Suicide Squad

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David Ayer

Suicide Squad

Scheda:

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© Warner Bros. Pictures

Titolo originale:

Suicide Squad

Uscita Italia:

13 Agosto 2016

Uscita USA:

5 Agosto 2016

Regia:

David Ayer

Sceneggiatura:

David Ayer

Genere:

Azione, Fantascienza, Avventura

VOTO: ★4

Cast:

Trama:

Un manipolo di pericolosi criminali viene chiamato per costituire una squadra speciale, pronta anche alla morte, al servizio della giustizia.

Dopo la morte di Superman, l’agente Amanda Waller (Viola Davis) forma una squadra composta da supercriminali, al soldo del colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman): si intende utilizzarli al fine di missioni potenzialmente mortali, sottoponendoli al controllo di una capsula esplosiva in caso di disobbedienza. La cosiddetta Suicide Squad è composta da: Deadshot (Will Smith), Harley Quinn (Margot Robbie), Capitan Boomerang (Jay Courtney), El Diablo (Jay Hernandez), Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), Slipknot (Adam Beach), ai quali si aggiunge il samurai Katana (Karen Fukuhara). Si tratta di uomini e mutanti con potenzialità fuori dalla norma, veri e propri anti-eroi riconvertiti alla giustizia.

Fra le reclute indicate da Waller, la dottoressa June Moone (Cara Delevingne), fidanzata di Flag, posseduta da un’antica entità malvagia nota con il nome di Incantatrice , a sua volta controllata da Waller. l’Incantatrice però si ribella, decidendo di sterminare; libera quindi suo fratello Incubus per costruire un’arma di distruzione di massa, poi torna ad assopirsi dentro la dottoressa Moone . Incubus prende d’assalto la stazione metropolitana di Midway City. Si decide per dispiegare la Suicide Squad, facendo credere ai membri che si tratti di un attacco terroristico. Nel frattempo, Joker (Jared Leto), il supercriminale promesso ad Harley Quinn, si mette sulle sue tracce. Dopo un attacco in cui perde la vita Slipknot, Joker sopraggiunge in elicottero e rapisce Harley Quinn. Il mezzo viene abbattuto dagli uomini di Waller, e Harley Quinn si riunisce alla squadra.

A peggiorare la situazione, Deadshot scopre il ruolo di Waller rispetto all’Incantatrice e il proprio status di vittima sacrificale.

“La squadra ha maturato una nuova consapevolezza, quando Flag decide di liberarli dalla spada di Damocle delle capsule esplosive.”

La squadra decide così di portare a termine la missione per riscattarsi: grazie a un sacrifico di El Diablo, l’Incantatrice viene circondata. Infine l’entità malvagia viene sconfitta, mentre Harley Quinn si riunisce a Joker miracolosamente sopravvissuto allo schianto.

A trama conclusa, Waller dialoga con Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck), il quale anticipa la prossima venuta della Justice League.

Recensione:

Suicide squad, in sintesi, è la storia di un doppio fallimento. Doppio in virtù non solo del risultato effettivo, che lascia a desiderare, ma anche delle tante potenzialità letteralmente sprecate. Warner e DC, nel tentativo di creare un prodotto, e una narrazione valoriale, distinguibile da quella ormai canonica e pervasiva del Marvel Cinematic Universe, avevano una inestimabile quantità di spunti, fonti letterarie da graphic-novel e precedenti cinematografici cui attingere: più che ribaltare l’idea stereotipa di cinecomic e supereroe, tuttavia, sono riusciti solo a far ribaltare lo spettatore dalla poltrona. Il soggetto, dal fumetto di John Ostrander, di per sé sarebbe interessante: un racconto collettivo e quasi picaresco al limite fra senso della giustizia e contraddizione, anti-eroismo e riscrittura distopica del mondo narrativo in questione. Tuttavia, quasi ogni comparto del film riesce puntualmente a disattendere quanto di buono poteva esservi in partenza.

Il difetto più macroscopico, al limite del parodistico involontario, sta nella sceneggiatura: scritta dal regista David Ayer (Fury, 2014; Bright, 2017), si sviluppa come una giustapposizione caotica e infelice di colpi di scena, entrate impreviste, troppi personaggi con troppa poca introspezione. Persino gli stereotipi contro cui teoricamente muove il film finiscono per tornare, e appesantire ulteriormente quella che, più che storia, è una galleria da luna-park grottesca e noiosa. Le imperfezioni di scrittura dei personaggi ricadono, forzatamente, sulle loro rese a livello interpretativo: si salva forse, ma solo per l’estremo carisma, Margot Robbie alla cui Harley Quinn, giustamente se pur con risultati discutibili, è stato dedicato il recente Birds of prey (2020). Will Smith risulta invece irretito come poche altre volte nella propria carriera, mentre l’esempio più tragico di scollamento fra l’impegno dell’attore e la trascuratezza della scrittura si ha con il Joker di Jared Leto: ricordato sui social come il “villan tamarro”, di questa versione del cattivo per eccellenza di Gotham City si ricorderanno soltanto l’ispirazione esplicita ad Al Pacino in Scarface (1983) e il commovente tentativo dell’interprete di salvare un personaggio condannato, fin dalla sceneggiatura, al fallimento.

“Se il comparto narrativo sbaglia qualsiasi colpo, passando dalla sconclusionatezza al pietismo di assoluta banalità , pure quello visivo non è da meno.”

