The Hateful Eight



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Quentin Tarantino

The Hateful Eight

Scheda:

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© 01 Distribution

Titolo originale:

The Hateful Eight

Uscita Italia:

4 Febbraio 2016

Uscita USA:

8 Gennaio 2016

Regia:

Quentin Tarantino

Sceneggiatura:

Quentin Tarantino

Genere:

Western, Giallo, Thriller

VOTO: ★8+

Cast:

Trama:

Un gruppo di personaggi, tutti collegati fra loro, si ritrovano bloccati dalla neve in un emporio isolato negli Stati Uniti appena reduci dalla Guerra civile.

Wyoming, dopo la Guerra civile americana: su una diligenza, in pieno inverno, viaggiano il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) con la prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Leigh), condotta al patibolo, e il conducente O. B. Jackson (James Parks). Vi sale un altro cacciatore di taglie, l’afroamericano Marquis Warren (Samuel L. Jackson), coi cadaveri di tre vittime, e Chris Mannix (Walton Goggins), ex-sudista appena nominato sceriffo della città verso cui è diretto. I personaggi si conoscono fra loro: i due giustizieri sono rivali sul lavoro, mentre Mannix era stato strenuo avversario, in guerra, del feroce Warren, nordista convinto.

La bufera si fa incessante e i cinque trovano rifugio presso l’emporio sperduto di Minnie, dove non trovano i noti proprietari ma altri quattro personaggi: il messicano Bob (Demián Bichir), sedicente gestore del locale in assenza dei legittimi; il boia Oswaldo Mobray (Tim Roth); il cowboy Joe Gage (Michael Madsen); un generale confederato, il vecchio Sanford Smithers (Bruce Dern). Fra tensioni e reciproche simpatie, i nove sono costretti a convivere fino al degradare della tempesta di neve, per quanto Warren sospetti da subito di Bob. A cena, sempre Warren rivela che la lettera in suo possesso, autografata da Abramo Lincoln, è in realtà un falso per farsi rispettare dai bianchi: ciò delude Ruth, che prima provava ammirazione per il collega. In più, Warren aggiunge di essere responsabile della morte del figlio di Smithers: questi, avendo tentando di ucciderlo durante la guerra, era stato spogliato, violentato e infine ucciso in pieno deserto per vendetta. Smithers tenta così di sparare a Warren, che però lo anticipa togliendogli la vita: gli altri presenti, pur perplessi, concordano trattarsi di legittima difesa.

Nel frattempo, Daisy si accorge che qualcuno ha avvelenato i caffè: O.B. e Ruth muoiono, mentre Warren e Mannix, in procinto di berlo, si salvano. I due prendono possesso delle armi e tengono sotto tiro gli altri presenti, decisi a trovare i responsabili. Giungono così alla conclusione che uno dei tre uomini rimanenti è in combutta con Daisy. Warren ne approfitta per uccidere Bob il messicano, colpevole di aver sottratto la locanda ai proprietari.

“Gage si scopre complice di Daisy, ma accade l’inaspettato: un colpo da sotto il pavimento colpisce Warren ai testicoli, scatenando un panico collettivo dalle conseguenze del quale solo Gage e Daisy rimangono indenni.”

Viene così rivelato che, il mattino stesso, una diligenza con a bordo Mobray, Gage e Bob, assieme a un certo Jody (Channing Tatum), fratello di Daisy, aveva fatto scalo all’emporio, uccidendo tutti i presenti eccetto Smithers. Il piano era di attendere la seconda carrozza per liberare Daisy. Jody si era nascosto in cantina prima dell’arrivo del secondo gruppo di persone. Così si è arrivati alla presente situazione: Warren e Mannix sono feriti; dal lato opposto, Mobray pure i fin di vita, Gage e Daisy, ancora legata al cadavere di Ruth. Jody esce allo scoperto su intimazione di Warren, che gli spara a sorpresa uccidendolo. Fra rivelazioni, trattative e sparatorie isolate, in tale stallo alla messicana, a rimanere in vita sono Warren, Mannix e Daisy. Dopo il tentativo di questa di corrompere e poi uccidere Mannix, Warren la impicca ad una trave.

Rimasti in due ad attendere la morte, Mannix chiede a Warren di mostrargli la finta lettera di Lincoln, per leggerla un’ultima volta assieme e commuoversi.

