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Peter Weir

The Truman Show | Recensione | Unpolitical Reviews

Scheda:

poster di The Truman Show
Titolo Originale:
The Truman Show
Regia:
Peter Weir
Uscita:
6 settembre 1998
(prima: 4/06/1998)
Lingua Originale:
en
Durata:
103 minuti
Genere:
Commedia
Dramma
Soggetto:
Sceneggiatura:
Andrew Niccol
Fotografia:
Peter Biziou
Montaggio:
William M. Anderson
Lee Smith
Scenografia:
Nancy Haigh
Musica:
Burkhard von Dallwitz
Produzione:
Scott Rudin
Andrew Niccol
Edward S. Feldman
Adam Schroeder
Produzione Esecutiva:
Lynn Pleshette
Casa di Produzione:
Paramount
Scott Rudin Productions
Budget:
$60 milioni
Botteghino:
$264 milioni
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Redazione

8

Pubblico

Redazione
Pubblico

Cast:

Truman Burbank
Jim Carrey
Meryl Burbank / Hannah Gill
Laura Linney
Marlon / Louis Coltrane
Noah Emmerich
Lauren / Sylvia Garland
Natascha McElhone
Christof
Ed Harris
Alanis Montclair / Angela Burbank
Holland Taylor
Simeon
Paul Giamatti
Walter Moore / Kirk Burbank
Brian Delate
Laurence
Peter Krause
Young Truman
Blair Slater
Vivien
Heidi Schanz
Chloe
Una Damon
Bar Waitress
Krista Lynn Landolfi
Bar Waitress
O-Lan Jones
Ron
Ron Taylor
Don
Don Taylor
Spencer
Ted Raymond
Mike Michaelson
Harry Shearer
Senior Citizen
Jeanette Miller
Keyboard Artist
Philip Glass

Trama:

Anticipazione

Trama Completa

Truman vive la sua vita serenamente, senza sapere di essere il protagonista di uno spettacolo televisivo, che le persone intorno a lui sono attori e che la città dove vive è finta; tutto ciò cambierà quando una serie di accadimenti e personaggi gli faranno aprire gli occhi.

Recensione:

Al termine degli anni ‘90, Peter Weir regala al grande pubblico un'opera perfettamente coerente con le linee di pensiero e le paure del periodo: la messa in discussione della realtà, ispirata al Mito della caverna di Platone, è stata la fonte di ispirazione predominante per molti cult e trend di quegli anni; basti pensare che nel 1999, un anno dopo l'uscita di The Truman Show, sono stati distribuiti due film iconici da questo punto di vista come Matrix, delle sorelle Wachowski, ed eXistenZ, di David Cronenberg. In tal senso, Weir si conferma un regista che vuole trattare temi complessi, di stampo orwelliano, rendendoli godibili per il grande pubblico, forse in maniera eccessiva; ragione per cui il film si allontana dall'essere un capolavoro. La sceneggiatura di Andrew Niccol (Gattaca – La porta dell'universo, 1997; Lord of War, 2005), su cui si basa il film di Weir, annette a queste tematiche la allora nascente moda dei reality show, rafforzando il distacco tra l'individuo e il mondo che lo circonda. Ed è proprio nel microcosmo del set televisivo, il vero epicentro della finzione, che vengono catapultati lo spettatore e lo stesso Truman.

Il film si sviluppa su tre diversi piani narrativi: Seahaven, l'isola ricostruita all'interno del set nella quale vive l'inconsapevole Truman; la cabina di monitoraggio, dove agiscono Christof e i suoi collaboratori; la dimensione dei telespettatori. La regia di Weir si affianca ai piani narrativi e varia in base a essi, restituendo una maggiore immersione nel film. I telespettatori da casa vengono comunemente inquadrati dal point of view della televisione stessa, comunicando la massificazione che si genera di fronte al piccolo schermo, non in termini sociali, ma di semplice sottomissione ad esso. Questa rappresentazione riguarda tutti, tranne Laurean, l'unica persona che si ribella a questo impianto e che, finito il The Truman Show, non rimane seduta in attesa di un nuovo programma, ma si alza e va alla ricerca di qualcosa di reale: l'amore che lei prova per Truman. Nella cabina di monitoraggio dello show la regia è molto più dinamica e funzionale, rispecchiando la sua dimensione attiva all'interno del film. In questi frangenti, conosciamo Christof, i membri della troupe e parte del cast, i quali si raccontano e parlano della natura del progetto, come nei classici “dietro le quinte”. Ma è all'interno di Seahaven che si percepisce la sperimentazione nella regia di Weir e nella fotografia di Peter Biziou (9 settimane e ½, 1986; Mississippi Burning – Le radici dell'odio, 1988). Le inquadrature ed i movimenti di macchina seguono una logica diegetica, tipica delle regie televisive dei reality show. Telecamere nascoste indossate dagli attori o situate dentro e fuori gli oggetti di scena, grandangoli, utilizzo della vignettatura più o meno accentuata, ad indicare un occhio sempre vigile, intento a spiare il protagonista h24, zoom rapidi in avanti per i continui spot pubblicitari o il buongiorno di Truman: tutti questi elementi sono conformi e coerenti al contesto del programma televisivo. La regia presenta qualche errore di coerenza con la dimensione televisiva narrata, facendo affidamento, in alcune scene, a punti macchina extra-diegetici; in ogni caso, l'audace sperimentazione registica del film rende comprensibili tali errori. La fotografia è di ottimo livello, soprattutto nella scena finale e nella cabina di monitoraggio, e riesce a sostenere la regia, creando un perfetto connubio tra realismo televisivo e surrealismo della messa in scena. Anche la scenografia e i costumi contribuiscono al comparto visivo del film.


