
Moon-gwang
Lee Jung-eun
Chung-sook
Jang Hye-jin
Geun-se
Park Myung-hoon
Da-hye
Jung Ji-so
Da-song
Jung Hyeon-jun
Driver Yoon
Park Keun-rok
Pizza manager
Jung Yi-seo
Pizza man
Cho Jae-myung
Neighbor
Jeong Ik-han
Drunk 1
Kim Gyu-baek
Street man
Ahn Seong-bong
Benz Dealer
Yoon Young-woo
VR Specialist
Park Jae-wook
Drunk 2
Lee Dong-yong
Mart cashier
Jeon Eun-mi

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Una famiglia in povertà cerca di trovare lavoro presso una ricca famiglia, utilizzando metodi di dubbia moralità.

Recensione:

Palma d'oro al Festival di Cannes 2019, Parasite è l'ennesima piacevole sorpresa di questo 2019 che ci ha già regalato alcune pellicole destinate a entrare nell'olimpo dei cult (Joker; C'era una volta a... Hollywood).

Bong Joon-ho (The Host, 2006; Snowpierce, 2013) torna alla regia e alla sceneggiatura, con un'inedita dark comedy con influenze thriller, piena di significati allegorici e metafore.

La differenza di classi, prima fra tutto, è un tema preponderante all'interno della narrazione: una povera famiglia che cerca disperatamente di uscire dall'ombra (e dalla puzza) del loro scantinato per riuscire a vedere il sole in una lussuosa villa.

Ki-woo e famiglia giustificano le loro azioni dietro la loro condizione sociale e la conseguente necessità di denaro. In questo modo, riescono a lavarsi la coscienza, incapaci di pensare alle reali conseguenze delle loro azioni e perseverando nel loro egoismo. Sarà proprio l'egoismo a spogliarli di qualsiasi virtù, spingendoli addirittura ad uccidere una donna e a imprigionare un uomo, entrambi peraltro poveri e bisognosi almeno quanto loro.

Grazie alla splendida scenografia, lo spettatore riesce a cogliere distintamente la netta spaccatura in seno alla società: da una parte la povertà, collocata in un buio scantinato, senza luce nè servizi, che funge all'occorrenza da bagno pubblico per i passanti più brilli; dall'altra la ricchezza della borghesia, situata in una sontuosa villa (realizzata appositamente ex-novo per girare la pellicola), in cui il sole è più splendente che in qualsiasi altra parte. Interessante a tal proposito la realizzazione dell'entrata nel bunker, una sorta di ponte tra i due mondi, rappresentata visivamente con un rettangolo nero e buio, sito al centro di una parete estremamente illuminata e caratterizzata da colori caldi.

L'enorme divario tra le due classi sociali è sottolineato anche dall'ottima fotografia e (seppur a tratti incostante) regia. Il frequente ricorso ad inquadrature dall'alto porta ad uno schiacciamento visivo della famiglia di parassiti, evidenziando al contempo l'importanza delle loro aspirazioni sociali. Meravigliose anche le ricorrenti carrellate orizzontali e le simmetrie realizzate nella villa, utili a sottolineare l'incolmabile divario tra le due abitazioni.

Le figure allegoriche non si limitano però alle proprietà immobiliari, acquisendo ulteriore centralità verso la seconda metà del film, quando ad esempio la moglie di Kim Ki-taek identifica il marito con uno scarafaggio, che, per antonomasia, quando è in pericolo scappa, parafrasando di fatto il simbolismo chiave della pellicola.


L'essere umano di Bong Joon-ho, se parassita, è destinato a rimanere tale a prescindere dagli sforzi che egli possa fare per elevarsi a qualcosa di migliore. La sua condizione sociale, argutamente identificata con il puzzo tipico dei bassifondi in cui è collocata, non può essere lavata via con sapone o deodorante: questa gli resta addosso e chi non è come lui è condannato a sentirla, anche se è solo un innocente bambino.


Lo spettatore non deve dunque stupirsi se a scatenare il raptus di follia omicida di Kim Ki-taek sia stata proprio l'espressione schifata del ricco padre di famiglia davanti al puzzo tipico di quelli della sua condizione. In quel frangente, i sogni di una vita agiata per lui e per la sua famiglia sono ormai infranti, la figlia è morta, i loro misfatti sono stati svelati, tutto è rovinato. Tanto vale sfogare la propria frustrazione contro chi, nonostante tutto ciò, non riesce a non inorridire dinanzi allo squallore intrinseco della sua condizione sociale. Kim Ki-taek accoltella quindi il signor Park, tentando di affrancarsi dal suo status e di trasformarsi da scarafaggio a lupo. Il riscatto sarebbe stato senz'altro possibile nello Stato di natura hobbesiano, in cui vigono i principi dell'homo homini lupus e del bellum omnia contra omnes; tuttavia, purtroppo per Kim e per la sua famiglia, il mondo è civilizzato e diviso in classi sociali. La sua è la più infima, quella dei parassiti, ed è proprio per questo motivo che dopo una breve quanto illusoria libertà, egli è costretto a rifarsi scarafaggio e a tornare sottoterra, dove è destinato a restare, nascosto da ogni pericolo, ma anche dai raggi del sole.

Tra i protagonisti merita un breve approfondimento anche il povero Ki-woo, il quale, per crearsi una sorta di coscienza, cede alla credenza della fortuna, secondo lui attribuitagli dalla mastodontica pietra ricevuta a inizio film; tuttavia, sarà proprio quella l'arma che verrà usata per ferirlo quasi mortalmente (ferita che potrebbe rappresentare la presa di coscienza degli atti compiuti) e che lo porterà a comprendere che è giunto il momento di liberarsi della pietra e di lasciare il caso agli stolti.

Il finale, per quanto a tratti improbabile (come nella scena della comunicazione in linguaggio morse tra padre e figlio) è aperto a due diverse interpretazioni: quella più ottimista e irrealista, che vede nel figlio la speranza di riscatto, con il giovane che senza studiare riesce ad affermarsi, diventando ricco, acquistando la villa e potendo così riabbracciare il padre; e quella più pessimista e logorante, secondo la quale un povero può anche spingersi ad ambire ricchezze, ma senza con questo riuscire a far sparire del tutto la sua puzza. In effetti non c'è spazio all'ottimismo.

A cura di Linda Giulio e Mattia Liberatore.
Pubblicato il 11 novembre 2019.

Pro:

  • Soggetto originale e ben sviluppato.
  • Scenografia ottima che riesce a enfatizzare la differenza di classe.
  • Ottimo gioco di allegorie.

Contro:

  • Reparto tecnico non sempre continuo nella sua potenzialità.

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