Recensione:

Ottava fatica di Quentin Tarantino (Pulp fiction, 1994; C’era una volta a… Hollywood, 2019), che ne firma anche soggetto e sceneggiatura, il film nasce come piéce teatrale e ne mantiene l’impianto. La divisione in atti, l’ambientazione prevalentemente al chiuso (carrozza ed emporio) e la fittissima rete di dialoghi e interrelazioni fra i pochi personaggi presenti ne dimostrano l’origine. Ciò dà adito all’unico vero difetto del film, l’estrema dilatazione dei tempi congiunta alla staticità: tutt’altro che un problema, in realtà, se si considera quanto la macchina della suspense, espressa attraverso incedere dialogico, incessanti colpi di scena e disvelamenti, non perda quasi mai colpi fino al destabilizzante finale. Nel quale, dopo un’estenuante attesa, lo spettatore in cerca di splatter viene investito da un quantitativo di violenza tanto esagerata da risultare grottesca e strappare, anche al più morigerato dei fruitori, più di una risata.

Come ogni film di Tarantino, autore ironicamente auto-compiaciuto della propria cultura narrativa/visuale e maestro del pastiche postmoderno, anche questo si presta a più letture. In primis, si tratta di un omaggio al filone thriller della «stanza chiusa», che va dà Agatha Christie a Sleuth – Gli insospettabili (2007): l’azione si svolge fra personaggi limitati in spazi opprimenti e isolati, giocando sui molteplici inganni e sulle svolte a sorpresa (Jody sotto al pavimento). In secondo luogo, è un omaggio al genere western, forse meno evidente rispetto al precedente Django Unchained (2012) per le contaminazioni horror e mystery ma presente in almeno tre elementi: l’ambientazione, con la carrozza iniziale che rimanda a Ombre rosse (1939) di John Ford, lo stallo alla messicana finale e la colonna sonora da Oscar (più che meritato) di Ennio Morricone, compositore di Sergio Leone (Trilogia del dollaro, 1964-66; Trilogia del tempo, 1968-84) che tanto ha ispirato Tarantino.

“A livello meno cinematografico e più politico, la vicenda costituisce una riflessione sulla storia della violenza negli Stati Uniti: prendendo come riferimento cronologico l’evento più sanguinario della moderna storia del Paese, il film tocca l’argomento della discriminazione razziale verso neri, sudamericani, donne ed emarginati.”

Tutt’altro che una lettura faziosa, in quanto non è casuale che, nella prima inquadratura del film, il regista di Django Unchained ci mostri un crocefisso nero, al bordo della strada, ricoperto da un cappuccio di neve bianco (riferimento al KKK): tale simbologia del colore, presente anche nei manti dei cavalli (nero e bianco, nuovamente), si concretizza poi nelle storie personali di vendetta e rivalsa dei personaggi.

Tarantino, oltre che abile selezionatore di collaboratori e scrittore di grandi doti, si conferma anche regista sicuro delle proprie scelte stilistiche. La pellicola (perché di pellicola da 70mm, letteralmente, si tratta per alcune versioni del film) presenta un uso straniante di lenti anamorfiche Panavision, solitamente adatte ai grandi campi lunghi in esterno, che sottolineano l’ossessivo isolamento entro i confini dell’empoprio, vero e proprio simbolo delle relazioni in tensione che legano i personaggi. Un plauso va quindi alla fotografia di Robert Richardson, D.o.p. di Tarantino dagli anni 2000 in poi: i pochi esterni, completamente candidi, sono resi con sentimento di poesia e mistero, mentre negli interni la macchina da presa si posiziona ora sull’espressività degli interpreti, ora sul calore cromatico dei vestiti, del legno, del fuoco acceso, del sangue.

Visivamente, vanno sottolineati pertanto gli ottimi costumi di Courtney Hoffmann (Dark shadows, 2012; Capitan Fantastic, 2016), che fra iperrealismo e fedeltà storica vestono gli attori. I quali, peraltro risultano ottimi e a proprio agio nelle rispettive parti. Ciò si deve anche, in verità, a due fattori esterni: da un lato, l’esaustiva contestualizzazione di ogni singolo personaggio, di modo che nessuno risulti più importante o trascurato, meno delineato o più moralmente irreprensibile; in secondo luogo, l’affezione di lunga data che lega Jackson, Roth e gli altri al collega Tarantino, che dei suoi attore feticcio sa sfruttare l’essenziale creando sempre nuove interpretazioni iconiche.

In definitiva, The Hateful Eight presenta ciò che ci si aspetta da un film di Tarantino, ma lo confeziona con più maturità, controllo tecnico e innovazione. Tutt’altro che un’opera fatta apposta per accontentare i fan, si tratta di un salto stilistico e di argomento ben più riuscito rispetto all’ultimo, per molti versi criticabile, C’era una volta… a Hollywood.

Pro:

  • Una scrittura che è allo stesso tempo profonda e virtuosa, esercizio di stile «a stanza chiusa».
  • Ottime fotografia e interpretazioni e musiche da Oscar.
  • Molteplici chiavi di lettura, dalla più citazionista alla più politica.

Contro:

  • Dilatazione temporale forse eccessivo, sebbene funzionale allo sviluppo e indotta dall’ambientazione.

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