La cromaticità e lo stile delle strutture di Seahaven richiamano l'atmosfera dell'America degli anni ‘50 e quella reaganiana, per di più se si ragiona a livello concettuale: l'edonismo, la sterilità creativa, l'immagine che si vuole dare di sé al mondo esterno rispecchiano perfettamente la natura dell'isola e dello show.


Ad accompagnare il comparto visivo si colloca l'eccelsa colonna sonora, nella quale figura la partecipazione di uno dei migliori compositori polacchi, Wojciech Kilar (Il pianista, 2002; Dracula di Bram Stoker, 1992). le musiche sono un ottimo connubio tra elettronica, che richiama la distopia sci-fi, classica e pop.

L'interpretazione di Jim Carrey, reduce da commedie demenziali come Ace Ventura – Missione Africa (Steve Oedekerk, 1995), Il rompiscatole (Ben Stiller, 1996) e Bugiardo Bugiardo (Tom Shadyac, 1997), è sorprendente e bilanciata e non prevale sulle interpretazioni degli attori secondari. Jim Carrey è stato in grado di incarnare perfettamente un personaggio drammatico che oscilla tra lo smarrimento e la consapevolezza, riuscendo comunque a dare dimostrazione delle proprie capacità comiche, come nelle scene improvvisate di fronte allo specchio. All'epoca, infatti, fece molto discutere la non candidatura ai Premi Oscar dell'attore canadese. Ed Harris interpreta egregiamente il creatore dello show, Christof. Ha una sua ideologia che persegue fino in fondo, tanto estrema quanto umana. Il mondo da lui ideato ha una coesione calcolata al millimetro e l'atmosfera che vuole trasmettere Seahaven è quella di una cittadina solare e florida. Tutto ciò cambia quando l'equilibrio prestabilito viene turbato. Quando Truman riesce a eludere l'occhio vigile di Christof, Seahaven assume le fattezze di una città fantasma abitata da zombi di romeriana memoria: ad esempio, il dalmata del vicino di Truman, sempre gioviale nei suoi confronti, digrigna i denti quando si mette nelle sue tracce. Queste scelte ne fanno un personaggio comparabile a un tiranno o un dio.

I grandi temi esistenziali, la sperimentazione registica e la profondità dei personaggi vengono, però, indeboliti da un montaggio poco corretto e da uno sviluppo della sceneggiatura che si rivela inefficace. Il montaggio risulta essere molto sbilanciato nella concatenazione e nel dosaggio dei diversi piani narrativi; ad eccezione delle scene con i telespettatori, che vengono distribuite bene nel corso della pellicola, quelle nell'isola e nella cabina di monitoraggio non sono legate correttamente. Inoltre, in alcuni punti il montaggio non rende una chiarezza temporale degli eventi: l'allontanamento della moglie di Truman, Meryl, sembra avvenire dal giorno alla notte. Per quanto riguarda la sceneggiatura, che nel complesso risulta originale, soprattutto nella messa in scena degli spazi pubblicitari disseminati nel racconto, essa presenta dei piccoli buchi di trama: il ritorno imprevisto del padre, a differenza dei tentativi di Lauren di interloquire con Truman, non è giustificato, come se lui volesse ritornare nello show senza un vero e proprio scopo, vanificando il suo effettivo ritorno in scena; il modo in cui Truman fugge dallo sguardo del direttore della sala di controllo è un po' forzato; la nuova collega di Truman, che dovrebbe rappresentare il continuo controllo della televisione sulla sua vita, risulta superflua, considerando che non ha alcun impatto nella storia. Il finale del film, per quanto possa risultare troppo rassicurante, e il modo in cui Truman si allontana definitivamente dal set televisivo, descrive correttamente la futura condizione di Truman: egli non sa cosa lo aspetta, ma sa esattamente cosa lascia. Nel contrasto tra l'oscurità dell'uscita e la luminosità del set è sottinteso proprio questo: fuori da Seahaven potrebbe esserci di tutto, dalla gioia infinita alla morte.

Tutti questi elementi fanno di The Truman Show un film dalle tematiche molto forti che si merita il prestigio che tutt'ora preserva. La messa in scena della condizione umana e sociale di Truman rende il messaggio conforme al nostro presente.

A cura di Paolo Neri.
Pubblicato il 23 gennaio 2021.

Pro:

  • Interpretazioni egrege di Jim Carrey, senza che il film si basi sulla sua performance, e degli attori co-protagonisti.
  • Comparto visivo e sonoro funzionali alla sperimentazione registica di Weir.
  • Tema di partenza molto forte.

Contro:

  • Sviluppo a tratti molto semplice e sceneggiatura che presenta dei buchi di trama.
  • Montaggio sbilanciato e poco chiaro nella concatenazione temporale degli eventi.

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