Il montaggio di John Gilroy (Pacific Rim, 2013; Rogue One, 2016) soffre visibilmente dell’assenza di materiale quantomeno accettabile su cui lavorare. La fotografia di Roman Vasyanov, incerta se perseguire uno stile realistico o iperrealistico, se valorizzare la descrizione o la resa atmosferica, si riduce a qualcosa di molto simile a certe color correction da filtro Instagram: un vero peccato, perché l’intento di creare un repertorio visivo volutamente insolito si nota, ma viene totalmente sepolto dalla complessiva mancanza di coerenza.

A salvare, parzialmente, l’estetica del film (in quanto la sostanza è irrecuperabile), subentrano il trucco di Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christopher Nelson, premiati con un Oscar nel 2017, e i costumi di Kate Hawley, i quali almeno manifestano un certo intento di coerenza. Gli effetti speciali sono invece imbarazzanti ed esplicano al meglio la grande contraddizione di questo film: un prodotto commerciale con pretese di originalità, senza essere innovativo, e allo stesso tempo un film amatoriale con pretese da kolossal, senza averne nemmeno l’accuratezza tecnica. Warner e Dc hanno dimostrato di recente, con Joker (2019), che non solo è possibile creare universi distanti da quello Marvel, ma è anche auspicabile qualora la maestria, l’innovazione e il coraggio produttivo vadano di pari passo. Suicide squad resta un esperimento sgraziato, contradditorio e rinnegato dagli stessi realizzatori: un passo falso di cui sarebbe meglio dimenticarsi, se non fosse per la prova attoriale di una Margot Robbie all’inizio del proprio periodo d’oro in quanto interprete sorprendente ed eclettica (si veda C’era una volta… a Hollywood, 2019).

Ingiustamente detestato da pubblico e critica, Suicide squad è in realtà uno dei cine-comic più interessanti degli ultimi anni, a livello estetico e semiotico. Rifacendosi alla struttura da racconto picaresco, tipica di grandi maestri quali Sergio Leone e Akira Kurosawa (I sette samurai, 1954), il film racconta di come un manipolo di dannati (in senso biblico) possa ribaltare la percezione valoriale dicotomica di giusto/ingiusto: se già Friedrich Nietzsche aveva affermato che “Dio è morto”, e con esso l’idea di supereroe, e se pure un cantautore sottovalutato quale Max Pezzali aveva già proclamato la disfatta dell’Uomo Ragno, Suicide squad dimostra che, fra le macerie di un mondo sopraffatto dal Capitalismo e dalla crisi di certezze, l’individuo si fa portatore di nuovi valori, e della libertà di crearne.

Se il Marvel Cinematic Universe si limita a riproporre il classico stereotipo dell’eroe come portatore dei valori saldi del neoliberismo, la Harley Quinn di Margot Robbie incarna l’ideale di fluidità, crisi della mascolinità superomistica e inventiva propria di un nuovo filone.

La sceneggiatura di David Ayer lavora per accumulo: quella che apparentemente è incoerenza narrativa, è in realtà una messa alla berlina, sperimentale e quasi autoriale, dei canoni narrativi.

” I personaggi, che ad alcuni sono sembrate macchiette senza profondità, sono in realtà archetipi che rimandano all’epopea mitica e alla narratologia di Christian Vogler:”

il più interessante, in questo senso, è senza dubbio il Joker di Jared Leto. Il quale, a metà fra la figura mitica di Proteo mutaforme, lo shapeshifter della mitologia e il fool shakespeariano, non manca di riferirsi al modello di Al Pacino in Scarface (1983), oltre che aprire la strada agli spunti che ne ha poi tratto Joaquin Phoenix per Joker (2019). Buona anche la performance di Will Smith, finalmente tornato in auge.

L’estetica visiva, la fotografia e la resa grafica degli effetti speciali contribuiscono a fare del film in questione un carosello continuo di immagini, impressioni, stupore. Perfettamente fedele ai modelli precedenti del medesimo universo narrativo, da Tim Burton (regista celebre per Dumbo, 2019) a Christopher Nolan, lo studio delle scenografie post-apocalittiche e metropolitane rientra peraltro in quel filone cyber-punk cui non è estraneo Blade runner (1982). I costumi, invece, rimandano chiaramente alla distopia inquieta e ultra-violenta dell’indimenticato Arancia meccanica (1971) di Stanley Kubrick.

Una serie di padri nobili, in definitiva, per un film spesso ingiustamente criticato e che invece ha offerto al proprio pubblico una serie di innovazioni: fra tutte, il Joker più originale di sempre, oltre ad una Catwoman veramente inedita (così tanto, da non essere presente nemmeno in questo film). Si segnalano, fra i vari riconoscimenti maggiori, la candidatura per Miglior poster di un Blockbuster estivo ai Golden Trailer Awards del 2016.

Pro:

  • Margot Robbie, pur avendo fra le mani un personaggio poco esplorato a livello di sceneggiatura, riesce a offrire un’interpretazione almeno potenzialmente interessante.
  • Soggetto interessante, purtroppo sprecato e sconfessato anche nei suoi presupposti.
  • Trucco e costumi originali.

Contro:

  • Sceneggiatura senza capo né coda, frettolosa e succube degli stereotipi che vorrebbe evitare.
  • Comparto visivo insufficiente, al limite dell’amatoriale.
  • Interpretazioni che risentono di un dissipamento totale a livello di scrittura.

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