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Matteo Garrone

Pinocchio | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di Pinocchio
Titolo Originale:
Pinocchio
Regia:
Matteo Garrone
Uscita:
19 dicembre 2019
(prima: 19/12/2019)
Lingua Originale:
it
Durata:
120 minuti
Genere:
Fantasy
Avventura
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Matteo Garrone
Massimo Ceccherini
Fotografia:
Nicolai Brüel
Montaggio:
Marco Spoletini
Scenografia:
Alessia Anfuso
Musica:
Dario Marianelli
Produzione:
Jeremy Thomas
Jean Labadie
Matteo Garrone
Paolo Del Brocco
Anne-Laure Labadie
Produzione Esecutiva:
Peter Watson
Alessio Lazzareschi
Marie-Gabrielle Stewart
Casa di Produzione:
Le Pacte
Recorded Picture Company
Archimede
Budget:
$12 milioni
Botteghino:
$17 milioni
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Redazione

7+

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Pinocchio
Federico Ielapi
Geppetto
Roberto Benigni
Fata Turchina
Marine Vacth
Mangiafuoco
Gigi Proietti
Volpe
Massimo Ceccherini
Gatto
Rocco Papaleo
Lucignolo
Alessio Di Domenicantonio
Pappagallo
Marcello Fonte
Grillo Parlante
Davide Marotta
Mastro Ciliegia
Paolo Graziosi
Civetta (dottore)
Gianfranco Gallo
Corvo (dottore)
Massimiliano Gallo
Fata turchina bambina
Alida Baldari Calabria
Tonno
Maurizio Lombardi
Gorilla (giudice)
Teco Celio
Lumaca
Maria Pia Timo
Faina
Enzo Vetrano
Omino di burro
Nino Scardina
Giostraio
Ciro Petrone
Giangio
Domenico Centamore

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Il povero falegname Geppetto fabbrica un burattino, Pinocchio, da un tronco animato. Educarlo a essere un bravo bambino sarà difficile e porterà a fantastici incontri e avventure.

Recensione:

Fra le favole più note, tratta dall'omonimo libro per l'infanzia di Carlo Collodi, il Pinocchio di Matteo Garrone è erede, esteticamente, del precedente film fantastico del regista partenopeo, Il racconto dei racconti (2015). Gli effetti speciali, uniti al magnifico make up di Mark Coulier (saga di Harry Potter, 2001/2011; Grand Budapest Hotel, 2014), restituiscono il tono decisamente cupo e misterico dell'originale letterario. La fiaba di Pinocchio, di cui è principalmente nota la trasposizione Disney del 1940, parecchio libera, è infatti al tempo stesso un aspro attacco pedagogico del mondo degli adulti, nonché racconto carico di significati enigmatici. Vi è chi ci ha visto riferimenti alla religione, con il ventre della balena come il profeta Gioia o la Fata Turchina quale Madonna; altri l'hanno letto come vero e proprio rito di iniziazione massonica trasposto in chiave di favola. Evidenti sono poi i richiami alla critica sociale, che rappresenta poveri dignitosi e tutori della legge corrotti e incapaci.

La semantica del lungometraggio è da un lato rispettabile, proponendosi di affrontare con il giusto spirito alcuni dei turbamenti psichici attualmente più diffusi e sottovalutati, ma dall'altro discutibile e poco convincente, principalmente a causa dell'ennesima rappresentazione grossolana della donna lavoratrice in difficoltà. La sceneggiatura risulta invece scritta male, perché superficiale, lacunosa e confusa.


Sullo sfondo vi è l'Italia contadina di fine secolo, ma anche il sadismo dei racconti dei fratelli Grimm, i bestiari medievali e, in una lettura freudiana, l'elemento perturbante dell'oggetto inanimato che prende vita.


Il film di Garrone risponde pienamente all'obiettivo di trasporre in visivo la fantasia debordante di significati dell'opera. La fotografia di Nicolaj Brüel, collaboratore del regista per Dogman (2017) alterna il verismo del mondo rurale, il realismo magico e pittorico della tradizione artistica italiana e l'immaginazione inquieta dei mondi e dei mostri/prodigi rappresentati. Merito anche degli ottimi costumi di Massimo Cantini Parrini (Riccardo va all'inferno, 2017), a metà fra ricostruzione storica e creazione teatrale. Il continuo rapporto fra materia reale e tangibile, come il legno, e l'aspetto funzionale proprio del teatro di marionette, costituisce la punta di diamante del film. Si ricordi che Garrone nasce come pittore: la sua regia, che ragiona letteralmente per quadri e ai quadri fa riferimento, lo dimostra.

Purtroppo, tale precisione e cura visiva non trovano un corrispettivo nella sceneggiatura, scritta da Garrone e dall'interprete Massimo Ceccherini. L'intento di trasporre filologicamente e di pari passo quanto scritto da Collodi, in appena due ore di film, porta a un ritmo estremamente concitato e frettoloso che spesso non consente di godere dei bei momenti estetici e della profondità che l'originale possiede. Non solo, il tono infantile di dialoghi e situazioni mal si adatta a quello buio e, talora, crudo della fotografia: qui subentra un problema di target. A chi è destinato il film? Se era necessaria una trasposizione finalmente non edulcorata del romanzo, si doveva intervenire proprio a livello di scrittura prima ancora che di visivo. La storia prosegue quindi in maniera un po' sincopata, senza annoiare ma senza tenere conto che , essendo la vicenda di Pinocchio già universalmente nota, si poteva rischiare di più nell'adattamento.

All'altezza della regia, in ogni caso, gli interpreti. Se i dialoghi sono limitati dal tono leggero e infantile da film di Natale per famiglie (il problema principale di Pinocchio è proprio l'essere stato concepito per una fruizione da pubblico Disney, senza averne – fortunatamente – i toni), gli attori, tutti ottimi caratteristi, regalano il meglio di sé. Incide forse il fatto che i personaggi hanno complessivamente poco spazio, data la frettolosità della sceneggiatura: tuttavia né Roberto Benigni (ex Pinocchio in un disastroso film da lui diretto nel 2002) né Massimo Ceccherini cascano nei propri principali difetti attoriali, risultando piacevoli e adeguati. Ottimo, anche se purtroppo poco utilizzato, Proietti. Una menzione d'onore va al giovane interprete del burattino, costretto a quattro ore di trucco giornaliere durante le riprese, e alla commistione di attori ed effetti speciali, veri volti e creazioni animalesche. Musiche di Dario Marianelli (che al genere fiabesco cupo ha lavorato con I fratelli Grimm e l'incantevole strega, 2004), sufficientemente adeguate ma non indimenticabili: confermano anzi la componente più bambinesca del prodotto complessivo, laddove si poteva, come detto sopra, osare di più.

Complessivamente, Pinocchio ha il demerito di non aggiungere granché a una storia già raccontata da tanti. Ha però più di un pregio: innanzitutto, essere uno dei pochissimi prodotti italiani di genere fantastico qualitativamente ineccepibili; in secondo luogo, sapersi confrontare con precedenti ingombranti (all'annuncio dell'uscita del film, furono in molti a paragonarlo, per partito preso, allo storico Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini del 1972); soprattutto, viene confermato il talento registico di Garrone, autore non sempre perfetto ma dotato di un talento che andrebbe, in un contesto artistico produttivo come il nostro che ricorda un po' quello di Pinocchio per i tanti finti balocchi e le troppe autorità ingombranti, nobilitato.

A cura di Michele Piatti.
Pubblicato il 23 dicembre 2019.

Pro:

  • Comparto visivo eccellente, realistico e fantastico allo stesso tempo.
  • Tono cupo di fotografia ed effetti speciali innovativo.
  • Interpretazioni ottime, affidate a caratteristi sapientemente inseriti.

Contro:

  • Sceneggiatura frettolosa, minimo sforzo di adattamento da libro a film.
  • Tono infantile della storia che contrasta con il visivo ben più dark.

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